
Foto di Antonio Di Cecco.
Per parlarti di Pentesilea dovrei cominciare a descriverti l’ingresso nella città. Tu certo immagini di vedere levarsi dalla pianura polverosa una cinta di mura, d’avvicinarti passo passo alla porta, sorvegliata dai gabellieri che già guatano storto ai tuoi fagotti. Fino a che non l’hai raggiunta ne sei fuori; passi sotto un archivolto e ti ritrovi dentro la città; il suo spessore compatto ti circonda; intagliato nella sua pietra c’è un disegno che ti si rivelerà se ne segui il tracciato tutto spigoli. Se credi questo, sbagli: a Pentesilea è diverso. Sono ore che avanzi e non ti è chiaro se sei già in mezzo alla città o ancora fuori. Come un lago dalle rive basse che si perde in acquitrini, cosí Pentesilea si spande per miglia intorno in una zuppa di città diluita nella pianura: casamenti pallidi che si dànno le spalle in prati ispidi, tra steccati di tavole e tettoie di lamiera. Ogni tanto ai margini della strada un infittirsi di costruzioni dalle magre facciate, alte alte o basse basse come in un pettine sdentato, sembra indicare che di là in poi le maglie della città si restringono. Invece tu prosegui e ritrovi altri terreni vaghi, poi un sobborgo arrugginito d’officine e depositi, un cimitero, una fiera con le giostre, un mattatoio, ti inoltri per una via di botteghe macilente che si perde tra chiazze di campagna spelacchiata.La gente che s’incontra, se gli chiedi: – Per Pentesilea?
– fanno un gesto intorno che non sai se voglia dire:
“Qui”, oppure: “Piú in là”, o: “Tutt’in giro”, o ancora: “Dalla parte opposta”.
– La città, – insisti a chiedere.
– Noi veniamo qui a lavorare tutte le mattine, – ti rispondono alcuni, e altri: – Noi torniamo qui a dormire.
– Ma la città dove si vive? – chiedi.
– Dev’essere, – dicono, – per lí, – e alcuni levano il braccio obliquamente verso una concrezione di poliedri opachi, all’orizzonte, mentre altri indicano alle tue spalle lo spettro d’altre cuspidi.
– Allora l’ho oltrepassata senza accorgermene?
– No, prova a andare ancora avanti. Cosí prosegui, passando da una periferia all’altra, e viene l’ora di partire da Pentesilea. Chiedi la strada per uscire dalla città; ripercorri la sfilza dei sobborghi sparpagliati come un pigmento lattiginoso; viene notte; s’illuminano le finestre ora piú rade ora piú dense. Se nascosta in qualche sacca o ruga di questo slabbrato circondario esista una Pentesilea riconoscibile e ricordabile da chi c’è stato, oppure se Pentesilea è solo periferia di se stessa e ha il suo centro in ogni luogo, hai rinunciato a capirlo. La domanda che adesso comincia a rodere nella tua testa è piú angosciosa: fuori da Pentesilea esiste un fuori? O per quanto ti allontani dalla città non fai che passare da un limbo all’altro e non arrivi a uscirne?
Da “Le Città Invisibili” di Italo Calvino

“Ma la città dove si vive?”
Domanda semplice che viene in mente a chiunque percorra le strade dell’Aquila in questo momento. In fondo la città complessivamete è ancora lì al suo posto, certo con le case sventrate, i vuoti laceranti del tessuto urbano, gli stretti vicoli del centro invasi di macerie e i palazzi ingabbiati in reticoli di legno e metallo, fasciati come malati in fin di vita. Che il centro sia scomparso quasi del tutto agli occhi dei suoi abitanti è indubbio, ma altrettanto indubbio è che le zone limitrofe al nucleo storico e tutta la periferia continuano a essere percorribili ed è qui che al momento la vita degli aquilani si sta concentrando, tentando faticosamente di ritrovare una normalità di cui sentono sempre più l’assenza. Impresa quanto meno difficile, essendo legata alla incapacità di individuare degli spazi in cui poter socializzare, dei luoghi di aggregazione in sostituzione di quelli temporaneamente perduti del centro storico. Vivere la periferia è una necessità che in questo momento è ostacolata dalla mancanza quasi totale di spazi aggregativi.
La città dell’Aquila si è sviluppata negli ultimi cinquanta anni al di fuori del suo nucleo storico, invadendo e colonizzando gradualmente il territorio circostante con una logica di sviluppo legata più a interessi prettamente speculativi che a una sensata pianificazione del tessuto urbano. Il caso di via XX Settembre è emblematico proprio perchè ci fa capire come una delle zone più appetibili per la sua vicinanza al centro storico, si sia rivelata del tutto inadatta sotto il profilo geologico, essendosi qui verificati numerosi crolli di edifici e lesioni molto gravi. Quello che è mancato è stato uno sviluppo organico della città, una pianificazione intelligente in grado di tenere conto in primo luogo delle caratteristiche morfologiche del territorio, evitando per esempio di edificare un intero quartiere (Pettino) su di una linea di faglia; è mancata totalmente una visione complessiva della città che potesse garantirne uno sviluppo armonico di tutte le sue parti attraverso una distribuzione delle principali funzioni al di fuori del nucleo della città storica; è mancato un disegno del tessuto urbano in grado di garantire una vivibilità “umana” della periferia, priva nella maggior parte dei casi di una qualunque qualità architettonica dello spazio: un non-luogo in cui abitare ma non vivere (…”Noi torniamo qui a dormire” scrive Calvino); è mancata la volontà di pianificare in maniera sensata la propria città nel momento in cui si aveva la possibilità di farlo.
L’obbiettivo che ci proponiamo in questo momento è quello di una ripianificazione della città che definisca i nuovi luoghi e le modalità per ricollocare nella periferia tutte quelle funzioni precedentemente concentrate nel centro storico, ricollocazione questa che può avvenire mediante nuovi innesti (sia definitivi che temporanei) che abbiano una forte valenza polare, che possano cioè funzionare da attrattori per la vita della città e che siano in grado di conferire alle zone periferiche fino ad oggi ritenute marginali una valenza di città nel senso più alto del termine. L’architettura diventa strumento imprescindibile della ripianificazione del tessuto urbano, in grado di risolvere differenti problematiche a scale diverse, plasmando il tessuto stesso e conferendogli una qualità spaziale che abbia anche la capacità di innescare e catalizzare processi sociali ed economici, riattivando in questo modo la periferia e trasformandola in un luogo in cui poter realmente “vivere la città”.
Di Andrei O. Popescu
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