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presS/Tletter n.01-2010

RIFLESSIONI di Marcello del Campo

 

Spunti formali provengono oggi dall’ambiente

Prodotti ego compatibili

 

IN EVIDENZA

 

- LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA: presS/Tfactory_Associazione Italiana di Architettura e Critica

- L’OPINIONE: Architettura come scenografia

- CARTOLINE: Cartoline di Renato Nicolini

- FOCUS SU: Diego Caramma interviene con: La Svizzera, i minareti, l’Europa

- DOCUMENTI: e' uscito il nuovo numero del Giornale dell’architettura. Per gentile concessione anticipiamo un brano sul tema della pubblicazione dei progetti sulle riviste di architettura

- INCONTRI DELLA SETTIMANA: news di Santi Musmeci

- MOSTRE DELLA SETTIMANA: news di Santi Musmeci

- UNIVERSITA’ E DINTORNI: news di Ilenia Pizzico

- NOTIZIE DALLA SPAGNA: gli eventi in Spagna raccontati da Graziella Trovato

- RESTAURO TIMIDO: Marco Ermentini ci parla di: Alta Velocità e bassa qualità

- OCCHIO ALL’ECOLOGIA: Francesca Capobianco ci parla di: Da Copenhagen un debole Accordo

- LEZIONI DI CUCINA: Francesca Pollicini ci parla di: Gli architetti? Tutti bugiardi da Wright in poi

- MILLE COMIGNOLI: Cronache da Parigi a cura di Benedetta Stoppioni

- AFORISMI RISTRUTTURATI: Diego Lama produce ed aggiusta aforismi per il pubblico di presS/Tletter...

- CRONACA E STORIA: Arcangelo di Cesare continua con Cronache e storia: Dicembre 1959-Gennaio 1960

- INTERMEZZO: Edoardo Alamaro: Miracolo a San Giacomo

- LIBRI: a cura di Francesca Oddo: L’anima sensibile delle cose

Matteo Bazzicalupo e Raffaella Mangiarotti [deepdesign] --- Andrea Giunti. La nuova architettura sociale

- RECENSIONI E COMMENTI: Pierfrancesco Elberti: Recensione a Demoliamoli

- IDEE: Alessandro Nieddu: Siccome che noi italiani siamo più speciali

- SGRUNT: Marco Maria Sambo: Super Malfatti

- MEDIA E DINTORNI: Antonio Tursi ci parla di Perché Facebook va in campagna

- FRAME: Channelbeta ci parla di house o di Jun Igarashi

- SEGNALAZIONI: European Prize for Urban Public Space --- Petizione proposta dalla facoltà di architettura di Sassari

- LETTERE: Guido Incerti: Renderizzo ergo Sono --- Maurizio Zappalà su un intervento di Domenico Cogliandro --- Francesca Rinaldi: uno strano concorso --- Marco Scarpa sui concorsi

- TESTIMONIANZE: Lucia Proto: ripensare L’Aquila

- GIPANGO RANDOM FILES: Salvator John Liotta continua il suo reportage dal Giappone con: Junya Ishigami: Small Images

 

LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA

 

PresS/Tfactory_Associazione Italiana di Architettura e Critica

E’ ufficiale: l’associazione e' nata giorno 11 gennaio 2010.

Presto partiranno numerose iniziative. Cominceremo con una festa del tesseramento. Poi i workshop, i concorsi e i seminari.

Abbiamo bisogno del vostro coinvolgimento, della vosta solidarietà e delle vostre idee.

Una primissima iniziativa e' la pagina di facebook: presS/Tfactory, nella quale si può già vedere il nuovo logo.

 

L’OPINIONE

 

Architettura come scenografia

Sosteneva Umberto Eco che l’architettura non può essere rivoluzionaria: a livello politico perché, ammesso e non concesso che sia in grado di modificare i rapporti sociali, non troverebbe facilmente committenti istituzionali e a livello degli usi perché non e' credibile che gli utenti cambino di punto in bianco abitudini sperimentate e consolidate. Vi e' poi l’aspetto tecnologico. E’ illusorio pensare che un progettista di punto in bianco possa imporre rivoluzionarie tecnologie all’industria delle costruzioni.

Quale e' allora la strada che spesso rimane agli architetti più innovativi e sperimentali? Rappresentare la propria intenzionalità anche solo con il linguaggio delle forme.

Il risultato? L’architettura invece che risolvere i problemi li rappresenta.

E’ ciò che, per esempio, non riusciva a concepire Buckminster Fuller. E lo faceva dannare quando vedeva che la macchina per abitare di Le Corbusier, fingeva ciò che non era perché in effetti era un organismo costruttivamente tradizionale. O che anche a noi crea ancora stupore quando scopriamo che la Torre di Mendelsohn non e' una colata lavica, come vorrebbero i critici, ma una costruzione in tradizionalissimi mattoni pieni.

Architettura quindi come messa in scena? Anche. E ciò non e' un male, come vorrebbero alcuni moralisti. Nel senso che ciò che all’inizio viene esclusivamente rappresentato prima o poi, se ha valore, troverà un suo esito più concreto. Senza il precedente dei mattoni di Mendelsohn sarebbe, infatti, difficile pensare alle lamiere modellate da un programma di CAD CAM di Gehry. E senza i primi retorici, roboanti e mal funzionanti edifici High Tech poter arrivare ai più moderni ed efficienti edifici ad alta tecnologia della nostra contemporaneità. (LPP)

 

CARTOLINE di Renato Nicolini

 

CARTOLINE THEODOR FONTANE

Theodor Fontane, che divenne grande romanziere a sessant’anni passati, compie nell’estate 1858, non ancora quarantenne, un viaggio in Scozia. Alcune sue osservazioni (Jenseit des Tweed) mi sono sembrate attuali.

 

1. quale parola sostituireste oggi ad antiquari

Il modo di procedere degli esperi di un restauro edilizio non coincide mai con i punti di vista degli antiquari ma, d’altro canto, accontentarli sembra un’impresa impossibile.

 

2. le origini del cattivo gusto e del turismo

…un piccolo manichino di legno dipinto nei pressi della finestra… che avrebbe rappresentato John Knox  (celebre predicatore, “che proclamava l’ira di Dio contro i miscredenti”) nell’atto di arringare la folla… tale manichino, probabilmente antico al massimo di cinquant’anni, è il prodotto di tanta buona volontà, ma di scarso gusto estetico. Il suo unico pregio è quello di caratterizzare in modo inconfondibile la casa, divenendo un segnale prezioso per il turista che altrimenti rischierebbe di non individuare questa costruzione tanto anonima tra una massa di case simili. (…) Ci sentiamo perduti e paghiamo lo scotto della nostra insaziabile sete di sapere con un’inquietudine crescente. Cerchiamo qualcosa che quei poveri oggetti non sono più in grado di comunicare. (…) Sembra quasi che, in fase di restauro, l’architetto non si sia mai posto domande sulla comunanza degli stili, ma si sia solo premunito di incollare i pezzi, più o meno a caso. (…)

 

3. da Holyrood Castle al Duomo Di Milano

Avevamo appena raggiunto la scala quando uno dei sorveglianti ci gridò: “Wait a moment, gentlemen, you didn’t see the blood, yet!”  (Aspettate un momento, signori, non avete ancora visto il sangue!”). In effetti, stavamo per attraversare il punto esatto in cui era scorso il sangue di Rizzio (l’amante di Maria Stuarda, r.n.). … Le macchie rosse che la coscienza di Lady Macbeth crede di vedere anche dove non ci sono manterranno per sempre vivo il loro orrore, ma l’effetto si attenua quando il sangue ci viene mostrato dipinto sul pavimento. Neppure la più fervida immaginazione riesce a credere che si tratti di sangue vero.

 

CARTOLINA ROBERTO SAVIANO

Rosarno (comune sciolto per mafia…), Castel Volturno, Casal di Principe, territori controllati dalla mafia, luoghi del lavoro stagionale per il raccolto di olive, arance, mandarini. Roberto Saviano ha rivolto un appello ai lavoratori stagionali, nord africani, cacciati in ventiquattr’ore da Rosarno cancellando ogni traccia del loro passaggio:“Non andatevene dal Sud d’Italia. Non lasciateci soli con le mafie”.

 

CARTOLINA LA CASA DEL NOMADE

La “casa” – il luogo in cui riposavano, dormivano, conservavano le loro cose – del nomade; come la mostra Rosarno, quarant’anni dopo le case con le gambe degli Archigram…

 

CARTOLINA IL NUOVO MILLENNIO

Il terremoto di Haiti ha strappato a Reggio e Messina il primato del numero dei morti.

 

CARTOLINA ALBERTO RACHELI

Alberto Racheli, architetto, professore di restauro a Roma Tre, autore di libri importanti sulla storia del restauro a Roma e sui Fori Imperiali e sulla teoria del restauro, polemista appassionato ci ha lasciato improvvisamente, a Natale. Paolo Marconi l’ha ricordato, dandogli appuntamento “nel Paradiso degli architetti, assieme a tuo padre e a mio padre”. Assolutamente laico com’era, non so quanto Alberto confidasse nel Paradiso. Ma nella continuità degli architetti attraverso le generazioni credeva sicuramente: come qualcosa di quasi impalpabile, molto facile da perdere. Ricordo il suo dispiacere per non essere stato consultato per il restauro del “Cubo d’oro” costruito da suo padre Luigi alla Mostra d’Oltremare di Napoli, di cui conservava i disegni. Con Alberto ho lavorato a una mostra – progetto su Corso Vittorio Emanuele, nel 1996. Ci trovammo d’accordo sulle distanze da prendere verso gli inutili quanto appariscenti lavori di arredo urbano allora di moda; come sul fatto che il ripristino ironicamente “in stile” dei vecchi tram a cavallo sarebbe stato più opportuno del vagheggiamento tardo futurista del tram veloce (quando si credesse davvero alla pedonalizzazione del centro storico). La sensibilità alla conservazione si sposa felicemente, nonostante l’opinione corrente, ai progetti innovativi. Così l’avevo voluto al mio fianco nell’impresa di contrastare il degrado del centro storico, con un progetto “immateriale” d’iniziative culturali e di riflessioni per il Primo Municipio di Roma. Qualcosa che si è rivelato molto più complesso di quanto avevamo supposto, per la cui realizzazione dovrò (e non so quanto potrò…) fare a meno della sua intelligenza. Ciao, caro Alberto. I nostri padri erano stati amici, e lo siamo stati anche noi.

 

FOCUS SUdi Diego Caramma

 

La Svizzera, i minareti, l’Europa

L’iniziativa referendaria contro l’edificazione di minareti in Svizzera va letta come pretesto, nel doppio senso letterale ed etimologico: come ragione di cui ci si è serviti per nascondere il vero motivo di un disegno, di un’azione, ma anche come occasione per creare un precedente, un testo ante litteram capace di divenire riferimento per ulteriori analoghe iniziative. Ma non solo. Più nel profondo l’iniziativa è il sintomo di due aspetti non meno inquietanti: da un lato, realizzandosi come occasione per una disperata ricerca di una «identità» da difendere benché costruita in modo fittizio e posticcio, ovvero creata ad arte e rincorsa unicamente per mero interesse contingente (nient’affatto per un’esigenza profonda di cui neppure si sente il bisogno, tranne che per ragioni di comodo) – un’identità intesa e filtrata nel modo più becero e corrotto, masochista e suicida, ovvero come chiusura verso l’«altro», un’idea piegata di volta in volta per rispondere agli interessi più subdoli e alle esigenze e ai richiami più bassi e volgari; il secondo aspetto riguarda il ruolo di un intero paese nel contesto europeo, tanto che in modo molto diretto si potrebbe dire: ciò che è in gioco è il ruolo della Svizzera come laboratorio politico per l’Europa. Il che sta accadendo in modo diametralmente opposto a quanto dovrebbe, ovvero a quanto si augurava in modo tanto acuto quanto coraggioso Denis de Rougemont (un intellettuale non a caso per lo più ostracizzato).

I quattro aspetti non sono fra di loro slegati, eterogenei, ma intrecciati a vari livelli, quando non pressoché coincidenti, fino a divenire, l’uno rispetto all’altro, di volta in volta, condizione e conseguenza.

In primo luogo va detto che autorità comunali e cantonali elvetiche dispongono già di tutti gli strumenti, a livello legislativo e di pianificazione urbanistica, per accettare, limitare o rifiutare l’edificazione di minareti. Da questo punto di vista il referendum può forse essere letto e interpretato come la votazione più inutile che ci sia stata. Va tuttavia precisato che (per quanto posso comprendere, ma è possibile che mi sbagli) il minareto ha poco a che vedere con la libertà di religione, la quale può e deve essere garantita indipendentemente dalla realizzazione di quel simbolo, che ha per altro una sua funzione ben precisa. Detto per inciso, se, per ipotesi, l’iniziativa avesse effettivamente rimesso in discussione una delle così dette «libertà fondamentali» come quella di religione, la domanda è: una «libertà fondamentale» può essere ridiscussa o addirittura abrogata tramite lo strumento del referendum? Non ci troveremmo in tal caso di fronte ad una grave e inaccettabile degenerazione dello strumento democratico? (non vado oltre, perché spingendosi più a fondo ci sarebbero da sollevare questioni angoscianti, da far tremare non solo i polsi o le gambe). Domande in ogni caso aperte, che attenderanno ancora per lungo tempo, temo, una risposta convincente.

Uno dei punti cruciali sta, a mio avviso, proprio nella presenza di un simbolo fortemente caratterizzante, inserito e ospitato nell’ambito di un paesaggio con il quale non ha mai avuto modo di confrontarsi in modo importante e determinante. Basterebbe infatti conoscere la mole effettiva dei pochi minareti attualmente presenti in Svizzera per capire l’irrilevanza del problema e per avere conferma dell’efficacia degli strumenti pianificatori a disposizione delle autorità competenti. La questione, se impostata da un punto di vista architettonico, può tuttavia avere una sua ragion d’essere. Il mio parere è che l’edificazione può senz’altro avvenire, poste determinate condizioni che nulla hanno a che vedere con le tesi ridicole e le forzature del comitato referendario, cui il Consiglio Federale si è per altro opposto con argomenti non del tutto adeguati. Entrare nel dettaglio porterebbe troppo lontano e non è questa la sede adatta per parlarne.

Ciò che qui mi limito a dire è che il voto nasconde ben altro, ovvero la necessità di alimentare un fenomeno generalizzato che molto probabilmente non può essere letto con le categorie fino ad ora impiegate per descrivere e interpretare fenomeni di razzismo. Vien da pensare che ci si trovi di fronte allo sviluppo e alla crescita di qualcosa di ancora non del tutto definito, e che probabilmente è e sarà declinabile di volta in volta in aspetti e caratteri mutevoli e sfuggevoli, e pertanto non meno inquietanti. Ciò è anche dovuto a mio avviso all’enormità degli interessi in campo e all’inettitudine di una classe politica sempre più incapace di fornire non dico risposte adeguate, ma neppure visioni e analisi all’altezza della situazione. Per un motivo molto semplice che è sotto gli occhi di tutti: la classe politica si sta vieppiù trasformando nella classe degli asini.

La questione dell’identità è ovviamente assai complessa, e qualsiasi semplificazione e volgarizzazione del tema è senz’altro da evitare. Si potrebbe solo accennarne le implicazioni nel modo seguente: l’ «altro» non va sopportato o tollerato in ragione della «sua» differenza; le differenze vanno semmai fortemente ricercate e anarchicamente promosse, tanto che, nella differenza, dovremmo onorare l’ «altro» di cui siamo parte nelle infinite possibilità che reciprocamente ci costituiscono e testimoniano della nostra disponibilità all’apertura dell’evento dell’umano, che fa di ogni contingenza un «significato in transito». Non comprendere ciò significa ricadere sempre di nuovo nei deliri di onnipotenza e alimentare in modo costante la violenza, in tutte le sue forme e derive.

