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Concorso per Giovani Critici II edizione - 2009: Scritto Inedito

Un edificio non è un corpo!
"Riproduzione" del pensamento archi-biologico o biologizzazione dell'architettura contemporanea.
di Gregorio Carboni Maestri

Realizzando, mesi fa, uno studio sull'architettura portoghese del ventesimo secolo, mi sono imbattuto sui numeri degli anni sessanta della rivista Architectura: numeri di scarso interesse, che mancano di linearità e coerenza. Vi prevalgono progetti architettonici urbani piuttosto "brutti", anche se formalmente "divertenti", ma un saggio vi si distacca, "Uma cidade não é uma árvore!" [Una città non è un albero], di Christopher Alexander[1], una critica all’approccio astratto della città, molto in voga in quegli anni, che tendeva a ridurla a questioni di “reticolato” e a realizzare una semplificazione strutturalista di qualcosa di ben più complesso ed umano. L'intimo significato dello scritto di Alexander si afferra in modo completo quando si leggono i diversi numeri di Arquitectura, con le elucubrazioni teorico-progettuali in voga in quegli anni, presentate in modo confuso e condiscendente. Fase dell'architettura internazionale che potremmo definire ironicamente "biologizzante", in cui erano ricorrenti i parallelismi con le scienze naturali, la linguistica e l'antropologia strutturalistica. Il tutto ricoperto di un lieve strato di "positivismo confuso". La principale assente era, appunto, l'architettura, nel suo aspetto costruttivo e culturale.

In quelle teorie e applicazioni progettuali s’introducevano parallelismi e contrasti tra macro-strutture architettoniche e micro-strutture biologiche. Era l'epoca dei megaprogetti, giganteschi, tendenti all'infinito – architetture-città dalle dimensioni titaniche, costruite sul modello dello sviluppo dei sistemi molecolari. Architetture e costruzioni erano corpi, cellule, risultanti da cicli riproduttivi; sistemi urbani e città diventavano reti, formali e teoriche, con strutture di funzionamento e disegni ramificati, ispirati alla logica strutturale di... un albero! Le vie diventavano vene; le persone e il movimento umano erano sangue e linfa; la casa, un corpo; la città, un albero; un soggiorno o una camera da letto, reazioni cromosomiche di un sistema più ampio ecc. E tutto ciò con il tono serioso di una scienza come la biologia. Come se ciò che non fosse percettibile nell'Architettura potesse esserlo in un'altra disciplina: ingenuità che ha corrotto le menti più brillanti[2].

Erano gli anni di movimenti come il Metabolism e l'Architettura Radicale e di progetti di giovani studenti e avanguardie radicali, che usavano nomi e prefissi altrettanto radicali – metamorfosi, metafase, super, meta, mega ecc. Mentre in molte architetture tali caratteristiche erano più o meno inconsapevoli ed indirette, più estetiche che strutturali, in altri movimenti pienamente coscienti. Lo erano nel Metabolism[3], nei Cellularisti giapponesi, in progetti come la Torre Capsula Nakagin, di Kisho Kurokawa, nella prima fase del lavoro di Arata Isozaki o di Fumihiko Maki, nell'immaginario tecnologico dei progetti Living Pod e Seaside Bubbles degli Archigram, nei giovani radicali italiani del Superstudio[4], Architettura Radicale, Superarchitettura[5], Archizoom ecc.[6] Tale visione non rimase circoscritta all'architettura e nemmeno agli anni sessanta. In altre discipline ed altre epoche – inclusa l'attuale – si è osservato il tentativo di individuare significati strutturali e generalizzanti nonché ricercare patterns appartenenti ad altre scienze, come vere e proprie “formule di dio".

Il mondo dell'architettura non aveva forse mai attraversato una crisi così profonda come in quegli anni, soprattutto in merito all'elaborazione e la dignità della professione. L'International Style[7] faceva da un rullo compressore sulle dialettiche dell'arte architettonica, proponendo skyscrapers simili in tutto il pianeta. L'omogeneità dell'accademismo modernista, subordinato al capitalismo privato o di Stato, cancellava ogni questione riguardante stile, piazza, strada, paese, amore dell'arte, cultura e contraddizioni proprie all'opera artigianale. Non per caso Stile Internazionale e Bruttalismo affascinarono le grandi corporazioni internazionali che avrebbero poi finanziato colpi di stato antioperai in Africa e America Latina, nonché le dittature che avrebbero riempito interi territori con quell'architettura. In Stati cosiddetti democratici, tale fase dell'architettura produsse le famose scatole delle banlieues francesi che oggi bruciano come scatole... di fiammiferi.