Quanto al ruolo che dovrebbe assumere la Svizzera in ambito europeo, nessun commento può reggere il confronto con le parole tanto chiare ed esplicite di Denis de Rougemont, l’intellettuale svizzero che ebbe l’audacia di scrivere, al termine di un suo straordinario saggio, che «la Svizzera custodisce un mistero, o piuttosto essa è questo stesso mistero. Mi ci è voluto molto tempo, molto studio, molta lontananza, molti stupiti ritorni, per vedermi costretto ad ammetterlo. Saprà forse, la Svizzera, esprimerlo un giorno, il suo segreto, attraverso la parola, l’opera, l’azione, se non attraverso il grido, che ci si attende da essa ? Qui batte il cuore dell’Europa. È qui che l’Europa dovrebbe dichiararsi, giurare il proprio Patto e costituirsi. La Svizzera scioglierebbe allora in essa il suo destino, fedele al suo essere profondo, dalle origini ai suoi fini più elevati. Questo sogno potrebbe realizzarsi domani, e deve realizzarsi, ma vi si riuscirà mai, se noi restiamo muti? Nonostante tutto quel che ci trattiene ma nello stesso tempo ci stimola e ci vincola, voglio credere, con Voctor Hugo, che la Suisse, dans l’Histoire, aura le dernier mot. Ma dovrà pur dirla, la Svizzera, questa parola!». Quanto oggi si sia distanti dalla realizzazione attesa e sperata da de Rougemont è evidente. Quanto il suo pensiero fosse il frutto di una saggezza e di una consapevolezza assai rare, lo è forse meno. Quel che è certo è che egli non temeva le possibili declinazioni e il carattere finito di ogni figura della vita. Non era affatto un dogmatico, o un «fondamentalista», come piace dire ai nostri giorni. Non lo era, e quindi era perfettamente consapevole della necessità di ricondurre l’identità alla propria costitutiva e imprescindibile alterità.

 

DOCUMENTI

 

Da Il Giornale dell’architettura: La Pubblicazione in esclusiva e la circolazione di progetti e immagini. Le riviste e i paradossi dell’architettura

 

La pubblicistica di architettura si muove insistentemente, e sempre più in proporzione all’affermazione di molte figure di progettisti sul piano mediatico, attraverso il meccanismo dell’«esclusiva»; nei casi più eclatanti richiesta o proposta anche ben prima che l’opera sia conclusa o che se ne possa apprezzare il reale risultato. Questo fenomeno, di certo non nuovo ma particolarmente accentuato ai giorni nostri, porta con sé tre paradossi.

 

Il primo riguarda il settore stesso della pubblicistica. L’obiettivo dell’esclusiva richiamerebbe un modus operandi tipico del giornalismo: questo sistema, non sempre sano ma comunque affine al concetto di notizia (news), è infatti una delle principali leve del «giornalismo sul campo», della capacità di arrivare prima di altri. Ma la rivista di architettura tende a distorcere tale meccanismo: «mi arrogo il diritto di parlarne solo io, ma nego il principio di attualità perché dilaziono la pubblicazione anche molto più tardi rispetto alla consegna dell’opera, per poter preparare tutto ciò che completa l’affermazione di quell’opera e di quel progettista: il servizio fotografico scattato nelle giuste condizioni, il testo del critico più in voga, ecc…». Questo fenomeno mette in crisi le forme di raccordo tra il mondo dell’architettura e l’attualità.

 

Il secondo paradosso è strettamente collegato al primo, ma è di natura culturale e riguarda il rapporto tra la legittimazione attraverso la rivista e quella attraverso la storiografia. La notorietà di un autore e di un’opera (e dunque le loro possibilità di essere ricordati) vivono dell’ampiezza della loro divulgazione, rispondendo cioè a un principio d’inclusività (e non di esclusività!). Infatti, uno dei principali cardini su cui si basa qualsiasi costruzione storiografica (non solo architettonica) è di ordine quantitativo, ovvero legato al numero di occorrenze. Inoltre, anche quando il concetto di esclusiva si limita a quello di diritto di prelazione temporale, talvolta si verifica che un’opera già pubblicata perda d’interesse agli occhi di altre riviste, le quali rinunciano così a presentarla. A questo aspetto si legano anche le scelte che connotano le politiche culturali delle varie testate, le quali fungono da strumenti di promozione per determinate (e ristrette) cerchie di professionisti.

 

Il terzo paradosso è quello di più ampio interesse, e presenta un risvolto generalmente sociale. Secondo il meccanismo qui individuato, atti privati e legati alla biografia dei progettisti tendono a contrapporsi a quello che l’architettura dovrebbe rappresentare, ovvero un’opera rivolta alla comunità. Ciò risulta particolarmente evidente per alcuni tipi di edifici, la cui dimensione collettiva si pone alla base della decisione stessa di procedere alla realizzazione; di fronte a ciò, la figura dell’autore dovrebbe naturalmente tendere a passare in secondo piano, se non sfumare. Ma l’attuale vocazione dell’architettura a riconoscersi nel mito dell’autorialità rivela invece quanto tale paradosso sia operante.

 

INCONTRI DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci

 

MaS ‘10Monitoraggio Architettura del Salento 2010

MaS ‘10Monitoraggio Architettura del Salento 2010”, si propone di analizzare la realtà del territorio salentino, attraverso l’architettura contemporanea.

MAS’10 si struttura attraverso un’autocandidatura inviata all’indirizzo e-mail: mas10salento@libero.it. Tutti gli architetti e gli ingegneri possono presentare interventi sia pubblici che privati di elevato valore per l’innovazione tecnologica, la qualità architettonica e rapporto con il paesaggio realizzati negli ultimi 10 anni nelle tre province salentine di Lecce, Brindisi e Taranto.

La partecipazione è gratuita, avverrà attraverso un bando che potrà essere scaricato dal 23.01.2010 dai siti www.puntoasudest.it, www.presstletter.com e www.presstfactory.com.

 

MOSTRE DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci

 

Carlo Bernardini, la luce che genera lo spazio a Roma

Mostra di Carlo Bernardini: La luce che genera lo spazio. Geometrie di luce rimbalzano fra i palazzi per poi aggredire le sale della galleria, le fibre ottiche penetrano dalle facciate dei palazzi negli spazi espositivi coniugando così l'ambiente esterno con l'ambiento interno. Galleria Delloro Via del Consolato, 10. 00186 Roma. Dal 4 Dicembre 2009 al 15 Febbraio 2010 Orari: martedì - sabato 16.30 - 19.30. Ingresso libero. Info: info@galleriadelloro.it

 

Grace Kelly Principessa di Monaco a Roma

Dal 16 ottobre al 28 febbraio 2010 la Fondazione Memmo in via del Corso a Roma ospiterà la mostra Gli anni di Grace Kelly, Principessa di Monaco. Dopo un successo strepitoso a Monaco nel 2007, con 135mila visitatori, l’esposizione è divenuta itinerante e, dopo Parigi e a Mosca, arriva in Italia per poi fare tappa al Victoria & Albert Museum di Londra, solo con la sezione moda, e in seguito in Giappone.

 

Calder a Roma

La mostra di Calder a cura di Alexander S. C. Rower di Palazzo delle Esposizioni rappresenta un'occasione eccezionale per vedere opere che ripercorrono tutto il corso della carriera dell'artista e che provengono dalle più importanti collezioni Calder del mondo, pubbliche e private. Dal 23 ottobre 2009 al 14 febbraio 2010 Palazzo delle Esposizioni, via Nazionale.Roma.

 

Disegno e Design a Roma

Disegno e Design brevetti e creatività italiani dal 04 novembre 2009 al 31 gennaio 2010. Mostra a cura della Fondazione Valore Italia. Info: http://www.disegnoedesign.it. Museo dell’Ara Pacis. Roma

 

UNIVERSITA’ E DINTORNI di Ilenia Pizzico

 

IaN+a Roma

Venerdì 22 Gennaio si terrà un incontro con lo studio di architettura IaN+. Ingresso libero. Ore 11.30, Aula Magna della prima Facoltà di Architettura "L. Quaroni", piazza Borghese 9, Roma

 

Convegno su Marco Petreschi a Siracusa

Venerdì 22 gennaio 2010, all'interno del dottorato di ricerca Progetto architettonico e d analisi urbana, si terrà un convegno su Marco Petreschi, architetto romano, opere e progetti. Ore 9.00, Aula Magna, Palazzo Impellizzeri, Siracusa.

 

Architettura, Disegno industriale e Scenografia

L’iniziativa intende valorizzare la ricerca di nuove soluzioni di intervento architettonico e tecnologico pensate esclusivamente per il piccolo schermo, con le finalità di portare nuove idee e risorse all’industria televisiva e favorire professionalità e sviluppo occupazionale tra i giovani laureati. Il concorso è nazionale e la partecipazione è gratuita. Partecipanti: sono ammessi alla selezione i laureati in Architettura, in Disegno industriale e in Scenografia presso le Accademie di Belle Arti da non più di cinque anni. I candidati potranno scegliere tra le seguenti sezioni: Migliore allestimento per un Talk show televisivo, (dimensioni 400 mq), Migliore allestimento per il set di un Telegiornale (dimensioni 200 mq), Migliore allestimento per un Varietà televisivo (dimensioni 400 mq). Scadenza iscrizioni: 10 marzo 2010. Info: http://www.arc1.uniroma1.it/public/ConcorsoScenografiaTelevisiva.pdf

 

Seminari sulla conservazione del patrimonio fotografico a Reggio Emilia

All'interno della rassegna Fotografia European2010, la Fototeca della Biblioteca Panizzi organizza tre giornate seminariali sulla tutela e conservazione del patrimonio fotografico storico e contemporaneo. Partecipanti: i seminari sono rivolti agli operatori culturali delle Biblioteche, dei Musei e agli studenti universitari che frequentano corsi di conservazione. Mercoledì 12 maggio, docente Anne Cartier Bresson, titolo: L’oggetto fotografia. Giovedì 13 maggio, docente Liliana Dematteis, titolo: La forma del libro come forma d’arte. Venerdì 14 maggio, docente Alberto Salarelli, titolo: La descrizione della fotografia e il mondo del web. Università di Modena e Reggio Emilia, Sede di Reggio Emilia, Aula 1m, Via A. Allegri, Reggio Emilia. Info:http://panizzi.comune.re.it <http://panizzi.comune.re.it/>

 

Centri storici e città contemporanea a Palermo

Il CIRCES (Centro Interdipartimentale di ricerca sui centri storici dell’Università di Palermo) ha organizzato un convegno nazionale avente come tema l'intervento nei centri storici, con un approfondimento sul processo di recupero del centro storico di Palermo. Saranno illustrati gli interventi di recupero e riqualificazione urbana nelle città di Saint Denis (Francia), Venezia, Bergamo, Parma, Genova, Roma, Palermo, con riferimento a casi di riutilizzazione esemplare del patrimonio edilizio storico e alla riqualificazione degli spazi aperti. 5-6 febbraio 2010, Sala Magna di palazzo Chiaramonte-Steri, piazza Marina, Palermo.

 

NOTIZIE DALLA SPAGNA di Graziella Trovato

 

Notizie

“El gran cambio.El diseño reinventa el ocio y los negocios de la capital” <http://www.elpais.com/articulo/madrid/gran/cambio/elpepiespmad/20100110elpmad_8/Tes> (clicca). La giornalista spagnola natxtu Zabalbeascoa intervista su El País del 10 gennaio a Teresa Sapey. Insieme analizzano il cambio sperimentato negli ultimi anni nei luoghi dell’ozio: locali che attraverso un design innovativo propongono nuovi modi vita.

Sulla storia dell’alloggio sociale, Interessante anche l’articolo di Mardones “Hitos que han marcado nuestras vidas” <http://www.elpais.com/articulo/economia/Hitos/han/marcado/vidas/elpepueco/20100115elpepueco_6/Tes> (clicca). (pubblicato lo scorso 15 gennaio sullo stesso giornale) sulla mostra recentemente inaugurata a Madrid nell’Arquería (vedi Mostre)

 

Eventi

Il Centro Municipale Matadero ha attivato la creazione di un “archivo de creadores de Madrid” (clicca). <http://www.mataderomadrid.com/archivodecreadores/cgi/php/entrevista.php?id_crea=123> Proponiamo l’intervista a UHF gruppo di dieci architetti aperto ad altre discipline.

 

Mostre

La vivienda protegida. Historia de una necesidad <http://www.scalae.net/evento/la-vivienda-protegida-historia-de-una-necesidad> (clicca). Curatore: Carlos Sambricio. Progetto e concept: Ariadna Cantis. Arqueria de Nuevos Ministerios, Paseo de la Castellana, Madrid. Fino al 28 febbraio.

 

Ispirazione organica: Amor al mar (clicca). <http://cvc.cervantes.es/literatura/caracolas_neruda/default.htm> L’Istituto Cervantes ospita la collezione di conchiglie del poeta Neruda in una mostra che raccoglie anche i brani e i testi che dal mondo marino presero ispirazione. La mostra è anche una scusa per visitare l’edificio progettato dall’eclettico Palacios. Fino al 24 gennaio 2010, calle Alcalá 49, Madrid.

 

RESTAURO TIMIDO di Marco Ermentini

 

Alta Velocità e bassa qualità

Che bello! il treno corre veloce e silenzioso, miracolo della tecnica. Osservo dal finestrino: ci sono tante piccole casette ai bordi delle rotaie, contengono gli apparecchi di controllo. Sono edifici con muratura in blocchi di cemento a vista, tetto con tegole in cemento finto cotto, grosse gronde tinteggiate di grigio e, lungo le facciate, una serie di unità esterne dei condizionatori messe casualmente con le tubazioni a vista. L'effetto è quello di una villetta di periferia con i segni di abusivismo precoce. Abbiamo una antica tradizione di opere di ingegneria e di trasporti eccellente: i navigli, le casette ANAS, le strade alpine sui passi (si pensi allo Stelvio dell'ing. Donegani) ma abbiamo dimenticato tutto. Non mi riferisco alla progettazione paesaggistica delle nuove infrastrutture (di cui è meglio tacere) ma semplicemente alle migliaia di casette che morbillano l'Alta Velocità.

 

OCCHIO ALL’ECOLOGIA a cura di Francesca Capobianco

 

Da Copenhagen un debole Accordo

La Conferenza ONU sul clima (Conference of the parties, Cop 15) svoltasi a Copenhagen tra il 7 e il 20 dicembre 2009, che avrebbe dovuto e potuto segnare una svolta incisiva nelle politiche ambientali e nelle conseguenti scelte economiche per contrastare il global warming (stabilendo i termini operabili per l’incentivazione degli investimenti per la promozione, diffusione e uso globale di tecnologie verdi), si è chiusa, dopo una serie di bozze non approvate, con un debole accordo di due pagine e mezzo proposto dagli Stati Uniti e dal Basic (Brasile, Sudafrica, India e Cina) e appoggiato dall’Unione Europea sia pure con scarso entusiasmo (cfr. A. Cianciullo, “Intesa sul riscaldamento globale dopo un giorno di veti incrociati”; F. Rampini, “E Obama convince la Cina. Facciamo un accordo imperfetto”. la Repubblica 19.12.09; D. Taino, “Copenaghen, un accordo minimo evita il fallimento”, “Da avanguardia a ostaggio del G2. La parabola dei leader europei”, Corriere della Sera 19.12.09; A. Cianciullo, “Clima, l’accordo non piace protestano l’Africa e le isole a rischio”, la Repubblica 20.12.09; D. Taino, “Mini-accordo sul clima, i Paesi poveri insoddisfatti”; M. Porqueddu, “I traguardi raggiunti e quelli mancanti”, Corriere della Sera 20.12.09; en.cop15.dk; www.ipcc.ch; www.flopenhagen.org). L’Accordo di Copenhagen di fatto rimanda l’avvio di una strategia comune di interventi, non definendo scadenze precise per la riduzione delle emissioni CO2 e il contenimento dei gas serra, in generale, e non creando una serie di direttive per le industrie che le mettano in grado da un lato di portare avanti e dall’altro di iniziare soluzioni “cleantech”. Gli europei continuano a non sapere se anche gli americani dovranno sopportare i costi di un mercato dei diritti alle emissioni, gli occidentali a non sapere se i cinesi dovranno affrontare veramente i costi di normative antinquinamento paragonabili alle loro (vedi M. Ricci, “Niente vincoli ai gas delle industrie aspettando la vera svolta dall’America”, la Repubblica 20.12.09; M. Ricci, “Gradi ed emissioni, i punti della discordia”, la Repubblica, 19.12.09; www.un.org; www.greenpeace.org). I punti salienti dell’Accordo di Copenhagen sono: il 2010 come data utile per arrivare ad un trattato vincolante rimane ancora sul fondo dell’orizzonte. Contenere entro 2 gradi l’aumento della temperatura, secondo gli scienziati è la soglia limite per evitare che l’effetto serra provochi eventi disastrosi,  e largamente irreversibili, come inondazioni, siccità, innalzamento di mari. Per rispettare i termini dei 2 gradi bisognerebbe arrivare a ridurre le emissioni almeno del 50%, rispetto al 1990, entro il 2050. I paesi emergenti non accettano limiti nei processi di industrializzazione necessari alla loro crescita economica se nell’immediato i paesi ricchi non avviano il taglio delle loro emissioni entro il 2020 del 25-40%. Attualmente I paesi industrializzati non hanno operato tagli neanche del 20%. Nel testo dell’Accordo questi dati non compaiono: né il 50% né il 20%, ma si fa riferimento ad un generico impegno: si aspetta il Congresso Usa di primavera. Se sarà approvata la legge sul clima e Obama potrà comunicare precisamente i tagli drastici alle emissioni (25% nel 2025, 30 nel 2030, 83 nel 2050 rispetto ai livelli del 2005), che oggi sono accennati nei testi in discussione. Entro gennaio 2010 i diversi governi dovranno trasmettere all’ONU l’elenco dei tagli che hanno già volontariamente deciso di effettuare, l’Europa- 20%, gli Usa-17% (sul 2005), il Giappone- 25%. Anche i paesi emergenti Cina, India, Brasile comunicheranno le loro scelte. Secondo gli scienziati la somma degli impegni corrisponde ad un taglio delle emissioni pari al 14- 18% al 2020, non sufficiente per rispettare la soglia dei 2 gradi. Per altro anche sul piano dell’articolazione il testo dell’Accordo offre più di una formula generica. E’ stato sottolineato che, ad esempio, per quanto riguarda il punto Verifiche, chieste fermamente dagli americani per evitare che la Cina continui a rinviare disposizioni per il rallentamento della produzione delle sue emissioni, il rispetto degli impegni, da parte dei singoli governi, potrà essere sottoposto a “consultazioni e analisi internazionali, nel rispetto della sovranità dei singoli paesi”. Il contenzioso Usa- Cina viene rinviato ai confronti tecnici tra specialisti. D’altronde i cinesi rispetteranno i loro impegni perché vogliono risparmiare energia. La trasparenza chiesta dagli americani serve ad Obama per dimostrare al Congresso che anche i cinesi si vogliono impegnare. Per il punto Finanziamenti, è stata concordata una somma pari a 30 miliardi di dollari nei prossimi tre anni per sostenere i paesi poveri ad affrontare i “cambiamenti verdi”. Un apposito fondo ONU, entro il 2020, disporrà di 100 miliardi di dollari l’anno con lo stesso obiettivo. I soldi arriveranno dai governi, dalle industrie e, probabilmente, anche dai proventi dei mercati dei diritti alle emissioni dei paesi industrializzati. In fine il punto della Deforestazione, alle foreste, elementi strategici nel contrastare il cambiamento climatico, viene riconosciuto un ruolo essenziale. L’Accordo prevede incentivi per allargare le foreste e fermare i disboscamenti (vedi M. Ricci, la Repubblica 19- 20.12.09, cit.).