Architetture come quelle si contraddistinsero per l’assenza di elementi primari dell'arte e della cultura architettonica, prodotti da esseri umani, fatti di quotidianità e stratificazioni storiche. Le architetture che definiamo “biologizzanti” erano le figlie più avanguardistiche di quell'architettura International Style burocratizzata, schiava di un sistema economico arido e di un funzionalismo astorico, senza ideali culturali e politici. Quell'architettura, ispirata al funzionamento delle cellule e alla fine libertaria dei dogmi formali, ancorché parte colta e radicale del funzionalismo internazionale dominante, non questionava nulla di sostanziale: né la città speculativa, né l'alienazione dello spazio prodotta dal capitalismo, né la brutalità della città privatizzata[8]. La generale disumanizzazione andava di moda e per valorizzarla si usavano biologia, tecnologia e discorsi complessi ma lontani dalle questioni proporzionali ed umane. Venne meno il principio della totalità.  Si perse l'equilibrio di una città ben fatta, con sapienza artigianale. Disegnare una megacittà per milioni di abitanti-formiche è più simpatico ed accettabile quando si fanno elucubrazioni sulla "complessità" dei sistemi... complessi. A provocare la crisi, totale o parziale, in questa “ovogenesi” teorica fu la generazione dei giovani – del '68 in Francia, del '77 in Italia, del '74 in Portogallo[9]. I giovani architetti di quel periodo, cresciuti nella speranza di un mondo migliore, contestarono tutto, rielessero la città, il territorio, le cose dell'essere umano come base indispensabile a qualsiasi dibattito sul territorio e sull'architettura[10].

Negli ultimi quindici anni, in architettura come in altri ambiti culturali[11], v'è stato un ritorno a formalismi astratti, l'inaugurazione di una nuova fase “biologizzante” dell’architettura.[12] I principali rappresentanti di questo nuovo pensamento sono architetti culturalmente legati agli USA.[13] Da elementi circoscritti all'arte del costruire, l’edificio e le sue forme rinascono come corpi autonomi, generati, come in un processo di sviluppo embrionale animale, da pensamenti informatici e informali slegati dal fare architettonico. Diversamente dagli anni sessanta, si venerano le “teorie del caos”, in chiara sintonia con il caos economico, la cui disarmante stupidità è stata recentemente dimostrata dalla storica recessione strutturale del capitalismo. Caos delle teorie, valorizzazione dell’impossibilità di attingere la verità razionale; carattere magico dell’informatica; fascino dei pixel ecc. Pensamento che cerca l'estetica nel funzionamento delle cose e divinizza le strutture di funzionamento dei fenomeni, come per dare forma (finita) al concetto a-formale di infinito. Più che un’impossibile quadratura del cerchio, un’ingenuità modaiola (molto costosa).

Da un lato, si festeggia la bellezza delle macro-città e superperiferie asiatiche, delle brutalità fondiarie e speculative di Manhattan o Milano; dall’altro, si decreta la fine della necessità del costruire il progetto secondo regole compositive. Potremmo chiederci se ciò non significa stabilire l’impossibilità e l’inutilità del costruire un pensamento generale e complessivamente dialettico sulle cose. Come qualsiasi arte, anche l’architettura è arbitraria. Riflette i flussi socio-culturali e le tensioni del pensamento globalizzato. Geometria, teoria del caos, decostruzione, metastrutture, città albero ci fanno tornare al macro, all’astratto, distruggendo il reale e la necessaria realtà artistica dell’architettura. Non più mattoni o malte – che, per quanto ne dicano i nuovi guru della teoria dominante, continuano ad essere l’unico modo di costruire –, bensí la forma per la forma, piano teorico, struttura, forze, “dinamismi energetici”, concepts, polarizzazioni decontratte e “irrealizzabili”. Il muro diventa texture; la parete, piano verticale; le forme, corpi, ovuli e ovogenesi. Il territorio non è più suolo umanizzato da relazioni storicamente stabilite, con le sue varianti dimensionali - casa, muro, porta, vicinanza -, ma meta-strutture immaginate da Archistar secondo il desiderio del padroncino immobiliare di turno. Potremmo definirlo un… “pragmatismo yeah!”, pragmatismo della “legge naturale della sopravvivenza”.

Super-grattacieli che creano città per centinaia di migliaia di abitanti[14], spesso con riferimento ai sistemi complessi della natura: formicai, anatomia umana e perfino organi fallici[15]. Sulle ceneri delle Torri Gemelle Libeskind progetta per la speculazione immobiliare un'esplosione disumanizzata, arbitraria e arida, senza significato urbano, umano, sociale, culturale, politico o simbolico. Calatrava compara le sue strutture dalle forme del corpo umano, “seminando” ponti in mezzo al “Primo Mondo”. “Alieni” a mo' di Blobs o di ipotalami penetrano i centri urbani.[16] Ormai al posto di vie, strade o qualità spaziale, si parla di layers, di architetture dinamiche, di corpi in movimento[17]! Le facoltà elitarie degli USA o l’Architectural Association di Londra, dove un figlio di operaio disoccupato non potrà mai mettere piede, con i loro superdocenti e costi esorbitanti, incentivano a produrre progetti “super-radical-decostruttivisti”. La neocultura borghese, staccata dalla realtà, si autocelebra e si autoriproduce in forma ermafrodita.

Più che una logica strutturale biologica, come nel Metabolism dei ‘60, più che un fascino dell’estetica tecnologico-radicale, come negli Archigram, si cerca attualmente una confusa logica formale biologica.[18] È ugualmente crescente la schiavizzazione dell’architettura ad una produzione edilizia e progettuale ascetica con formalismi solo apparentemente radical-astratti, giustificati con matematiche quantiche, algoritmi informatici, crossing overs e fusioni genetiche, capaci di generare “corpi” architettonici autonomi, come usciti ex-novo dall’utero di una Maria super-tecnologgizzata, senza che nulla sia detto sul territorio culturale in cui tale “onda frattale” è collocata, sulla “madre” o “padre” di questo infante, sulla sua concreta “costruzione”.

È l’architettura “colta” di cui il capitalismo globale ha bisogno – molto “fumo” estetico e poche domande sul futuro delle nostre città. Negli ultimi anni, seguendo l’onda, molti libri hanno contribuito alla penetrazione di questo pensamento "scientificamente irrazionale" nelle strutture culturali, in special modo in quella dell’architettura[19], senza che si metta mai in discussione quanto nociva possa essere la decostruzione di uno spazio umanamente salutare. Ancora una volta, con fede religiosa, si ricerca una scienza “divina” che spieghi tutto, con formalismo mentale in grado di interpretare una struttura formale del Caos, un ordine astratto ma reale.[20] La decostruzione di Hadid[21], di Greg Lynn, di Eisenman e le deconfigurazioni planari di Gehry, le migliaia di altri archioprogetti “alla moda” non sono altro che parafrasi tridimensionali e costruttive dell’infinito universale, nelle quali si tenta di negare il carattere finito della forma architettonica. Ma, in fin dei conti, in tutto ciò, dove s’inserisce il tema del muro, della finestra, della strada, del mattone? Questo mattone fatto tuttora, in milioni di esemplari, ogni giorno; che è, in quasi tutti i casi, l’unico mezzo di costruire case per esseri umani nel nostro globo. E il bambù, ancora oggi usato dai cinesi per realizzare le impalcature dei super skyscrapers dalle forme “biologizzanti”?[22] E, soprattutto, dove mettiamo la natura reale, quella che fa una casa, la cui proporzione è legata alla natura essenziale delle nostre dimensioni biologiche? Che facciamo delle questioni biologiche e naturali più urgenti: la distruzione e il futuro sfruttamento delle risorse planetarie in questo pianeta in costante decomposizione coca-coliana?

È affascinante decorare un discorso vuoto con parallelismi metaforici biologico-matematico-esistenziali. Molto più difficile è parlare di questioni essenziali: la strada, le proporzioni, la loro scomparsa in quanto spazio sociale; la finestra, il suo disegno, le sue dimensioni rispetto alla vista di quell’albero o di quel particolare orizzonte, orizzonte simbolico, umano, al quale tutti i cittadini dovrebbero aver diritto. Bisogna quindi permettere che gli agronomi facciano agronomia e i matematici si occupino di numeri, mentre agli architetti va lasciato il compito di trovare un mezzo per salvare il territorio da un disastro più che annunciato. Rottura significa parlare di cose che non conosciamo, che non fanno senso, che assumono forme arbitrarie ed esotiche, attraverso un processo intellettualmente disonesto. È disonesto parlare di decostruzione senza le dovute ironia e distanza teorica. O legittimare l’esistenza della città diffusa e disumanizzata mentre si accarezza, nel senso del pelo, il gatto “Multinazionale”, senza ammettere che si tratta di una città semplicemente brutta e umanamente invivibile.