Il teorico della terza rivoluzione industriale Jeremy Rifkin, costantemente interpellato sulle questioni ambientali, in una recente intervista rilasciata ad Antonio Cianciullo de la Repubblica (A. Cianciullo, “Rifkin: Occasione sprecata questo patto nasce vecchio”, la Repubblica 20.12.09), a conclusione dell’incontro danese, manifesta il suo stupore per l’approvazione dell’Unione Europea, “L’Europa è la maggiore economia mondiale. E’ chiamata ad assumersi la responsabilità della leadership: deve guidare il processo non aggregarsi a scelte esterne. E ha la possibilità di farlo perché dispone di leader capaci di visioni e di settori economici avanzati: sprecare questa occasione sarebbe un errore gravissimo.

[…] leadership economica significa “Guidare la terza rivoluzione industriale, quella basata sull’efficienza energetica e sulle rinnovabili, sull’idrogeno e sugli edifici che producono più energia di quella che consumano. Su questo progetto si può saldare un fronte che comprende paesi a tecnologia avanzata e paesi in via di sviluppo offrendo gli strumenti più avanzati a chi non ha ancora sviluppato la seconda rivoluzione industriale. In questo modo è possibile saltare una fase di sviluppo portando ad esempio le rinnovabili a chi non è nemmeno connesso alla rete elettrica e tenendo assieme crescita economica e tagli alle emissioni. A proposito dell’intervento di Obama da cui ci si aspettava di più rispetto a ciò che è riuscito ad ottenere, osserva l’economista “Per Obama non è stato un completo fallimento. Ha compiuto un passo calibrato sulle esigenze politiche degli Stati Uniti […]”. Alla domanda sulle prospettive, risponde “Non esiste un piano B. Non c’è un’alternativa al contenimento dei gas serra perché non abbiamo un paese di riserva: dobbiamo difendere loa vivibilità di quello su cui abitiamo. E quindi bisogna evitare di perdere altro tempo. Non possiamo permetterci di fallire il prossimo appuntamento: il summit sul clima del 2010 a Città del Messico. Bisogna arrivare ad accordi forti, vincolanti e misurabili”. Rifkin è profondamente convinto che nessun paese rimarrà immobile, gli accordi quadro forniscono la cornice per definire le strategie, le singole amministrazioni locali devono mettere le loro forze per fare le scelte. “Il punto centrale è il passaggio da un modello centralizzato, verticale, basato sul potere di oligopoli, a un modello decentrato in cui l’energia viene prodotta dagli impianti rinnovabili. L’energia viaggerà nella rete come le informazioni su Internet”. Il mondo politico, conclude, deve fare un salto di qualità, non più guardare alla geopolitica ma “alla politica della biosfera, alle scelte industriali che utilizzano le risorse rinnovabili degli ecosistemi lasciando intatte le basi della produzione anziché consumarle con l’inquinamento”.

Lo scenario post- summit non è certo confortante, Greenpeace lo ha prontamente illustrato con un rapporto che presenta quali sono i rischi reali a cui il Pianeta Terra andrà incontro (ma sta già andando incontro) se la temperatura aumentasse di tre gradi (A. Cianciullo, La Terra con tre gradi in più, così sarà sconvolto il pianeta”, la Repubblica 21.12.09; www.greenpeace.it). Il nostro pianeta nella seconda metà del secolo si troverà sull’orlo di una catastrofe, una popolazione pari a 9 miliardi, gli ecosistemi collassati, scarsità di acqua e di cibo.

Dall’Accordo, quindi, se non possiamo trarre indicazioni certe su quel che c’è da fare, possiamo comunque acquisire quel che non bisogna fare: continuare a frapporre ostacoli a quel processo di riconversione ambientale, che oggi appare l’unica via d’uscita praticabile da una condizione planetaria sull’orlo del collasso. Lo ricorda il lucido intervento di Guido Viale (G. Viale, “L’inconcludente summit di Copenaghen e la vera lotta ai cambiamenti climatici”, la Repubblica 23.12.09) elencando con puntigliosa ripetitività i provvedimenti urgenti, le prime soluzioni per la crisi presente: efficienza energetica (misure largamente praticabili in grado di ridurre di un terzo o della metà anche più, i consumi energetici a parità di efficacia), fonti rinnovabili, bioedilizia, mobilità sostenibile, agricoltura biologica a chilometri zero, rivalutazione delle colture autoctone, difesa dell’assetto idrogeologico, bonifica e disinquinamento del territorio. Soluzioni operabili e risposte da dare alle richieste e alle opportunità delle realtà locali e regionali, ognuna portatrice di potenzialità individuali. F.C.

 

LEZIONI DI CUCINA a cura di Francesca Pollicini

 

Gli architetti? Tutti bugiardi da Wright in poi

Caro LPP, il salotto che ha preso vita alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino, ho visto che ti ha lasciato perplesso, e non poco. O per meglio dire, usando tue parole, disperato.

Un gruppo di vecchi amici, legati l’uno all’altro come il Barone Rosso lo è a Snoopy, a cui aggiungiamo Charlie Brown e Woodstock <http://it.wikipedia.org/wiki/Woodstock_(Peanuts)>, si sono riuniti attorno alla stessa tavola per parlare degli spazi dell’abitare.

Progetti come punto di partenza del dibattito. Ma quale il punto di arrivo? Non la discussione dei singoli progetti, ma il concetto stesso dell’abitare.

Abbiamo lasciato che i personaggi di Charles M. Schulz <http://it.wikipedia.org/wiki/Charles_M._Schulz> tornassero nelle loro vignette, una volta espressi i tuoi sette motivi di disperazione, mentre era proprio quello il momento di inchiodarli alle sedie, legarli, e non farli alzare fino a quando non ti rispondevano. Non fossimo stati in ritardo e soprattutto, avessi portato della corda con me, ti avrei aiutata io stessa a farlo.

I sette motivi di disperazione a cui mi auguro che su queste pagine poco a poco si trovi risposta, dovrebbero essere più o meno questi (e se così non fosse, sarai costretto a correggermi).

 

  1. tipologia e nuove modalità abitative;

nei progetti presentati, esistono davvero nuove modalità abitative o sono delle vecchie tipologie a cui è stato messo il vestito da nuova modalità?

 

  1. rapporto verde-residenza;

Pare che oggi questi due insiemi si intersechino continuamente. Ma, esattamente, dove?

 

  1. inserimento nel contesto, questo mostro italiano;

 

4. i costi;

gli architetti da Wright in poi non hanno mai detto la verità sui costi di realizzazione delle loro opere;

 

5. l’architettura è di chi la abita;

sono riusciti nostri eroi a creare degli spazi che non nascano per essere distillati gautiani?

 

  1. animato e inanimato;

come è possibile che la nostra sfera affettiva sia riuscita ad essere scombinata da esseri non pulsanti? Il valore estetico e simbolico sono ancora confinati?

 

  1. il luogo. Uno, nessuno e centomila

nell’era dell’ipercomunicazione un progetto non possiede mai solamente coordinate cartesiane, ma ne possiede molteplici, una per ogni spazio in cui appare.

 

Aspettando una tua (e mi auguro non sola) risposta, non posso che ringraziarti per essere venuto a trovarci.

A presto,

Francesca

 

Cara Francesca, perché bugiardi da Wright in poi. Bugiardi erano anche da prima, forse dai tempi di Ictinio e Callicrate (LPP)

 

MILLE COMIGNOLI a cura di Benedetta Stoppioni

 

Un urbanisme du XXIe siècle pour Lyon Confluence _ Rencontre entre Gérard Collomb maire de Lyon et Pierre de Meuron (Herzog & de Meuron) _ Cité de l’Architecture et du Patrimoine _ 1, place du Trocadéro – Paris _ www.citechaillot.fr.

Conférence _ 21 gennaio 2010, 19:00h.

Come concepire e realizzare la città di questo inizio di secolo, i cui abitanti si mostrano avidi di natura, inquieti nei confronti del benessere? Isolato dal resto di Lione grazie al fiume, alla ferrovia e ad un’autostrada, ma situato nel prolungamento del centro urbano, il sito de la “Confluence” si estende per 150 ettari tra place Carnet e la punta della penisola dove si congiungono Rhône e Saône. Il trasferimento e la cessazione di attività industriali e, più recentemente, del M.I.N., hanno messo in moto riflessioni sulla situazione urbana e dato avvio a progetti voluti dalla città a partire dai primi anni del XXI secolo. Mentre ormai la prima fase di tali progetti volge al termine, vengono già accolti i primi abitanti e resi disponibili ai visitatori gli spazi pubblici ai bordi della Saône. Contemporaneamente prende avvio la seconda fase, affidata allo studio Herzog & de Meuron, in collaborazione con il paesaggista Michel Desvigne, che si focalizzerà ancor di più sugli spazi pubblici e su quelli di congiunzione-separazione tra il costruito ed il verde. Nei 24 ettari a disposizione, si scivola dolcemente dal fronte costruito sul Rhône, verso gli spazi naturali degli argini della Saône e la punta della penisola. I dolci camminamenti, la creazione di passerelle che assicurano i legami con i quartieri circostanti (Gerland, grand Sud_Ouest) vanno ordinando un programma di alloggi, uffici, commerci ed esercizi pubblici. Questa città percorribile a piedi, lo spazio dei fiumi assurto ad elemento urbano, l’innervamento della “Confluence” attraverso i trasporti pubblici, l’inclusione di questo territorio in quello della metropoli, lo studio accurato dell’involucro degli immobili e del minimo irraggiamento solare garantito degli alloggi: sono elementi del genere che vanno comporre la partitura di un’urbanistica vicina ai bisogni e all’utilizzazione da parte degli abitanti. Una città che, secondo il parere del sindaco Gérard Collomb, riflette le ambizioni di Lione.

 

Expérience de paysages _ Pavillon de l’Arsenal _ 21, bd Morland - Paris  www.pavillon-arsenal.com.

Conférence _ 30 gennaio 2010, 10 :30h.

Durante cinquant’anni di lavoro serrato, gli architetti di paesaggio hanno costituito un corposo carnet di esperienze. Questo mezzo secolo costituisce una prospettiva insostituibile nell’acquisizione di valore da parte di quei paesaggi che sono stati oggetto dei loro studi proprio grazie ai limiti temporali in cui tali trasformazioni si sono realizzate. Sarebbe di grande utilità per gli attori del paesaggio contemporaneo di trarne preziosi insegnamenti. Questo è il fine che la Fédération Française du Paysage si è posta organizzando questi incontri. Interverrà il paesaggista Alain Provost.

 

Un dimanche, une œuvre _ Centre Pompidou _ place Georges Pompidou – Paris _ www.centrepompidou.fr.

Conférences _ 24 gennaio 2010, h 11 :30.

Questo ciclo di conferenze si incentra di volta in volta su un artista ed un’opera in particolare, presente nella collezione del Musée National d’Art Moderne, analizzata da un artista, un collezionista, uno scrittore o un critico d’arte.

Il 24 gennaio sarà la volta di Nil Yalter, verrà analizzata un’opera video in cui l’artista trascrive sul suo ventre con un pennarello nero un testo del poeta e filosofo René Nelli.

 

Via Design 3.0 _ 1979-2009. 30 ans de création de mobilier _ Centre Pompidou _ place Georges Pompidou – Paris _ www.centrepompidou.fr.

Exposition _ 16 dicembre 2009-1° febbraio 2010.

Per i trent’anni di Via (Valorisation de l’innovation dans l’ameublement), il Centre Pompidou propone la mostra « Via Design 3.0 », presentando una quarantina di prototipi scelti tra i pezzi più rappresentativi del design francese e concepiti nel corso degli ultimi trent’anni. E’ un’occasione per scoprire le prime realizzazioni di Philippe Starci, Martin Szekely, Jean-Paul Gaultier, Ronan e Erwan Bouroulec, Matali Crasset, Mathieu Lehanneur, François Azambourg, Philippe Rahm… oltre ad altri pezzi di Gaetano Pesce o ancora di Anurée Putman. Saranno anche proiettati video che testimoniano lavori contemporanei di design, per sottolineare la costanza nel tempo di questa forma d’arte e svelare i giovani talenti di oggi e di domani. Gli inizi di Via coincidono con l’emergenza dell’ «economia dell’immateriale», un’economia che non risponde più unicamente alle esigenze della produzione, ma a quelle del valore aggiunto generato dalla creatività, l’innovazione, il marketing, l’immagine… Nata per volontà del settore industriale dell’arredamento, Via ha anticipato la funzione che le attività legate alla concezione e alla creatività hanno occupato nel processo di «crescente estetizzazione della vita ancorata al consumo di massa» (Yves Michaud). Ma questo modello economico che tende verso l’immaterialità – oggi in crisi – non ha più di tanto dematerializzato i nostri oggetti del quotidiano, di qualità sempre più spesso scarsa, più ingombranti e “proliferanti” che mai, ed al tempo stesso ha dato vita ad un’economia del “gettabile”, che ci coinvolge verso una «traiettoria di collisione frontale con i limiti geologici del pianeta» (Daniel Cohen). Dopo trent’anni di esperienza, Via approfitta di questa esposizione per riconsiderare e dare una svolta alla sua missione nella prospettiva di un mondo futuro. Per far ciò, farà appello a personalità illustri dell’economia, delle scienze umane, delle tecniche e del design. (Conférence: Centre Pompidou, 18 gennaio 2010, 14:00-18:30h

 

AFORISMI RISTRUTTURATI di Diego Lama

 

Non è l’uomo a fare la città, è la città che fa l’uomo

 

Idee senza forma annoiano quanto forma senza idee

 

La sua principale opera divenne un’icona gay

 

Più grande sarà la tua casa, più piccolo sarai tu

 

La sua architettura fu ignorata dal mondo così come il mondo fu ignorato dalla sua architettura

 

CRONACA E STORIA di Arcangelo Di Cesare

 

Dicembre 1959-Gennaio 1960

Nelle rubrica “lettere al direttore” arriva una segnalazione riguardante la possibile demolizione delle Watts Towers di Los Angeles costruite a tempo perso da Simon Rodilla.