Forse nei periodi di crisi della città e della disciplina architettonica, nel vuoto teorico e culturale, sotto forte pressione economica e politica, la produzione delle diversificate elucubrazioni tenda maggiormente a focalizzare altre questioni, non affrontando quelle fondamentali. Si tratta forse di una forma di malattia che la nostra disciplina produce, come nei periodi di fragilità del metabolismo umano. Forse. Intanto, è rilevante constatare che mai come in questo periodo, in cui si mescolano metodi analitici di varie discipline, è stata così poco sviluppata l'interdisciplinarità fra urbanistica, architettura, ecologia, sociologia urbana e preservazione del patrimonio. E la triste verità è che, mai come oggi, è stato così urgente che, invece di produrre riflessioni distorte, l’architettura reagisca contro una realtà territoriale emergenziale, contro la disumanizzazione senza precedenti delle città, contro la privatizzazione del suolo, dalle conseguenze ancora non del tutto immaginabili, oltre che, come è ovvio, la progressiva e inevitabile scomparsa di forme biologiche (tanto per rimanere in tema) dalla faccia della terra. Forme di vita che scompariranno sempre di più se continueremo ad accettare la distruzione del pianeta in nome del dio-denaro e della sacralizzazione della proprietà privata.

La nuova “biologizzazione” formale che tocca l’architettura[23] è forse una semplice moda, legata all’ergonomia del design attuale, al peso d un settore spaziale della nostra cultura e del nostro quotidiano. Una quantità di forme strane ed “es-tranee”, organiche, domina riviste specializzate, come un processo di polinizzazione, che spinge sempre di più i giovani architetti a seguire tali correnti, dove l’uso di programmi 3D assai costosi è indispensabile. Flusso effimero? Tendenza vuota? Dobbiamo guardare divertiti questa gran quantità di novità e telofasi in fondo assai simili? Questa “biologizzazione” dell’architettura contemporanea rappresenta un problema serio, un formalismo stremato ed estremizzato.
In realtà, si tratta di un formalismo avanguardista, dal convenzionalismo accademico, dall’ingenuo conformismo, che trasforma l’edificio in feto, il territorio in un placenta astratto.

Nella confusione disciplinare, culturale e politica nella quale l’architettura si trova, più che continuare appena a focalizzare questioni formali, è fondamentale lottare, con urgenza, per un’architettura con cittadinanza, colta, dialettica, sensibile, che ricerchi, con le SUE armi, di migliorare il reale, o, se non altro, di non peggiorarlo. Come? Sicuramente uscendo da formalismi ingenui, smettendo di focalizzare solo la forma; uscendo da questo “neo-metabolismo” distaccato dalla realtà sociale, consapevoli che, in ogni attuazione, in ogni gesto architettonico, oltre alla forma ed alle sue qualità intrinseche, edificio e progetto territoriale hanno influenze concrete sul reale.

La pianta di Pavia[24] è fatta di “quadrati” di ottanta per ottanta metri, è la stessa pianta da quasi due mila anni. In questi isolati, in questa pianta romana, tutto è cambiato, ma la struttura urbana è rimasta intatta. In questa splendida realtà urbana, tutto partecipa alla logica artistica generale dell’urbe ed alla singola invenzione formale. Quello che esiste s’inserisce in questo processo urbano, che ha nella qualità dello spazio pubblico e privato la sua principale valorizzazione. Pochi chilometri a nord, sempre nell'inquinata pianura padana, alcuni progetti[25] semplicemente non contemplano la questione dello spazio urbano. Questo perché la forma esterna, la sua rappresentazione, è l’unico dato in analisi. O forse perché quelle forme, biologiche, di organi genitali o di banane, sono semplicemente dissociate dalle forme e intuiti di una via, di una piazza, dall’architettura. In sintesi, estranee alla città. La creazione, per l’architettura, è come l’acqua per la crescita di una pianta (verde): fondamentale, vitale, essenziale. Quando questo processo diventa l’unico ed esclusivo parametro creativo – staccato dalla realtà, dalle necessità storiche e sociali del momento, nascondendo sotto fantasie radicali e  libertarie un corpo conservatore e reazionario – quando diventa un irrigazione eccessiva, l’architettura diventa come la piantina troppo annaffiata che muore o marcisce, a meno che sia una pianta di plastica. E lo sappiamo, le piante di plastica, oltre ad essere di cattivo gusto, dopo poco tempo, hanno le loro false foglie inevitabilmente coperte dalla spessa polvere della mediocrità.



[1] Prima pubblicazione in inglese nella rivista Architectural Forum, vol. 122, no. 1, April 1965, pp. 58-62 (Parte I) e vol. 122, no. 2, May 1965, pp. 58-62 (Parte II); (pp. 22-29; no. 95, 1967). “Una città non è un albero!”, benché oggidì quasi sconosciuto,ha segnato la storia della teoria architettonica, forse perché è riuscito a sintetizzare tendenze e reazioni a flussi teorici di un'epoca e quindi future modifiche “genetiche” del pensiero architettonico.

[2] In Arquitectura come in molte altre riviste degli anni sessanta, la città non era descritta con il suo vocabolario abituale: architettura, vie, piazze, mattoni. Nei saggi di molte riviste di quel periodo era percettibile l'idea dell'impossibilità di raggiungere questioni fondamentali, senza tornare costantemente a teorie "biologicamente" complesse e astratte. La scienza vi serviva in quanto modo di fornire autorità a migrazioni teoriche immaginarie, confuse ed arbitrarie.

[3] Negli ultimi anni numerosi furono i tentativi di rilettura critica e di rivalorizzazione del movimento Metabolism. Tra i molti esempi va citato l'articolo di Raffaele Pernice, “Metabolism Reconsidered Its Role in the Architectural Context of the World”, pubblicato nel Journal of Asian Architecture and Building Engineering, November  2004, pp. 357-363.

[4] Cf. LANG, Peter & MENKING, William, Superstudio. Life Without Objects, Skira, Milano, 2003.

[5] “La superarchitettura è l'architettura della superproduzione, del superconsumo, della superinduzione al consumo, del supermarket, del superman e della benzina super. La Superarchitettura accetta la logica della produzione e del consumo, operando su di essa un azione di demistificazione” – estratto dal Manifesto della II Mostra della Superarchitettura, Modena,1967.

[6] Tali impulsi si riflettevano indirettamente, in modo meno tangibile e con meno radicalismo in alcuni architetti, come i giovani Richard Rogers e Renzo Piano, o nelle architetture più commerciali del giapponese Kenzo Tange o ancora nel Bruttalismo internazionale, soprattutto nelle disposizioni volumetriche urbane. Tali caratteristiche, nella loro forma più colta, progressista e dialettica, erano percettibili anche in architetti come Zevi e Canella e la loro nuova architettura e nuova città di “massa” per una società massificata.

[7] WODEHOUSE, Lawrence, The Roots of International Style Architecture, West Cornwall, Locust Hill Press, 1991.

[8] Tali radicalismi di facciata pretendevano un cambiamento delle basi disciplinari dell'architettura per arrivare ad un'architettura nuova, senza però proporre di cambiare il mondo nel quale e per il quale tale architettura sarebbe stata prodotta. Tra le molte questioni focalizzate, nessuna trattava della perdita delle semplici e monotone basi disciplinari che avrebbero potuto impedire, in una situazione di disastro culturale e politico, l'utilizzo della macchina politica alienante. Poco o nulla era detto sulla permissività e la mancanza di pianificazione nell'appropriazione di vaste aree della città nonché la distruzione di tessuti umani e territoriali a favore degli interessi economici.

[9] Quanto maggiore era stata la lotta sociale, maggiore fu la critica, consapevole o no, al decadimento disciplinare dell'architettura e alle sue teorizzazioni biologico-macro-mega-meta.