Ma chi era Simon Rodilla? Era un muratore nato a Roma nel 1879 e trasferitosi all’età di 12 anni a Los Angeles; cominciò a costruire sperimentalmente nel 1921 questo singolare edificio-scultura, che  vagamente ricordava le opere del genio catalano Gaudì.

La torre era costituita da una intelaiatura di acciaio, pietra e cemento lavorata a filigrana su cui erano intarsiati vari materiali di recupero quali fondi di bottiglia, cocci di porcellana e pezzi di vetro.

La torre manifesto dell’Hand-made tipicamente americano, sopravvisse alla demolizione e a violenti terremoti della falda di San Francisco per essere dichiarata monumento nazionale; Simon Rodilla, invece, morì nel 1965 all’età di 86 anni, povero, in disgrazia e del tutto indifferente alle sorti delle torri che ancor oggi portano il suo nome e sono il simbolo del distretto residenziale di Watts.

L’editoriale della rivista e’ incentrato sulla nascita dell’Istituto Nazionale di Architettura avvenuta sul finire del 1959; l’istituto nacque nella speranza di spezzare i cerchi corporativi che separavano ingegneri, architetti, costruttori, industriali, critici e cultori di architettura, lanciando un ponte tra produttori e consumatori. Doveva essere un luogo di incontro, di convergenze e di leali dissidi, tra economia e cultura, affinchè l’economia non restasse solo bruta speculazione e la cultura non servisse solo a consolare.

All’alba degli anni ’60, e precisamente il 26 ottobre 1959 alle ore 18,22, l’impostazione dell’istituto era definita: l’Istituto Nazionale di Architettura non doveva essere un‘impresa romantica per figli e nipoti, era per l’oggi, perchè tra 10 anni ci si senta più felici, più civili, più utili e fare l’architetto torni ad essere, per ciascuno, ragione di orgoglio.

Nel 2009 l’INARCH ha compiuto 50 anni….anni divisi tra il partito del fare ad ogni costo (a discapito della qualità) e il partito del non fare a priori (a favore della valorizzazione del “niente”), anni in cui si e’ scelto di eliminare la Direzione Generale per il Paesaggio, l’Architettura e l’Arte contemporanea dal Ministero dei Beni Culturali, anni in cui le gare d’appalto si vincevano col massimo ribasso a discapito della qualità architettonica, anni in cui i progetti di architettura erano visti come servizio e non come opera di ingegno……..anni in cui possiamo dire, con molte certezze, che fare l’architetto non è stato motivo di vanto……anzi……..

A volte ritornano……………Nell’ultimo numero della rivista olandese A10, nella rubrica “out of obscurity” viene presentato un edificio per uffici a Roma opera congiunta dello studio tecnico architetti Calini e Montuori e dell’Architetto Adalberto Libera; cinquant’anni prima la rivista L’Architettura cronache e storia presentò l’opera appena realizzata.

L’edificio sorge a via Torino in un lotto irregolare ad angolo con via Balbo e via Urbana; il momento creativo della composizione è da ritrovare nella geniale sintesi tra lo schema distributivo e lo schema strutturale con maglia triangolare.

Concettualmente l’edificio fu costituito da un  parallelepipedo compatto scavato verticalmente  all’interno per creare chiostrine, cavedi, tubi di aria e di luce; attorno a questi vuoti si aggrapparono tutti gli spazi di servizio consentendo di liberare i 4 fronti esterni che furono destinati agli uffici.

E fu all’esterno che si creò quella insuperata partitura orizzontale composta, con un misuratissimo accordo cromatico, dalle lamiere smaltate e dalle lamelle orientabili e sollevabili aventi funzione di brise-soleil.

Ancor oggi, passando sotto l’edificio, si respira la modernità lieve e vibrante di questa architettura che più di ieri si ambienta nel vecchio quartiere.

All’interno del fascicolo troviamo la presentazione di uno degli ultimi lavori di Richard J.Neutra, la villa Donald M. Cole a La Habra in California; ad accompagnarla un saggio dello stesso autore sottolinea le qualità di ascolto che ogni architetto dovrebbe avere prima di affrontare qualsiasi tema. E lo fa attraverso il paragone con il lavoro del dentista: egli deve visitare singoli pazienti, aprire bocche individuali, osservare denti, diagnosticare su personalissime cavità e appropriatamente riempirle. Questo dentista, mediante un accurato procedimento induttivo, riscontrerà denominatori comuni e determinerà scientificatamente ampi gruppi di controllo.

Così come il dentista, l’architetto dovrà progettare piccoli edifici individuali, tenendo conto delle singole problematiche, offrire valide soluzioni e trarre la forza per poter affrontare progetti di massa quali teatri, ospedali etc.

Essere educati a questo compito da fisiologo ci aiuterà ad affrontare qualsiasi tema di architettura al centro del quale ci sarà sempre l’uomo.

Come nel caso dell’unità di abitazione studiata dall’Architetto Renato Severino, una piastra orizzontale di dimensione 176 mt x 140 mt. poggiante su tre grossi pilastri, alti 25 mt., che contenevano gli impianti tecnici e meccanici, nonché le scale e gli ascensori di accesso.

Un approccio differente a quelli adottati nello stesso periodo, che svincolando dal terreno le abitazioni, contribuiva a riguadagnare lo spazio pilotis sottostante ad attuava quella continuità  spaziale e fluida, da sempre meta degli architetti.

La piastra conteneva 125 alloggi, tutti attrezzati con patio e terrazza-solarium, e poteva ospitare 800 persone; al centro della piastra c’erano i servizi comuni: spaccio,nursery, e palestre.

Se nel 1959 partecipavi al concorso anonimo per il monumento alla brigata Sassari, avevi tempo,per la consegna degli elaborati, fino al 15 aprile 1960, e in caso di vittoria guadagnavi 1.000.000 di lire …………………………………….pardon 516,45 euro.

Architetto Arcangelo DI CESARE www.xxl-architetture.com

Mail: a.dicesare@xxl-architetture.com, archang@libero.it

 

INTERMEZZO di Edoardo Alamaro

 

Miracolo a San Giacomo

“Si ricomincia la prox settimana: Memento, moment: scadenza presS/Tletter 20 gennaio ore 18. Grazie e a presto. Lpp”. E’ Lui, me l’aspettavo, lo attendevo, lo temevo, Lpp il mio grande tentatore on line. Io penso sempre, ogni settimana che scorre veloce: “basta, smetto, non ho più PresS/Temp, non mi diverto più!”

E poi puntualmente ci ricasco, lo scrivo, l’Intermezzo lungo. Che è iniziato come un gioco e poi invece l’Eldorado è diventato il mio compagno di giochi di parole parà-edelizie. La mia ombra improbabile, l’altra parte di me. Come Totò e il principe De Curtis, fatte le debite & le cambiali differenze.

Ormai la mia vita è diventata tutto un intermezzo, un quiproquo, un calembour. Un equivoco, molto equivoco. Trame e canovacci di commedie nostre gergali, prassi all’italiana. Specie da quando faccio (per campare e arrotondare le mie povere entrate) il Capostrapp. Qui all’a/sessorato all’edilizia e centro istorico del Comune di Napoli. Gestione Rosetta in bel fiore. (E chi ha avuto ha avuto, chi Od-dati ha dati!, nda).

Ma noi siamo puri, trasparenti, senza macchia, giuro! Illibati  & tecnici, verginali e scandalosi nel mondo politico che ci è Oddati da vivere. Non abbiamo manco una lira di budget. Ci paghiamo da noi i cafè e le sereticce brioche comunali. A pranzo andiamo alla mensa dei poveri (ma con vista panoramica). Qui vicino, alla BNL, in un bel palazzo di Brasini, anni trenta. Camuffati e anonimi a-sessorati, senza attributi politici evidenti.

Il Bel fiore purissimo ha rifiutato pure & puro l’auto blu. A domanda risponde che non gli piaceva quel colore della magistratura, difesa preventiva. Non abbiamo avuto in cambio da Rosetta nemmeno l’abbonamento a Unico-Napoli. Nemmeno qualche biglietto omaggio comunale. E perciò andiamo virtuosamente a piedi. O con la mia auto blu contraffatto.

Insomma siamo proprio una schifezza d’assessorato. Presenti e operanti per il bene comune & Comunale a Napoli. Anche nelle recenti feste di Natale. Abbiamo brindato con un modesto moscato e un pand’oro finto d’argento. E all’Accademia del Gravina ci chiamano pure collaborazionisti! Traditori delle superiori ragioni dell’architettura, A maiuscola. (Provateci voi per ri-credervi, amici miei)!

“Assessò, siete un anomalo!” ha esclamato nei giorni scorsi (ri-giuro!) una navigata topolona di tanti passati assessori al ramo edilizio. Modello San Giacomo collaudato nei secoli. Una esclamazione piena e ri-pena di stupore, meraviglia e pietas.

E però da un anno siamo qui al San Giacomo, in diretta e in differita edificante. Per la nostra partita. Con qualche speranza e molta fede. Abbiamo infatti un santo protettore. Anzi una santa protettrice. Che però (o perà?) non è Santa Rosetta. Ma Santa Giovanna Antida Thournet, fondatrice delle Suore della Carità.

“E chi è?” direte voi, fannulloni miei dell’Intermezzo? Che c’azzecca con Napoli? Un momento, qui il miracolo, qui l’intreccio miracoloso. Qui la mano de Dios, ‘e cumbinazioni!! Vi racconto allora com’è andata. Non posso nascondervi nulla. Soddisfatti o rimborsati (da Lpp) per il tempo di lettura di “Miracolo a San Giacomo”.

Primo tempo. Scendevo quella mattina dall’ R/4. O dall’R/1, non ricordo ora esattamente. Scendevo proprio alla fermata che sta di fronte alla Posta centrale, quella tutta marmi fuor luogo del Vaccaro. Il quale ha pensato bene, a suo tempo, 1936, di aprire nella facciata dei grandi e profondi finestroni. Ottimi banchi di esposizione per la mercanzia di piccolo modernariato locale. Si ritrovano così curiosità, libri, teste di Duce, monete e cartoline. Poi caroline & marie-marì. Finanche vecchi progetti e attestati vari della Gravina. Poi medaglie fuori corso, ceramiche, foto e quant’altro di piccolo formato e piccole cifre da sborsare. Una tentazione per me. Specie quando c’è una lenza di sole d’accompagnamento all’acquisto veloce.

Non lo sapevo, ma ero sulla via della santità edilizia comunale. Verso l’incontro con una suora anoressica che stava sistemata in un vecchio quadretto senza valore. Anzi col valore di euro cinque. Dal sottoscritto pagati in contanti senza ricevuta a una simpatica sagoma di mezza età. Smilza e sorri-dente per dente.

L’avevo comprato solo per un particolare. Perché la monaca reggeva in mano un piccolo libro con sopra la scritta “REGOLA”. Parola che il Bel fiore assessore comunale esclamava a ogni piè spinto e spunto. E in una città come Napoli quelle invocate “Regole” erano pari a una dichiarazione di guerra santa. Uno scandalo in sé.

Per rincarare la dose, detto-fatto e manufatto, alla “REGOLA” io avevo aggiunto, su bordo inferiore dell’immagine fotografica: ASSESSORATO EDILIZIA NAPOLI. Ready-made in Naples rettificato. Arte applicata al luogo comunale.

Me la stavo piazzando sulla mia scrivania di capostrapp, quando mi fu sequestrata dall’assessore in persona. La volle per sé, d’autorità, per la sua scrivania. Gliela cedetti senza porre resistenza. Anzi con piacere. Ero stato apprezzato, finalmente!

Apposi sul verso, all’uopo, questa dedica: "Al professore cattedratico Pasquale Bel fiore, assessore all'edilizia con tutte le carte in Regola d'arte". E così, dal 29 aprile 2009, la monaca anoressica sta lì, sulla sua capa. E lo regola in ogni Suo santo atto amministrativo. Con indubbio e pubblico beneficio, com’è noto e notorius a tutti.

L’insolito e malandato quadretto ha destato sorrisi e consensi. Ben bilanciato del resto, dall’equilibrato nostro assessore, da una stampa socialista d’epoca. Esattamente del 1947, pre fronte popolare: cinquantenario dell'Avanti PSIUP. Il tutto sovrastato da poi un mio cubitale ripescaggio d’uso. Un prelievo dagli anni cinquanta: “VIETATO FUMARE”. Opera d’arte poppeggiante poco vissuta e partecipata dal pubblico, nella sua pratica applicazione. 

E così signori e monsignori, parroci e consiglieri di ogni parrocchia di partito s/partenopeo hanno gradito, apprezzato la REGOLA. Tranne un laico, un uomo di scienze, un gran chirurgo amante dell’arte che ironizzò legando quella santa scritta alla nota visita mensile femminile. Regola naturale, anche monacale.

Ma l’opera d’arte, come del resto il nostro a-sessorato in bel fior, è sempre aperta. E ogni interpretazione ci appartiene. E ci interessa. (Vedi alla voce: manifestazioni di interesse, nda). Del resto “non possiamo non dirci progettisti cristiani”, diceva Croce che stava di casa e studio nel centro storico. Centro e centrillo antico che è l’ossessione d’infanzia che mi unisce al mio antico amico assessore. Santa Giovanna Antida Thournet, fondatrice delle Suore della Carità, aiutaci! Ti prego, nun c’abbandunà!! Ma noi non la conoscevamo, la nostra santa protettrice. Per noi quella del quadretto a-sessorato era una monaca come tante!

Ma un bel giorno, qui inizia il secondo tempo di “Miracolo a San Giacomo”, apparve in quella grigia stanza comunale un sant’uomo, il parroco di Miano. Che non è Miami, ma un sobborgo sofferente di Napoli-metropoli. Un prete molto immerso nel sociale, animatore di cooperative sociali e del terzo settore. Egli identificò subito quella suora. Su mio esplicito invito scrisse poi di suo pugno: “Trattasi di Santa Giovanna Antida Thournet, fondatrice delle Suore della Carità, con Casa al Monastero di Regina Coeli …” Firmato: Carlo De Angeli, 9 novembre 2009.

Aggiunse poi, a voce, che Giovanna Antida, ai suoi tempi, era stata una monaca molto innovativa. Che era francese. Che era venuta a Napoli nel 1810. Su invito di Gioacchino Murat, sulla punta di quelle baionette rivoluzionarie. Che Murat & Giovanna intendevano riformulare l’assistenza tradizionale cristiana, in un rapporto nuovo con lo Stato, … Insomma una monaca proprio da centro-sinistra, quasi una Rosetta col bel fiore in mano. “Caspita!”, mi dico, mi compiaccio: “Che occhio di capostrapp al centro storico che hai, Eldorà!!”

Terza puntata di “Miracolo a San Giacomo”. Scorrevo come al solito, velocemente, la rassegna stampa nostra, l’aziendale comunale. Per aggiornarmi sulla politica-politicante napoletana. Ma soprattutto alla ricerca di notizie del bello, curioso e inutile nella nostra città. Ritagli che poi stampo e conservo in apposita cartellina.

Incrocio una colonnina del “Corriere del Mezzogiorno”: Occhiello: La Processione. Titolo: “Santa Giovanna nella cappella di San Gennaro”. Essendo uomo di chiesa borde-line, leggo avidamente: “Giovedì 14 gennaio per la prima volta il busto reliquario di Santa Giovanna Antida Thournet, fondatrice delle Suore della Carità, verrà deposto nella Cappella del Tesoro di San Gennaro. La processione partirà alle 16 dal Monastero di Regina Coeli nell’omonima piazzetta del centro storico. Attraverserà via Atri, via Tribunali e via Duomo per poi giungere in cattedrale. Alle 18 la celebrazione eucaristica …”

Leggo di nuovo: Santa Giovanna Antida Thournet. “Questo nome non mi è nuovo”, penso. “Ma fosse che fosse la nostra monaca, quella in Bel fiore?” Vado, stacco, giro il quadretto e leggo la scritta autografa redatta dal santo parroco di Miano. Tutto coincideva alla perfezione! E’ proprio lei: Santa Giovanna Antida Thournet, fondatrice delle Suore della nuova Carità dell’Ottocento murattiano.   

“Non posso non andare alla processione”, mi dico. Per continuità rivoluzionaria comunale. Come fare? Tutto però pare preordinato dalla mano di Dio. Che vede & provvede. Leggo infatti l’agenda degli appuntamenti d’assessorato: tutto bianco, tutto libero. Nel pomeriggio il Nostro deve andare infatti ad Aversa a fare il professore. E poi in Consiglio comunale si discute (e poi vottano) la sfiducia alla giunta di Rosetta. E io che c’entro? Noi siamo solo tecnici usa & getta. O no? E così sono andato alla processione della nostra protettrice del Centro storico di Napoli. Carità, nuova carità!!!

Stop per oggi. Già ho sbordato di brutto. Lpp lo metterà sul conto. Se volete partecipare anche voi alla processione del Grande Programma Centro Storico di Napoli; se volete anche voi esprimere una manifestazioni di interesse alla Santa architettura, per un bando d’accompagnamento edelizio, sintonizzatevi su questo Intermezzo, la prossima puntata, tra sette giorni. Lpp permettendo.

Un po' di pazienza e a presto, Eldorado

 

LIBRI a cura di Francesca Oddo

 

L’anima sensibile delle cose

Matteo Bazzicalupo e Raffaella Mangiarotti [deepdesign]

"L’anima sensibile delle cose presenta la mostra di Matteo Bazzicalupo e Raffaella Mangiarotti [deepdesign], che prosegue il ciclo dedicato al design italiano contemporaneo nello spazio del CreativeSet del Triennale Design Museum.

In mostra una selezione di progetti che documentano il lavoro di deepdesign, il cui percorso è guidato da un’intensa attività di ricerca sulle forme, le tecnologie e i materiali nuovi, che spesso tende ad una radicale rivisitazione delle tipologie.Matteo Bazzicalupo e Raffaella Mangiarotti non cercano novità formali o commerciali, ma si propongono la ricerca di un livello di reale invenzione, andando al di là delle aspettative industriali.

Prendendo a modello le dinamiche del mondo naturale, la ricerca di deepdesign mira all’incontro tra complessità funzionale e organicismo formale per arrivare ad una pura economia della forma. Bazzicalupo e Mangiarotti disegnano strumenti al servizio del quotidiano, efficienti e innovativi ma al contempo dotati di straordinaria eleganza. Oggetti non solo sinceri e misurati, ma anche cortesi, rispettosi dell’uomo e sensibili nel modo di rapportarsi.

Dalla lavabiancheria Pulse alla lampada da terra Dandelion al Flat piano (un originale ibrido tavolo-pianoforte), i loro progetti sono caratterizzati da forme concise, morbide e prive di ridondanza." (Electa)

La mostra rimarrà aperta fino al 17 gennaio 2010.

A cura di: Cristina Morozzi. Editore: Electa. Anno: 2009.

 

Andrea Giunti. La nuova architettura sociale

"L’housing sociale è oggi un tema di grande attualità. Ma già per tutto il ’900 si sono avuti nel campo dell’edilizia sociale in Italia importanti esempi urbanistici e di architettura di qualità, che di volta in volta a mutate condizioni economiche e sociali hanno saputo dare risposte al problema abitativo per le classi meno abbienti. L’architettura sociale si sta adesso evolvendo sotto l’impulso delle nuove opportunità offerte dalla liberalizzazione controllata del mercato e dall’incontro tra pubblico e privato. E lo si percepisce anche in una sempre maggiore attenzione alla sfera cittadina, al fare comunità attraverso la riqualificazione ambientale, l’integrazione sociale e la spinta allo sviluppo economico.

S’inquadrano in questo contesto gli edifici progettati da Andrea Giunti a Roma che ci offrono la possibilità di penetrare alcune peculiarità della moderna architettura sociale: innanzitutto la riconoscibilità nella reinterpretazione dei caratteri dei luoghi e della tradizione del moderno, che veicola leggibilità nel forte legame tra funzione e forma; l’attenzione all’ecosostenibilità e all’inserimento ambientale, anche attraverso l’utilizzo della vegetazione come materiale da costruzione; la partecipazione dei futuri abitanti alle scelte progettuali.

E sulla partecipazione si sofferma Sergio Baldini nel suo saggio introduttivo, una genesi delle politiche e normative per la casa narrata in prima persona da uno dei padri dell’architettura convenzionata. Ma è nella suggestiva rilettura dell’espansione cittadina capitolina ad opera di Antonella Greco, che si evince l’importanza dell’architettura sociale nell’ambito della moderna architettura italiana, sviscerata a partire da una citazione di Pasolini. Quanto è cambiata la periferia romana e come ha acquisito concretezza l’abitare il moderno? Vi s’interroga anche Mario Cerasoli ripercorrendo i piani regolatori, il disegno della crescita urbana, l’influenza dell’automobile, l’affermarsi dello sprawl. Un degrado da sfidare con la qualità architettonica, magari ricorrendo come volano alla nuova architettura sociale." (Stefania Pettinato)

Autore: Stefania Pettinato. Editore: 24 ORE Motta Cultura. Anno: 2009. Pagine: 112. Prezzo: € 44.00

 

RECENSIONI E COMMENTI

 

Pierfrancesco Elberti: Recensione a Demoliamoli

A.Castagnaro, M.Iuliano(a cura di), ”Demoliamoli”, Paparo Edizioni, Napoli, 2009.

 

“Demoliamoli”.Titolo di un concorso fotografico ideato da Francesca Cerami e organizzato da aniai Campania e Archivio Fotografico Parisio con il contributo dell’Ordine degli Architetti di Napoli e Provincia e la partecipazione del Fondo Ambientale Italiano; conclusosi con la mostra che ha esposto le fotografie dei vincitori e questo catalogo curato da Alessandro Castagnaro e Marco Iuliano.

Un’iniziativa dal titolo provocatorio che ci spinge a riflettere sul lassismo generale dell’opinione pubblica, ma non solo, che ha permesso all’urbanizzazione e all’edilizia in Italia, ed in particolar modo in Campania, di sfregiare il nostro territorio. L’Italia è costellata di brutti edifici così come di opere infrastrutturali “sbagliate”,spesso rimaste incompiute, che ormai si sono mescolate con le infinite bellezze del paesaggio, deturpandolo. Il concorso ha voluto scuotere lo spitiro critico generale,sensibilizzando l’opinione pubblica, con lo scopo di non far perdurare l’indifferenza che ci ha caratterizzato in tutti questi anni. Allora le domande che sorgono sono: cosa farne di questi “mostri”? Demolirli o forse lasciarli lì al loro posto? Conservarli come monito, monumenti alla memoria dell’errore, lasciarli ai posteri per un futuro,prossimo o remoto, progettato in maniera più consapevole e responsabile. Come scrive Marco Magnifico,Direttore Generale Culturale del FAI, nel suo intervento: « il paesaggio urbano viene sfigurato dalle concessioni prima che dagli interventi ». L’abusivismo sfrenato è stato avallato dalle politiche senza scrupoli tanto quanto dalla totale indifferenza di quanti avrebbero dovuto almeno protestare, e che invece hanno assistito silenti alla distruzione del patrimonio naturale che gli appartiene di diritto. Allora, in questo modo e con questo atteggiamento, il paesaggio con l’apporto dell’architettura che lo ridisegna smette di essere “l’arte più democratica di tutte”, come diceva il grande viaggiatore e fotografo d’architettura d’inizio secolo Robert Byron.

Ecco il perché di un concorso fotografico aperto a tutti e non solo agli “addetti ai lavori”. La fotografia può configurarsi come quello strumento che supplisce le discipline tradizionali nell’osservare e decifrare lo spazio a noi circonstante. La pratica fotografica in particolar modo ha il potere di restiruire senso ai luoghi e ai paesaggi più mediocri della contemporaneità e anche,come è già avvenuto, del passato. In questa ottica si inseriscono le fotografie di Pietro Masturzio,meritato vincitore del concorso, che ha dato un taglio dal sapore amaro e allo stesso tempo ironico alle sue prospettive sull’ecomostro in cemento armato sulla spiaggia di Alimuri a ridosso della parete di roccia tufacea della costiera sorrentina.

In un altro campo, lontano dall’architettura e dalla fotografia, Albert Einstein diceva:«non smettete mai di chiedervi perché». Allora continuiamo a chiederci perché, com’é stato possibile arrivare a questo punto? Non bisogna lasciare che i nostri occhi si abituino definitivamente a questi scempi, ma fare in modo che siano sempre pronti a scorgerli e denunciarli, così che magari in un futuro non vengano commessi  gli stessi errori. Questo è il proposito su cui i cinque scritti che introducono il catalogo ci spingono a riflettere, affrontando il tema da punti di vista diversi: l’abusivismo, la cementificazione, l’importanza di una progettazione responsabile, la deturpazione del paesaggio e la fotografia come occhio critico e strumento di denuncia; mentre le fotografie raccolte, tra menzioni e vincitori, documentano gli “errori” sparsi in tutta la Campania, dalla costiera amafiltana al golfo di Pozzuoli, passando per i centri storici di Napoli e Salerno.

Pierfrancesco Elberti

 

IDEE

 

Alessandro Nieddu: Siccome che noi italiani siamo più speciali

Noi italiani siamo un popolo davvero speciale. Come si chiedeva la Gabanelli in una delle ultime puntate di Report c’è solo da capire in cosa siamo speciali. Cosa ci consente di fare le cose in modo assolutamente diverso dagli altri popoli della terra, sempre in modo specifico, differenziandoci  sempre. In modo speciale.

Abbiamo i mezzi, soprattutto economici, meno quelli culturali, al pari delle altre grandi nazioni europee, occidentali, per tentare di creare  quel che si dice un mondo migliore, soprattutto un mondo migliore da lasciare a chi verrà dopo di noi. Perché c’è da dire che chi già c’è ha davvero poco da sperare.

 Nel mondo dell’architettura e delle costruzioni in generale, un po’ dappertutto in Europa e nel mondo, ci si prodiga per  trovare le giuste soluzioni che consentano una maggiore sostenibilità degli edifici. Le pubbliche amministrazioni rendono obbligatorio risparmiare energia  attraverso l’uso di fotovoltaico, solare termico, energia eolica; in alcune città europee è reso obbligatorio rendere alla terra in copertura, ciò che gli viene sottratto a suolo, con tetti verdi che migliorano decisamente la vivibilità circostante dell’edificato; camini a vento, camini solari, atri bioclimatici, sistemi a serra per catturare l’energia solare quando serve e via dicendo con soluzioni più o meno sperimentali.

Ovviamente essendo il paese con il maggior patrimonio artistico a livello mondiale noi non possiamo  operare come tutti gli altri. Dobbiamo relazionarci con il territorio circostante, con il patrimonio storico: quindi il fotovoltaico va utilizzato con una certa parsimonia perché non è ciò che viene considerato qualcosa di bello, è un materiale brutto e và nascosto, bisogna fare in modo che non si veda dalla strada o dagli edifici vicini, poco importa se così facendo non serva utilizzarlo, o serva poco. Lo stesso vale per il solare termico, figurarsi per l’eolico. Se solo il  progettista prova a ragionare dell’inserimento dell’eolico nel territorio, e non solo per quanto riguarda le macro-pale ma anche le micro-pale (ciò che sta facendo la ricchezza della Danimarca) diventa un nemico del paesaggio, del territorio. Poco importa se il territorio in questione sia caratterizzato da desolate periferie urbane, suburbane  o meglio da uno slum urbano senza ragione di essere, nato dalla speculazione edilizia più greve. Guai sia a modificare qualcosa della abituale percezione visiva del popolo che abita la nuova Italia da terzo mondo in cui siamo immersi fino al collo.

Le nostre città hanno una loro tradizione, radicata nella storia, così che anche i nuovi quartieri la riprendono e se ne fanno portatori. Che ci “azzecano “ i sistemi energetici di vario tipo con la nostra mitizzata  tradizione, i tetti verdi con le colonnine delle balconate, i sistemi a verde pensile con le balaustre in ferro battuto dei nostri geniali artigiani.

Noi essendo così speciali abbiamo la nostra tradizione altrettanto speciale a cui aggrapparci, senza rincorrere queste mode volatili che vorrebbero farci diventare un paese moderno con città civili. Ma figurarsi, ci basta il nostro immaginario collettivo che ci riverbera le immagini di bellissime e antiche città in cui vivere e sempre poco importa se in realtà abitiamo a Torpignattara,  a Lunghezza o al Torrino.

Ripetiamo tutti insieme, che così ce ne convinciamo (anche perché bisogna essere pro-positivi): noi italiani siamo speciali e per questo facciamo tutto in un modo speciale. Le nostre peculiarità culturali ci consentono di trasformare quella che può divenire una rivoluzione verde  a livello mondiale, nella più grande speculazione edilizia a livello nazionale, o sarebbe meglio dire nell’ultima, ulteriore speculazione e deturpazione del territorio. Quando un progettista prova a realizzare un edificio che vorrebbe un qualche crisma di sostenibilità che fa? Ci mette le serre captanti. Perché?  Perché funzionano bene in Italia? Manco per niente! Semplicemente perché non cubano! Non importa nulla se funziona male, se per farla funzionare in modo adeguato sia necessario spendere forse più di quello che ci fa guadagnare; la cosa importante e che, quasi certamente, potrebbe far guadagnare superficie alle nostre abitazioni. E magari permetterci un maggior frazionamento interno.

Girando per Roma si vedono le pubblicità dei primi edifici sostenibili realizzati, o in via di realizzazione ma già belli pronti da essere venduti a prezzi ovviamente giusti per le tasche di chi realizza. Vediamo un progetto per il quartiere di  Casalbertone:  se un cittadino prova a chiamare per avere informazioni sulla succulenta proposta  si imbatte in appartamenti di vari tagli ( più corretto sarebbe parlare di un taglio architettonico da dittatura sudamericana anni ‘50) con diverse soluzioni distributive ma con una caratteristica in comune: tutti gli appartamenti hanno una serra bioclimatica. Che bello! Finalmente anche a Roma si abita sostenibile! La gentile ragazza al telefono fa notare che questa è la caratteristica principale dell’edificio, serre da tutti i lati, a sud come a nord a est come a ovest, insomma … più serre per tutti.

Lo stesso si ripete per un altro sistema ben utilizzato, quello dell’atrio bioclimatico. Quando un progettista o più spesso il costruttore fa realizzare un gran bell’atrio bioclimatico nell’edificio di prossima esecuzione, ovviamente lo fa verificando che funzioni in modo adeguato soprattutto dal punto di vista … della cubatura. Altrimenti chi se ne frega, va tutto a nespole e mandarini.

Speriamo anche che non capiti mai che le amministrazioni pubbliche di turno richiedano agli speculatori ,..ops scusate, costruttori di turno (ogni tanto viene fuori un insulso linguaggio comunista) il rispetto seppur minimo dei nuovi criteri che imporrebbe una  edificazione sostenibile.

Meno male che c’è, c’è stato e ci sarà, Caltagirone a realizzare la città d’arte del futuro, la nuova Roma.

Poi non sia mai che qualcuno venga interessato da un ragionamento sulla sostenibilità sociale di alcuni comportamenti, soprattutto da parte di queste categorie di professionisti più illuminate.  Siccome che noi italiani siamo speciali, un popolo di santi, poeti, navigatori, mercanti, artisti e …  architetti, questa stessa è una delle  professioni più ambite perché con il maggiore prestigio sociale che ovviamente corrisponde al maggiore ritorno economico per chi la pratica.

E’ per questo motivo che gli appena laureati in architettura vengono strapagati …..(si a volte si, è successo, lo visto fare personalmente .. lo so, sono solo alcuni fortunati)  la bellezza di 400/500 euro al mese. E’ giusto, non si può pretendere di ricevere quanto un normale impiegato/operaio di un qualsiasi altro mestiere che oltre tutto lavora le sue otto ore e basta. Dopo due anni dalla laurea si arriva fino a 800/1000 euro al mese, e si continua così per anni, come un  gran bel passo in avanti considerando gli affitti  degli appartamenti … a cui magari si è contribuito a realizzare. Ancora una volta con un ulteriore fortuna, per noi architetti,  quella di lavorare un infinità di ore senza ricevere niente in cambio, ma solo la consapevolezza che ti da il tuo capoufficio di non capire un emerito perché sei con poca esperienza.

Bene non c’è che dire facciamo parte di un elite intellettuale/artistica/professionale che sa il fatto suo, capisce di sostenibilità architettonica, sociale e culturale. Questo ci può dare un gran conforto per il futuro . Meno male che è già finito, questo futuro.

Alessandro Nieddu

 

SGRUNT a cura di Marco Maria Sambo

 

Super Malfatti

“La vita è un cantiere a cielo aperto” è il titolo del favoloso libro illustrato di Roberto Malfatti. Una pubblicazione che raccoglie vignette e che descrive la vita, l’arte, l’architettura. Un libro da non perdere. Sconsigliato solamente ai permalosi. Proprio così. Perché Malfatti dipinge, attraverso le sue bellissime vignette, il perfetto ritratto dell’architetto contemporaneo: dall’archiarredatrice all’archidark, dall’arcompagno all’archisuperstar, dall’architettacomunàl all’archirealsovrintendente, dall’archibioclimatica all’archiminimalista.

 

Insomma, ce n’è per tutti i gusti: dalla descrizione delle tipologie professionali alle vignette a tema fino a giungere alle storie illustrate che descrivono l’architettura, l’estetica, la forma, la funzione ecc.

 

Le vignette di Malfatti sono meravigliose metafore grafiche che descrivono la vita, con tratto leggero e profonda eleganza.

 

Dunque, un consiglio: uscite subito e andate a comprare questo libro. Non ve ne pentirete. Ma fate molta attenzione. Leggere “La vita è un cantiere a cielo aperto” è assai rischioso per la salute: non si smette un attimo di ridere. Provare per credere. Ma giunti alla fine, osservando un cagnolino che dorme sulla cima della sua cuccia costruttivista, vi sentirete meglio, sorridendo alla vita con leggerezza.

 

Questo è il link al libro di Roberto Malfatti:

http://www.build.it/catalogo_dettaglio.asp?ID=427

Buona lettura e Sgrunt a tutti.

(marco_sambo@yahoo.it)

 

MEDIA E DINTORNI a cura di Antonio Tursi

 

Perché Facebook va in campagna

Gli utenti di Facebook si stanno dando un gran da fare per comprare terreni, seminare frutta e verdura, allevare animali, raccogliere i prodotti, riuscire a primeggiare rispetto ai loro confinanti. In questo, brevemente, consiste Farmville, il nuovo gioco che simula la vita dei contadini e che accrescere l’appeal del maggiore dei social network.

Ma perché Farmville ha così tanto successo? In primo luogo, la simulazione della vita di campagna riattiva un desiderio archetipico di contatto ravvicinato con la natura, un desiderio già esposto in film come “Scappo dalla città” o sollecitato dagli spot del Mulino Bianco. Un desiderio assai consono al nostro tempo ecologico. In secondo luogo, Farmville rappresenta un modo di creare una comunità più ristretta (e di conseguenza, avvertita come più autentica) rispetto a una rete di contatti che ormai si è allargata molto al di là di quelli che si è disposti a riconoscere come amici. Rappresenta, quindi, un modo per riappropriarsi di Facebook stesso. In terzo luogo, questo gioco responsabilizza i giocatori: se non si semina mai, non si raccoglie mai; se non si effettua il raccolto nei tempi dovuti, i prodotti si seccano e vanno perduti; se non si aiutano gli altri contadini, non si può sperare in un loro aiuto e via di questo passo. Farmville richiede una partecipazione attiva e costante altrimenti si finisce con il far andare in malora il proprio appezzamento e, dunque, con l’uscire dal gioco così come accadeva con il Tamagotchi qualche anno fa. In definitiva, Farmville è uno di quei prodotti mediali che più sfrutta gli altri media e i bisogni da loro espressi, secondo quella logica che Bolter e Grusin hanno descritto come “remediation”.

antonio.tursi@gmail.com

[“L’espresso”, 14 gennaio 2010]

 

FRAME a cura di Channelbeta

 

"house o" di Jun Igarashi

About the Site

The site sits in Northern Japan, in a small city of Eastern Hokkaido with a mere population of 7000. The forestry industry has been lasting since long ago, however depopulation advances while the factory industry declines. The house sits on a large site of about 2000 square meter in such a city. Building density in the area is very low, a unique cityscape in Japan. To the East, across the street, there is a wood factory, to the West, a hospital. The house has quite a distance from the nearest neighbors sitting to the South and North making it difficult to draw from the context.

 

The Program

For the couple who will be residing here, the basic program is placed in; entry foyer, entry storage, family room, kitchen, guest room, bedroom, side room, wash closet, wash room, and bath. The residents do not want to feel the eyes of the passer-bys and that there is no difference in floor level.

 

The Project

As we begin our studies with the given condition, a rational square plan is constructed with the rooms fitted into the plan. However, we realize that this method creates extra circulation corridors and orients rooms and views in an irrational manner. The smallest plan of each program is cut out to be placed in a location and orientation that is favorable[...].

http://www.b-e-t-a.net/~channelb/projects/072junigarashi/index_eng.html

 

SEGNALAZIONI

 

European Prize for Urban Public Space

Dear Luigi Prestinenza Puglisi

I write to you to ask you to spread the 2010 European Prize for Urban Public Space (http://www.publicspace.org <http://www.publicspace.org/> ) among your colleagues and networks in Italy, and would be fantastic if you could to publish it in the website http://www.presstletter.com/ <http://www.presstletter.com/>

This is a European architectural award that aims at fostering and recognizing the political dimension of public space, as well as its capacity for social inclusion. It is promoted by the Center of Contemporary Culture of Barcelona, with the collaboration of The Architecture Foundation (London), the Netherlands Architecture Institute (Rotterdam), the Architecturzentrum (Vienna), the Finnish Museum of Architecture (Helsinki) and the Cité de l'Architecture et du Patrimoine (Paris).

Please bear in mind that the deadline to submit works finishes next 29 January 2010. We would be very pleased to strengthen Italy’s presence in the Prize!

Thank you very much for your time. I look forward to hearing from you.

Kind regards,

Cristina Mañas

 

Petizione proposta dalla Facoltà di Architettura di Sassari

Cari amici, vi inoltro una petizione che la facoltà di architettura propone per sensibilizzare tutti sul problema dell'annullamento dei fondi regionali dedicati alla facoltà in quanto sede decentrata dell'ateneo sassarese

http://www.petizionionline.it/petizione/architettura-ad-alghero-per-sempre/478

spero che possiate firmare tutti

grazie

Luca Peralta

 

LETTERE

 

Guido Incerti: Renderizzo ergo Sono

Buongiorno LPP,

A nEmoGruppo, ultimamente, arrivano abbastanza CV e questa cosa mi ha fatto riflettere sui curriculum che ci arrivano. Nessuno di questi si propone specificatamente come Architetto per lavorare in uno studio di architettura..(non necessariamente con una super preparazione teorica etc..), ma tutti mettono l'accento sul fatto che sono bravi renderisti, grafici etc...etc..( anche quando si indirizza il CV a studi giovani che dunque già possiedono di default, oggi, certe conoscenze e tecniche rappresentative). Nessuno mette l'accento sulle capacità progettuali precedenti allo stato preliminare, definitivo etc.....Tutto punta solo sulla visualizzazione...sembra che, se non si è capaci di fare un render, tu non sia un Architetto.....(la storia pare dimostrare il contrario).

Renderizzo ergo Sono.

E l'altra domanda che mi sono posto è: ma gli studi di architettura oggi cercano per lo più renderisti o anche qualche Architetto. Nel senso c'è il coraggio di investire su un bravo architetto che non necessariamente è un bravo renderista?

Allora perchè, e qui provoco, non cambiare il senso del corso di Laurea?

Da corso di Laurea in Architettura a Corso di Laurea in Visualizzazione Architettonica. (Senza un bel render si vincono ancora i concorsi?? Si convincono ancora i clienti?? Sembra che si sia tornati all'accademia

dell'imbellettamento)

Mi facevo solo una domanda legata all'essere architetto oggi..ed una domanda slegata dall'importanza delle tecniche di rappresentazione o anzi completamente legata al bisogno delle tecniche di rappresentazione.

Cordiali Saluti.

Guido Incerti

 

Maurizio Zappalà su un intervento di Domenico Cogliandro

Un tempo, molto più lungo della storia tra Omero e D'Arrigo, quando il pianeta era Panthalatta e Pangea lo Stretto di Messina non c'era. E non c'erano pittori e scrittori che testimoniassero l'assenza. Natura prima, Natura dopo lo Stretto e l'assenza di Stretto. Che c'entra il capitalismo "visceralmente" anticomunista con il Ponte? E quale sarebbe il modello (sviscerato o senza visceri) di mondo in cui "si possa andare oltre Keynes e Schumpeter" che non sia Marx, il cui proteismo svisceratamente tecnoscientifico (e comunista) avrebbe, certamente, appoggiato il progetto di Ponte? Cogliandro non ha ancora superato il "limite" del fuori! Non c’è fuori: "il fuori è un altro interno” come afferma Sloterdijk. A Cogliandro, mi pare manchi, l'insieme dell'emancipazione e gli sia rimasto, pericolosamente, soltanto l'insieme dell'attaccamento. Che si tenga strette, strette (nello Stretto) le cozzole e la letteratura per l'infanzia!

maurizio zappalà

 

Francesca Rinaldi: uno strano concorso

Caro LPP, ti carico di un caso che credo possa interessare la Presstletter. Si tratta di un significativo – quanto anacronistico - scambio di battute tra uno studio di architettura (Gnosis, di Napoli) ed un soggetto  privato promotore di un concorso per la realizzazione di un edificio a Pesaro.

Te lo sottopongo integralmente perché sembra denunciarsi da solo come testimonianza clamorosa dello stato di arretratezza culturale in cui l’ambiente  professionale italiano insiste a permanere.

Valuta con la saggezza e la lungimiranza che ti contraddistinguono la modalità con la quale presentarlo sulla Presstletter (varrebbe la pena di un  testo-commento di accompagnamento? O sarebbe più efficace la lampante evidenza  di queste mail sintetiche e crude?).

Francesca Rinaldi

 

CASSA EDILE DI PESARO/URBINO

Ente banditore: Cassa Edile di Pesaro Urbino

Oggetto del concorso: nuova sede della Cassa Edile di Pesaro-Urbino

Tipologia concorso: concorso di progettazione in due gradi: proposta di idee e progetto preliminare

Segreteria del concorso: Ance Pesaro, Sezione Edili della Confindustria Pesaro e Urbino (arch. Stefania De Regis)

Importo presunto per la realizzazione: € 4.500.000/00

Onorario: € 250.000

Requisiti di partecipazione: architetti ed ingegneri, iscritti all’albo dei rispettivi ordini professionali della Provincia di Pesaro ed Urbino.

 

GNOSIS:

«Gentile Architetto,

appare molto strano che un concorso di tale importanza e con tali importi venga bandito con una restrizione così discutibile. La metodologia concorsuale nasce proprio dalla necessità di superare gli affidamenti di incarichi diretti e per dare ampia e paritetica possibilità ai professionisti nazionali di partecipare ed eventualmente emergere. Si chiede pertanto di indagare e divulgare la motivazione tale impostazione da parte dell’ente banditore, tutelando così i professionisti non iscritti all’ordine di Pesaro e Urbino».

 

CASSA EDILE DI PESARO/URBINO:

Gentile architetto,

l'idea del concorso è nata nell'ambito degli Enti Paritetici  dell'edilizia della Provincia di Pesaro Urbino, Cassa Edile, Scuola Edile, e CPT, che come lei sa sono Enti privati, perché organizzati e finanziati dalle imprese e dai lavoratori attraverso propri contributi . Non sono dunque Enti che sono finanziati con denaro pubblico. Tale condizione ha permesso loro di decidere di limitare la partecipazione al concorso agli architetti e agli ingegneri iscritti agli ordini locali perché la nuova sede - definita Centro Servizi per l'Edilizia, sia progettata  da professionisti del posto  come risultato del genius loci. Certo  questo limiterà le idee ma il principio del localismo è prevalso. Grazie per il suo interessamento. Stefania De Regis

 

GNOSIS:

«Caro architetto,

siamo consapevoli che un privato cittadino o un ente non pubblico può scegliere il progettista che crede. Quella che ci meraviglia è la risposta. Lei dichiara che la committenza privata afferma la volontà che " la nuova sede sia progettata da professionisti del posto come risultato del Genius Loci".

Crediamo che ci sia qualche problema di comprensione del termine latino: Al limite la committenza potrebbe ambire ad avere un manufatto ispirato dal Genius loci, non che sia lo "spirito del luogo" a produrre professionisti. Non è infatti automatico che professionisti del luogo interpretino meglio degli altri il Genius loci a meno di non ispirarsi al più becero leghismo. Ma si sa, sono anni tristi, e la scelta degli enti "privati" di Pesaro e Urbino non fa che ribadirne il decadente, patetico provincialismo».

Rossella Traversari, Francesco Felice Buonfantino, Antonio De Martino

 

Marco Scarpa sui concorsi

Caro LPP,mi ero riproposto di non espormi più. Sapessi quante mail ho cestinato perché mentre le scrivevo montava un senso di inutilità, di banalità. Sono i soliti argomenti, quelli che conosciamo tutti e che tutti per pace interiore cerchiamo di soffocare concentrandoci su altro, facendo finta che comunque c'è sempre qualcosa per cui essere grati... hai presente il recente "A Serious Man"?

Come direbbe Tomba "Chi mi conosce lo sa"... il protagonista non mi personifica... faccio fatica a sopportare certe situazioni, e a volte reagisco in modo brusco e violento... ma nonostante tutto finora ho ingoiato, represso la mia rabbia, supportato, anche, dai miei soci. Scusa l'intro personale e forse fastidiosa... arrivo al dunque.

 

CASO 1

Premessa: in questa mail non farò riferimento a luoghi e a persone non per vigliaccheria ma perché sono solo rappresentazioni di un sistema che troppi nomi ha e che copre l'intero sistema nazionale. Non sempre e comunque ma spesso e volentieri. Se qualcuno vorrà andare a fondo saprà dove trovarmi.

 

Recentemente sono usciti i risultati di un concorso al quale abbiamo partecipato. Non siamo tra i premiati e nemmeno tra i segnalati. Liberi di pensare che sia la solita mail di chi ha fantasticato su risultati diversi e che, di fronte alla delusione, muove accuse e teorizza complotti. In realtà, con lo studio, selezioniamo un concorso all'anno per tenerci in allenamento e per fare un punto sulla nostra ricerca, cosa che difficilmente la professione ci permette. Con questo spirito affrontiamo gli argomenti, sempre. Non è il concorso che ci da da vivere, bensì è la "marchetta" che ci permette il concorso!

 

Il ritardo del lavoro di commissione è come spesso accade abissale. La data presunta di fine lavori doveva essere il 16 febbraio 2009, quella effettiva 17 dicembre 2009. E già questo indica quanto venga considerato il lavoro di noi tutti.

Il 21 dicembre chiamo per avere informazioni e mi vengono comunicati via telefono i risultati, per la comunicazione ufficiale se ne parla per l’anno nuovo. Respiro a fondo ringrazio e saluto.

 

Come spesso faccio, anche per concorsi ai quali non ho partecipato, consulto internet per vedere chi è il vincitore. Cosa ha fatto e cosa sta facendo. Più per complicità professionale che per sospetto, più per imparare che per denigrare.

Ma fidarsi è bene …

 

Il vincitore in questione ha:

- redatto il PRG del comune banditore,

- negli ultimi dieci anni ha realizzato svariati ed importanti interventi all’interno del comune molti dei quali sembrano riconducibili ad incarichi pubblici.

 

Per carità di Dio, affidarsi a una persona di fiducia non nuoce!!! Mai lasciare la strada vecchia per la nuova!!!

Perché, allora, bandire un concorso di idee? Possibile che tra tutte quelle presentate non ce ne fosse una migliore?

Sicuramente il professionista in questione avrà una visione e una conoscenza dei luoghi tale da poter sbaragliare la concorrenza … Il sarcasmo non è il mio forte!

 

Mettiamo che sia stato fatto tutta in buona fede … no, non ci riesco proprio.

 

A me sembra chiaro che lo strumento concorsuale una volta di più sia stato utilizzato per affidare un incarico che non si voleva o non si poteva affidare direttamente.

 

Lo ammetto è un preconcetto, non ho visto nessuno dei progetti … mi accollo il rischio di fare una figura barbina di fronte ai risultati e di dover ammettere la mia cattiva fede.

 

Ma questi sono i fatti a ciascuno trarre le conseguenze sullo stato dell’attività concorsuale nel nostro paese;

non è detto che non si decida di renderli noti agli organi competenti.

 

CASO 2

Segnaliamo un altro caso “anomalo”.

 

CITTA’ di LECCE :

CONCORSO DI IDEE PER LA REALIZZAZIONE DELLA “CITTA’ DELL’ARTE E DELLA MUSICA E DEL PARCO DELLE CAVE”

 

Si parla di Concorso di Idee ma questi sono i requisiti richiesti:

 

“L’Ente banditore si riserva la facoltà di affidare al vincitore del concorso di idee la realizzazione dei successivi livelli di progettazione, eventualmente, a seconda dell’entità del finanziamento, anche di distinti lotti funzionali, con procedura negoziata, a condizione che il soggetto vincitore stesso sia in possesso dei requisiti di capacità tecnico-professionale ed economica in rapporto all’importo dell’intervento da progettare. Non saranno ammesse, ai fini dell’accertamento del possesso dei requisiti di cui al presente comma, successive integrazioni della compagine del soggetto vincitore del concorso. (requisiti minimi di capacità finanziaria e tecnica (art. 66, commi 1 e 3 del DPR 554/99):

- un fatturato globale per servizi riferito agli ultimi 5 anni antecedenti la pubblicazione del bando, per i quali risultano alla stessa data già approvati e depositati i relativi bilanci o denunzie dei redditi, non inferiore a 3 volte l’importo stimato per onorario professionale relativo a servizi tecnici concernenti la redazione di progetti definitivi ed esecutivi;

- aver svolto negli ultimi 10 anni incarichi inerenti servizi di Progettazione, relativamente a lavori appartenenti ad ognuna delle classi e categorie dei lavori cui si riferiscono i servizi da affidare per un importo globale di lavori, per ogni classe e categoria, non inferiore a due volte l’importo stimato dei lavori da progettare;

- aver svolto negli ultimi 10 anni due servizi di Progettazione relativi a lavori appartenenti ad ognuna delle classi e categorie dei lavori di cui all’opera da progettarsi per un importo totale di lavori non inferiore a 0,40 volte l’importo complessivo dei lavori: almeno un servizio deve essere relativo ad un intervento di cui il soggetto abbia eseguito progettazione e direzione lavori e i cui lavori siano ultimati e collaudati;

- numero medio annuo, nell’ultimo triennio, del personale tecnico utilizzato dai soggetti concorrenti almeno pari a due volte il personale stimato necessario per lo svolgimento dell’incarico).”

 

Tocca fare anche gli avvocati:

 

Deliberazione n. 71 del 13/07/2005 legge 109/94 Articoli 17 - Codici 17.3.1 Relativamente al concorso di idee, l’art. 57 del D.P.R. 21 dicembre 1999, n. 554 e s.m. prevede che l’idea premiata (il cui grado di definizione non può essere di livello pari o superiore a quello del progetto preliminare), possa, previa definizione dei suoi aspetti tecnici, essere posta a base di un appalto di servizi. Questo significa che il concorso di idee non è volto ad ottenere un vero e proprio progetto, ma richiede la successiva predisposizione di atti progettuali di livello preliminare, definitivo ed esecutivo. Per tale motivo, i requisiti richiesti dalla stazione appaltante nell’ambito del concorso di idee, che sono vincolanti ai fini dell’aggiudicazione del premio del concorso di idee, non possono esserlo nei confronti della successiva e diversa fase progettuale. Proprio in ragione della separazione tra le due fasi, i servizi tecnici di progettazione devono essere affidati mediante le ordinarie procedure di gara: l’idea vincitrice del concorso di idee può essere posta alla base dell’appalto di servizi, ma l’unico beneficio per il vincitore del concorso di idee (laddove in possesso dei requisiti richiesti), consiste nel diritto ad essere invitato alla gara. Pertanto, l’affidamento fiduciario dell’incarico di progettazione alla società vincitrice del concorso di idee viola le disposizioni di cui all’art. 17 della legge 11 febbraio 1994, n. 109 e s.m. ed all’art. 62 e ss. del citato D.P.R. n. 554/99 e s.m., che prescrivono l’effettuazione di una procedura ad evidenza pubblica.

 

Non è illecito che un comune richieda i requisiti. Tutto sommato è un bene perché dimostra un forte interesse alla realizzazione dell’opera. Non sarebbe stato meglio indire un concorso di Progettazione? De gustibus non est disputandum. (???)

Quindi se si è scelto il concorso di idee perché complicare così tanto le cose? Nessuno impedisce la partecipazione ma la rende sicuramente poco invitante! Abitualmente il concorso di idee è uno strumento che offre possibilità anche alle nuove e giovani generazioni di progettisti! Se non ti raggruppi e non ti muovi all’interno di una flotta come piccolo naviglio ti si chiudono gran parte delle porte.

 

Non lo so c’è sempre quella puzza di zolfo …

 

Se poi ci aggiungete il seguente comunicato ERRATA CORRIGE:

 

Oggetto: CONCORSO DI IDEE “Realizzazione della Città dell’Arte e della Musica” e del “Parco delle cave”

AVVISO DI PRECISAZIONE

 

Con riferimento al disciplinare DEL CONCORSO DI IDEE PER LA REALIZZAZIONE “DELLA CITTA’ DELL’ARTE E DELLA MUSICA E DEL PARCO DELLE CAVE”, pubblicato all’Albo Pretorio, sul sito web del Comune di Lecce www.comune.lecce.it <http://www.comune.lecce.it/> sulla GUCE del 18/12/2009 e sulla GURI del 21/12/2009 n.150 nonché sui quotidiani regionali e nazionali, si precisa che, per refuso di stampa, è rimasto in corrispondenza dell’art.5 il comma a) i professionisti che a qualsiasi titolo e funzione abbiano partecipato alle precedenti fasi di progettazione ………… che deve intendersi ELIMINATO

 

Restano ferme ed invariate tutte le altre condizioni.

 

Lecce, 22.12.2009

 

F.to IL RUP

 

Per esteso:

 

a) i professionisti che a qualsiasi titolo e funzione abbiano partecipato alle precedenti fasi di progettazione (Piano particolareggiato), ovvero che abbiano preso parte all’iter amministrativo relativo alle precedenti fasi (membri di Commissione di aggiudicazione incarico redazione P.P., R.U.P., consulenti ecc.) o alla redazione del presente bando; (ERRATA CORRIGE)

 

alla puzza di zolfo si aggiungono pentole senza coperchi!

 

Per di più con una decina di paginette in A4, quattro A1 e il vento in poppa si possono portare a casa la bellezza di euro 50.000,00!!! Ce ne fossero di più di sti concorsi di idee!!!

 

Certo non è la quantità a far la differenza, ma non vi sembra ci sia una forte discrasia?

 

Per curiosità andatevi a scorrere la documentazione che potete liberamente scaricare… http://www.comune.lecce.it/comunelecce/Canali+di+accesso/Gare+e+Appalti/Gare/

 

Forse il Natale mi rende paranoico… ma al di là di pastette o pastettine, presunte o reali, non vi pare che ci sia perlomeno una profonda inadeguatezza e incapacità che aleggia in certi uffici tecnici comunali? E vorremmo affidare il nostro impegno e sacrificio a questa gente?

 

Con questo passo e chiudo … sperando di riuscire somatizzare meglio così da non tediarvi più.

 

Marco Scarpa

 

TESTIMONIANZE

 

Lucia Proto: ripensare L’Aquila

“In televisione scorrono le immagini delle macerie, tonnellate di pezzi di cemento, di enormi travi, dalle sezioni di un metro e mezzo della Casa dello Studente, vedo che i tondini sono in quantità esigua e di sezione sottilissima, dicono che sotto ci sono ancora cinque ragazzi o forse di più, ho un nodo nella gola, il dolore insieme alla rabbia per queste vite spezzate che guardavano al futuro; e ripenso a me, quando ero studente, ai sogni di ciò che avrei potuto fare una volta laureata, di ciò che avrei potuto creare, questi ragazzi avevano gli stessi sogni e credevano in un Italia migliore di quella che è oggi.

Adesso, è necessario ripartire, ricostruire, si, il più velocemente possibile per tutte le persone che non hanno più niente, per un territorio che deve vivere; ma è doveroso, non ripercorrere gli stessi errori, cercare di fare meglio, avere la forza e il coraggio di cambiare, di ricercare e sperimentare nuove tecnologie architettoniche.

Ripartire dalla conoscenza del proprio territorio, individuare le aree sicure, funzionali, in equilibrio con la natura ed il paesaggio, non rifare involucri, scatole dislocate casualmente.

Il patrimonio artistico architettonico di L’Aquila e dei paesi limitrofi è andato in gran parte distrutto, è bene iniziare a gestire questo patrimonio in modo diverso, ricostruirlo consolidandone le strutture, ma anche dandogli una funzionalità diversa.”

Così terminava il mio articolo “Cronaca di un terremoto annunciato”, scritto il giorno seguente al terremoto del 6 Aprile scorso, ed è proprio da qui che voglio ripartire facendo alcune considerazioni che possano aiutarci a riflettere sul “futuro di L’Aquila”.

Siamo arrivati a Novembre, il periodo dell’anno in cui da millenni, civiltà diverse, politeiste e monoteiste, laiche e religiose hanno da sempre ricordato i “morti”; allora oggi voglio ricordare 300 persone che sono morte nel terremoto del 6 Aprile 2009 a L’Aquila e 35 persone che sono morte nella frana di Messina il 1 Ottobre scorso. Quanti morti ci dovranno ancora essere perché i nostri governanti e gli Italiani acquisiscano la coscienza del rispetto dell’ambiente? Che vivere in un territorio non significa semplicemente occuparne un qualsiasi spazio fisico, ma convivere con esso e trarre una crescita e un arricchimento reciproco?

Non sono un abitante di L’Aquila e conosco questa bellissima Città da pochi anni; ogni qualvolta mi ci sono recata ho ammirato il suo intenso paesaggio caratterizzato dalle alte e imponenti montagne, innevate in inverno e boscose in estate, che la circondano ad anfiteatro e creano prospettive diverse.

Solitamente arrivo a L’Aquila dall’autostrada e, dopo alcune lunghe gallerie, dinanzi a me si apre una valle dalle profonde visuali ma nello stesso tempo raccolta, quasi protetta dal cielo e dalle montagne. Sotto, ai due lati della carreggiata, si dispiega un tessuto quasi fastidioso, disomogeneo, fatto di capannoni industriali, grossi centri commerciali mescolati ad appezzamenti di terreni agricoli e ad edifici residenziali: è la periferia di L’Aquila.

Una periferia frastagliata, nella quale non è possibile individuare un margine tra il costruito e la campagna, tra il così detto “centro abitato” e il territorio agricolo, il verde pubblico o privato che sia, necessario per la nostra sana evoluzione. 

Certo questa caratteristica non è propria solo di L’Aquila ma purtroppo di gran parte del territorio delle città italiane. Si calcola che le costruzioni mangino circa 280.000 ettari di terreno sgombro, libero, verde all’anno.

Tutta la vallata è costruita, senza soluzione di continuità; edifici sparsi dalle tipologie e funzioni più varie arrivano, corrodendo la natura, fin quasi a metà del pendio delle montagne. Zone industriali e residenziali dei Comuni limitrofi si addossano l’una all’altra, seguendo le stesse vecchie vie di accessibilità e traffico. 

Non esiste una destinazione d’uso precisa delle aree territoriali e tutte vengono costruite senza parametri architettonici, senza tecnologie e materiali appropriati per ogni tipologia geologica degli appezzamenti e senza una relazione corretta con l’ambiente storico - naturale.

Sui terreni alluvionali di valle che rispondono in generale negativamente alle scosse sismiche, poiché sono molto molli e trasmettono completamente l’energia cinetica agli edifici soprastanti, sono stati costruiti anche palazzi di più piani.

Come può rispondere un edificato di questo tipo ad eventuali scosse?

Come si può parlare di sicurezza e prevenzione quando sul territorio governano spesso politiche dettate da Piani Urbanistici che vengono modificati a seconda delle esigenze particolari di chi ha più peso economico e politico, esigenze di votanti, di costruttori, di industriali, di privati e di amici e parenti a cui vengono date concessioni edilizie anche su terreni inadatti ad essere costruiti?

Ricordo bene cosa illustravano tanti disegni dei bambini della scuola elementare Giovanni XXIII, quando nel Dicembre 2008 mi recai a fare delle giornate a spiegare che cosa è l’Architettura: c’era la città delle residenze, con i fiori e le piante, le pasticcerie, poi un ponte altissimo la divideva dalla città delle fabbriche, dell’industria, grigia e priva di servizi.

Poi ancora disegni di architetture con volumetrie fantasiose e non scatolari, dalle bucature irregolari, con pannelli solari, fotovoltaici, pale eoliche, immerse in parchi, giardini bellissimi, con enormi piscine, fontane, giochi.

Questi sono i desideri dei nostri bambini, espressione di una maggiore sensibilità verso l’ambiente, valori che dovremmo noi adulti recuperare, per vivere veramente in sintonia con la società e la natura. Che i bambini vedano meglio di noi?

Non esiste in Italia la coscienza di un governo del territorio inteso come insieme di componenti sociali, culturali, economiche, ma anche naturali, vegetali ed animali.

E’ mai possibile che in una porzione di Regione con la massima presenza di Parchi Naturali al mondo ci si permetta una gestione del territorio con scopi di tipo esclusivamente speculativo ed industriale?! Bisognerebbe invece sviluppare l’industria del turismo. Oggi, dalla seconda posizione in Europa, siamo retrocessi al settimo posto anche dopo la Germania che non ha certo la ricchezza storico-artistica e paesaggistica della nostra terra.

Gli abitanti di L’Aquila nel Medioevo avevano una piena coscienza di cosa significa abitare in sintonia questo territorio, infatti la parte antica della città ancora, dopo secoli, rimane il contesto urbano meglio inserito architettonicamente e funzionalmente di tutta l’urbanizzazione che si è sviluppata a venire.

Da qui anche il grande fascino e la bellezza del centro storico di L’Aquila, un edificato arroccato, tipico delle forme urbanistiche medioevali con piazze funzionali: quella destinata al mercato, quelle relative allo spazio religioso e quelle che esaltavano visualmente, dandone più prestigio, i palazzi signorili e borghesi; piazze e piazzette che purtroppo, già prima del terremoto, avevano perso la loro identità diventando degli ammassi di auto parcheggiate. Nello stesso tempo, il contesto medioevale si era relazionato con l’intorno ambientale e naturale della valle, attraverso scorci prospettici e belvederi. Ma ciò che appare istantaneamente al visitatore è il grande distacco urbanistico e architettonico tra il centro storico e la città subito prospiciente a questo, è come se il tessuto posteriore si fosse sviluppato senza chiare linee urbanistiche, disordinatamente o non fosse riuscito a trovare delle soluzioni appropriate per superare con più omogeneità la particolare morfologia del territorio.

Un centro storico quasi morto, tenuto in vita soprattutto dalla commercializzazione di tipo ormai globale, in parte dormitorio degli studenti universitari, ma nello stesso tempo abbandonato e modificato inopportunamente proprio per meglio ottemperare a queste funzioni. Una visione che grottescamente affascinava e nel contempo sconcertava, un reticolo di antichi vicoli penetrati dalla nebbia che in inverno si confondeva con le poche luci delle ormai rare botteghe di vecchi sarti o calzolai artigiani.

Si sentiva grande tristezza. Purtroppo oggi si continuano ad incentivare le zone industriali e i centri commerciali senza favorire vecchie arti e mestieri che anche in tempi di crisi tengono in vita i centri storici favorendo la convivenza residenziale, l’occupazione e il turismo.

L’aspetto positivo è che a differenza di città universitarie come Perugia che hanno perso completamente un carattere cittadino e sono state snaturate, divenendo del tutto a servizio degli studenti, L’Aquila aveva mantenuto un aspetto provinciale che l’aveva salvata dalla “globalizzazione dello studio” anche nel suo abbandono dell’antico.

Un’economia parzialmente basata sul supporto dei privati verso l’Università - fast food, bar, camere e appartamenti da affittare - e sull’industria, ma per niente o solo marginalmente sul turismo e sull’incentivazione della cultura ad alti livelli, invece attestata solo a livello locale. Mi avevano sempre colpito nel profondo i numerosi edifici di importanza storica, completamente chiusi e abbandonati, con i tetti e gli infissi rotti, dai quali era possibile intravedere soffitti altissimi probabilmente affrescati.

Bisognava avere il coraggio di chiudere tutto il centro storico di L’Aquila al traffico, si sarebbero dovuti creare dei parcheggi esterni con collegamenti continui di ascensori e funicolari. Solo le vie principali avrebbero dovuto essere percorribili con piccoli mezzi elettrici; certamente non era stata una bella idea quella della Metro leggera, sia per la particolare morfologia del terreno, sia perché avrebbe danneggiato le funzioni storiche delle strade. A Via Roma, larga solo qualche metro, erano già state chiuse quelle poche attività artigianali esistenti, come una nota pasticceria, perché non si sarebbe potuto attraversare la strada.

Una città in cui lo Stato, sia in passato e ancor più oggi, dopo il terremoto, non ha supportato i proprietari residenti e non, per una politica di mantenimento e recupero del patrimonio artistico allo scopo di incentivare un turismo di carattere Europeo. In futuro si spera che almeno in una città di montagna, con un clima freddo e tanti giovani, si possano realizzare uno stadio del ghiaccio e strutture sportive collaterali, dove svolgere incontri di hockey, competizioni di pattinaggio artistico e corsa.

In tutto questo contesto si dovrà tenere conto del grossissimo problema della viabilità, che non viene studiata affatto prima della urbanizzazione ma che rimane, da sempre, la stessa anche quando si vanno a modificare le funzionalità del territorio.

Ricordo molto bene la difficoltà a spostarsi nell’area periferica e dei Comuni limitrofi già qualche mese dopo il terremoto, quando mi recavo come volontaria a fare i sopralluoghi in zona rossa: pochissime vie di accesso e di dimensioni del tutto insufficienti rispetto al carico di urbanizzazione.

L’Aquila, come tutto l’Abruzzo manca dei grandi mezzi di comunicazione, c’è ancora una rete ferroviaria obsoleta, lenta e inefficiente, a binario unico. Le stazioni sono abbandonate con motrici e vagoni vetusti, è certo che se dobbiamo riattivare l’economia e la vita di questa Città non possiamo fare a meno di un ammodernamento e uno sviluppo dei servizi primari ed essenziali del trasporto. L’automobile non è il simbolo della modernità ma della individualità ed è un intralcio al progresso della collettività e di tutte le classi sociali.

Oggi, si potrebbe fare molto per cercare soluzioni valide a questi problemi passati ai quali si sono aggiunti quelli più gravi delle perdite di vite umane e del patrimonio storico - artistico della Città. Si ha la possibilità di modificare quelle dinamiche che prima erano problematiche e che hanno portato anche la città antica ad essere così devastata dal terremoto stesso.

Prima di tutto, si dovrebbero rimettere insieme tutti gli studi sul territorio che sono stati fatti e verificarne la validità e lì dove si ha carenza di informazioni valide farne di nuovi, ma attraverso l’aiuto delle Facoltà Universitarie, e non assegnando incarichi a professionisti “ammanicati”.

Il lavoro dovrebbe avere un’alta qualità, essere connotato dallo spirito d’innovazione e di ricerca, quindi non è possibile seguire le solite strade clientelari che caratterizzano spesso le nostre politiche territoriali.

All’estero in Paesi dove c’è un’alta qualità architettonica, ed intendo quindi funzionale, si incentivano i giovani architetti promuovendo concorsi di idee e di progettazione che portano a creare dei tavoli di collaborazione tra professionisti con varie specializzazioni per realizzare progetti innovativi e futuribili. Nel nostro Paese, purtroppo, si “scelgono” sempre le stesse strade probabilmente per mancanza di una vera volontà di progredire.

In tal senso, il progetto C.A.S.E. non risulta una architettura di qualità, né dal punto di vista estetico e né da quello funzionale ed ecologico, i bagni e le cucine sono prive di finestre ed hanno sistemi di areazione forzata alimentati da batterie al litio, sostanza altamente inquinante. Dove andranno in seguito a gettare queste batterie? Dove gettano anche l’amianto, in nessun luogo o in tutti i luoghi?!

Da queste prassi viene fuori l’anomalia del cattivo comportamento politico e professionale atto a non ricercare risultati di alta qualità ma a distribuire il lavoro sempre ai soliti canali clientelari. Non è certamente così che si otterrà sicurezza e qualità architettonica.

In Friuli (Gemona), dopo il terremoto, i cittadini si mobilitarono e sentirono l’esigenza, poiché  già educati a curare e proteggere contemporaneamente il bene pubblico e quello privato, di partecipare attivamente alla ricostruzione. In Abruzzo invece si è abituati ad attendere la mano protettiva assistenziale dello Stato, il quale spendendo cifre enormi ed incontrollate, giustificandole solo con l’urgenza, soddisfa solo esigenze personali, senza progettare un futuro per tutti.

Sino ad ora sono stati edificati agglomerati di case prefabbricate che diverranno certamente dei quartieri ghetto e che non hanno alcun legame con la Città antica.

Si sarebbe già dovuto iniziare da tempo a recuperare il centro storico; fra poco sarà passato un anno e tutto è ancora fermo, magari agendo per lotti e programmando gli interventi per almeno 5 anni anche sulla base dell’accessibilità e viabilità. Molti dei proprietari di case del centro storico non sanno quale sarà il loro destino. Tutto sembra programmato secondo una regia a sorpresa.

E’ necessario che tutti i cittadini si responsabilizzino per recuperare l’Aquila; costruire il nuovo e restaurare criticamente l’edificato storico, mediante tecnologie moderne e contemporanee sperimentate, innesti tra antico e contemporaneo studiati appositamente per ogni particolarità sociale - architettonica, è un dovere di una società e di un Paese veramente evoluto e moderno.

 (scritto per il numero di Dicembre 2009 della rivista Aquilana  "IlCapoluogo.it gli Speciali  d'Abruzzo" dedicato alle riflessioni sulla ricostruzione di L'Aquila)

 

GIPANGO RANDOM FILES a cura di Salvator-John Lotta

 

Junya Ishigami: Small Images

Small Images di Junya Ishigami è un volume denso, composto da 500 piccole immagini di progetti (realizzati e non) e da tante idee che denotano una controversa ma pulita ed evidente qualità dell’immaginazione. Ishigami presenta tutta la sua produzione architettonica 2004-2008 e gioca al limite mischiando arte, tecnologia e natura: lo fa in modo spericolato, facendo passare per usuali, cose che non sono affatto normali.

In Small Images emerge la forte convinzione che per Ishigami natura e tecnologia non sono due sfere della conoscenza separate. La specializzazione e divisione del sapere avvenuta nell’Occidente rivoluzionato da Cartesio è qui assente. Per lui, i campi del sapere sono continui, non interrotti, scalabili in modo libero: nei suoi lavori predomina l’assenza di preconcetti spaziali.

 

Inizio carriera con Saana

Nel 2000 Ishigami completa gli studi con un master in Architettura e Pianificazione alla Tokyo National University of Fine Arts. Già prima di laurearsi comincia a lavorare per SANAA (Sejima-Nishizawa) dove rimane per quattro anni, periodo nel quale affina l’amore per le cose minute ma solide, eleganti ma irregolari, bianche ed astratte, egli contribuisce al lavoro dello studio con proposte a tratti allucinatorie ma sempre “carine”, come se fossero pensate per bambine (figlie di scienziati). Da Sejima –suo vero mentore- apprende l’amore per piante e piccole cose, ma soprattutto impara come spingere i limiti all’estremo, da Nishizawa assorbe la capacità di rendere sottili –ma robuste- le superfici. Finito l’apprendistato, si mette in proprio ed in modo quasi immediato traccia velocemente una traiettoria di emancipazione rispetto al percorso intrapreso con SANAA, una via di fuga percorsa con una intensità tale che lo porta subito ad avere una sua identità, forte seppur gentile.

 

“Table”

La sua prima opera “Table” riguarda la spazializzazione interna di un usuale e tipico mini-ristorante di Tokyo. Qui Ishigami perviene alla decisione di dividere lo spazio non tramite delle mura -partizioni verticali che avrebbero ulteriormente marginalizzato il già misurato spazio a disposizione- ma piuttosto attraverso dei tavoli che vanno considerati non come arredamento ma bensi piccole architetture. Secondo Ishigami, i tavoli vanno ricondotti alla archetipicità della casa: il ripiano del tavolo richiama il tetto e i piedi ricordano i pilastri.

Le dimensioni dei tavoli lasciano esterefatti: costruiti in metallo, quello più grande misura 9 metri e 50 cm di lunghezza per soli 3 millimetri di spessore. Sembrano fluttuare.

 

“Baloon”

In occasione della mostra “Spaces for your future”, tenuta nel 2007  al museo di Arte Contemporanea di Tokyo, Ishigami progetta “Baloon” dove usa l’aria come fosse un materiale di costruzione e compie un atto di lievitazione architettonica. Ispirandosi alla pesantezza delle nuvole quando sono gravide di pioggia, gonfia un cuboide alto 14 metri per una tonnellata esatta di peso, lo riveste di materiale metallico riflettente e lo inserisce dentro ad uno spazio di 7 piani di altezza interno al museo. Il cuboide satura lo spazio a disposizione e fluttuando ingaggia una battaglia temporanea contro la pesantezza.

Tramite questo monolite aereo, Ishigami invita a confrontarsi con la contradditorietà di un oggetto pur sempre architettonico ma volatile, mostrando come l’architettura risulti capace di lievitare e liberarsi dal giogo della gravità.

 

“Workshop space”, Università di Kanagawa

Nel progetto per l’ambiente di lavoro dell’Università di Kanagawa, Ishigami compie un’operazione che guarda direttamente alle forze primordiali della natura, coniugate ad un intenso rigore tassonomico. Il progetto consta di un unico volume di 5 metri di altezza, uno spazio unico dove i 305 pilastri che reggono la struttura sono uno diverso dall’altro e vengono posizionati prendendo come ispirazione le costellazioni. Il giovane architetto giapponese scrive che pur essendo un concetto astratto esso risulta di facile comunicazione. I pilastri disposti in modo random danno come risultato degli spazi-cluster ambigui, centinaia di spazi-nebulosa, piccoli luoghi che Ishigami chiama “little gardens” dove mischia sedie, piante e tavoli da lavoro in un continuo spaziale pubblico, ma in qualche modo intimo. Il risultato conseguito è legato all’uso di un software che Ishigami si è fatto disegnare apposta.

Per lui, la complessità e l’elevato numero sembrano non rappresentare nessun tipo di limite, impedimento o problema di sorta. Invece che razionalizzare, ottimizzare e rendere il tutto simile, egli personalizza, e riesce a pensare ad una forma di rispetto per le molteplici personalità che compongono la galassia dei soggetti che adoperano lo spazio di lavoro dell’Università di Kanagawa.

 

“Island Garden”, “Lake Project”, “Plants and Architecture”

In questi tre progetti avviene un salto di scala nel modo in cui Ishigami pensa alla progettazione dell’architettura. Egli infatti allarga il discorso anche alla progettazione del sito, che disegna contemporaneamente agli edifici. Passa dal semplice ragionare sui manufatti architettonici ad un discorso più ampio leagato alla terraformazione. Questi tre progetti hanno in comune il fatto che presentano molteplici esempi di tipi di città, tipi di siti e tipi di case, come se fossero catologhi di casi architettonici.

A mio parere, Ishigami guarda alle utopie occidentali che fanno riferimento alle città-giardino e trae ispirazione dalla tradizione utopica megastrutturale metabolista.  Da quest’ultima prende in prestito la capacità di immaginare in grande e strutturare enormi porzioni di terreno. Sostituisce le ragioni politiche, tecnologiche e sociali -sollevate dalle utopie dei passati due secoli- con delle ragioni prettamente “vegetali” ed ecologiche. Quasi come se per Ishigami, la natura fosse un soggetto veramente attivo, una madre che da sola capace di armonizzare e risolvere le necessità e contraddizioni dell’uomo.

Il discorso che fa Ishigami è in parte volutamente ingenuo, in quanto tramite esso egli invita a guardare alla bellezza e alla delicatezza della natura come viatici di salvezza.

Supporta queste sue dichiarazioni “catalogando” centinaia di differenti piante delle quali specifica qualità e peculiarità. Questa necessità catalogatrice (di piante e forme spaziali) non perviene ad una sintesi esauriente o unificatrice, ma bensì invita a interrogarsi/votarsi alla produzione di una infinità di spazi specifici. Le case che lui disegna di per se sono semplici, magari già viste, simili a schizzi ben disegnati, che per ò dato l’elevato numero riescono a fare massa critica e raggiungere uno status di visione unitaria. Il cielo sotto al quale stanno è lo stesso, ma questo cielo egli sembra suggerire, ha miliardi di stelle (e per riflesso, forme).

 

“Paper Chair”

Per il progetto Paper Chair, egli disegna delle sedie in ferro con uno spessore di 3 millimetri, alle superfici applica degli stencil di carta sui quali sono disegnati fiori piccoli, forse scambiabili per residui di ruggine più che per disegni. A guardare queste sedie di “carta” –ma anche altre sue opere in generale- sembra quasi che Ishigami abbia la necessità di trasformare i modelli di studio 1:100 o 1:10, fatti con cartoncino sottile, in architetture reali.

Qui risiede il suo interesse per la scalabilità libera, il disinteresse per la materia bruta e l’attrazione per le cose che cerca di far rimanere minute. Infatti, sfruttando tecnologie “basic”, riesce ad evitare al progetto il trauma dell’appensatimento che la materia conferisce al disegno quando si incarna in realtà.

Ishigami per non far soffrire tutti quei suoi bei disegni -dalla rara bellezza virata da tonalità tenui- contrae i muscoli e fa uscire fuori da sè la sua anima tecnologica e cosi facendo riesce a preservare quel certo spirito di carta che risiede nell’architettura giapponese tradizionale.

 

Una zona più ampia dell’immaginazione

Le opere di Ishigami sono composte sia da sistemi concettuali astratti che da immagini abituali che vengono fatte procedere insieme dalla normalità verso la loro liberazione in una zona più ampia dell’immaginazione. Delle cose e degli spazi che lui lascia trasparire, dal loro essere sparsi e ambigui si intravede quello che sarà il contributo dell’architettura giapponese nel terzo millennio. Il suo è un minimalismo radicato in una curiosità scientifica che mappa i confini della realtà, non solo quella conosciuta, ma anche quella ancora incognita.

 

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presS/Tletter

Lettera con notizie e eventi di  architettura, cultura, arte, design. Per cancellarsi e rimuovere il nominativo dal nostro indirizzario basta mandare una mail al  mittente con scritto: remove. Per iscriversi basta farne richiesta. Ai sensi della Legge 675/1996, in relazione al D.Lgs 196/2003 La informiamo che il Suo indirizzo e-mail è stato reperito attraverso fonti di pubblico dominio o attraverso e-mail o adesioni da noi ricevute. Si informa inoltre che tali dati sono usati esclusivamente per  l’invio della presS/Tletter e di presS/Tmagazine. Per avere ulteriori informazioni sui suoi dati, che di regola si limitano al solo indirizzo di e-mail accompagnato qualche volta dal nome e cognome ovvero dal nome della società, può contattare il responsabile, Luigi Prestinenza Puglisi, all’indirizzo l.prestinenza@libero.it. Tutti i destinatari della mail sono in copia nascosta (Privacy L.75/96). Abbiamo cura di evitare fastidiosi MULTIPLI INVII, ma laddove ciò avvenisse La preghiamo di segnalarcelo e ce ne scusiamo sin d'ora.

E' gradito  ricevere notizie, le quali, dovranno essere comunicate via mail con almeno una  settimana di anticipo e, comunque, entro il mercoledì che precede l’evento, con brevi comunicati stampa, di regola non superiori  alle cinque righe. In questi dovrà essere chiaro giorno e luogo dell'evento,  titolo, partecipanti, telefono, mail, sito web per approfondimenti. Le notizie, a giudizio insindacabile della redazione, sono divulgate quando se ne intravede un  potenziale interesse. E' però cura di chi riceve la lettera verificarne  attendibilità e esattezza. Pertanto esplicitamente si declina ogni  responsabilità in proposito. La redazione si riserva il diritto di sintetizzare le lettere e gli interventi da pubblicare. Il materiale mandato in redazione, che è  anche il luogo dove sono custoditi i dati,  viale Mazzini, 25, Roma, non verrà restituito.
In redazione: LPP Lila Aras, Anna Baldini, Furio Barzon, Diego Barbarelli, Gianpaolo Buccino, Diego Caramma, Francesca Capobianco, Marcello del Campo, Rossella de Rita, Marco Ermentini, Emiliano Gandolfi, Gaia Girgenti, Luca Guido, Salvator-John Liotta, Zaira Magliozzi, Antonella Marino, Domenico Pepe, Claudia Pignatale, Ilenia Pizzico, Stefano Malpangotti, Valentina Micucci, Santi Musmeci, Francesca Oddo, Claudia Orsetti, Paolo Raimondo, Federica Scarnati, Moya Trovato, Antonio Tursi, Monica  Zerboni.