[10] In particolar modo, uno per tutti, Aldo Rossi creò una teoria complessa dell'architettura che disse cose semplici, ordinando idee già esistenti, ricordando che l'architettura, nella sua forma più elevata, si fa con gli ingredienti dell'architettura... punto e basta. Non ci sono alberi, ma piante... non quelle verdi, ma quelle che ci permettono di disegnare e capire lo spazio sulla carta. Piante di città con le loro vie che sono vie e non vene, con le loro leggi proprie, umane, costruite con semplici mattoni, malte imperfette, risultanti da stratificazioni socio-culturali. Senza determinismi semplicisti e meccanicisti. Su tali premesse, sí, c'è spazio per l'arte e la sperimentazione. Cf. ROSSI, Aldo, L'Architettura della Città, Milano, CLUP, 1978.

[11] A parer nostro, molto per colpa della sconfitta del pensamento dialettico e della ragione (mi riferisco alla vittoria egemonica del capitalismo fine anni '80 ed al trionfo del neoliberismo).

[12] GENOVESE, Paolo V., Dalla Decostruzione alla Cyber-Architettura e Oltre. L'uso del Computer nella Progettazione degli Spazi Non-Euclidei, Napoli: Liguori Editore, 2006.

[13] Per esempio, Eisenman, Gehry, Libenskind.

[14] Vari sono in tal senso i neo-“metaprogetti” delle ArchiStar, con progetti di colossali costruzioni per la Cina o per le “capitali” economiche del pianeta.

[15] Cfr. le recenti attrazioni turistiche di Londra (fallo SwissRe di Sir. Norman Foster) e Barcelona (Torre Agbar di Jean Nouvel).

[16] Cfr. Centro Commerciale Selfridges Birmingham o la Nova Biblioteca Nazionale di Praga, dei Future Systems.

[17] FINIZIO, Gino, Architecture & Mobility, Milano,: Skira, 2006.

[18] Presente, per esempio, nei progetti come la Torre-lusso Spirale, a Chicago, di Calatrava (progetto che forse morirà prematuramente per via della Grande Recessione), o della Torre “Boom” per il progetto di “Dinamic” City, a Pechino, presentata all’ultima Biennale d’Architettura di Hong Kong, di Neville Mars, in tutto, o quasi, identico al progetto del 1963 di “Tower City” del Metabolista Kikutake.

[19] Bechtold, M., Griggs, K., Schodek, D., Steinberg, M., New Technologies in Architecture: Digital Design and Manufacturing Techniques, Cambridge, 2000; Bischi, G. I., Carini, R., Gardini, L., Tenti, P., "Sulle Orme del Caos. Comportamenti Complessi", in Modelli Matematici Semplici, Milano, 2004; Bozzi, P., Fisica ingenua. Studi di psicologia della percezione, Milano: Garzanti, 1990; Donato, F., Lucchi Basili, L., L'Ordine Nascosto dell'Organizzazione Urbana, Milano, 1996; Dulbecco, R. Struttura e Ordine in biologia, Montedison progetto-cultura, Milano, 1985; Imperiale, A., Nuove Bidimensionalità.Tensioni Superficiali nell'Architettura Digitale, Testo & Immagine, 2001; Perella, S., "Hypersurface Architecture II", monographic issue of Architectural Design, no. 133, London, 1999; Robert D. P., "Un Ordine al di là del Caos", in "Koudelka Caos", Federico Motta, Milano, 1999; Ruelle, D., Caso e Caos, Torino: Bollati Boringhieri, 1992; Spiller, N., "Architects in Cyberspace II", monographic issue of Architectural Design, no. 136, London, 1998; Traversa, G. Metafisica degli Accidenti. Dalla logica alla Sspiritualità: Iil Ttessuto delle Ccose, Roma,: Manifesto libri, 2004; Vulpiani, A., Determinismo e Caos, Roma, 1994; Zellner, P., Hybrid Space: New Forms in Digital Architecture, New York, 1999. Questi sono appena aluni degli esempi di questa “onda” biologizzante.

[20] In tal senso, è esemplificativo il fatto che, per esempio, necessitiamo di un Big bang per spiegare un processo complesso come la formazione dell’universo, come si trattasse di una “Genesi”, un inizio, in un punto dato, nello spazio e nel tempo, laddove lo spazio ed il tempo non esistevono. È curioso come per esprimere il caos si abbia bisogno di un “caos formale”, laddove continuiamo a ricercare un’ordine divino del disordine assoluto! Niente è meno adatto, forse, alla comprensione dell’antiforma  che la forma stessa. La forma e formazione dell’architettura non fanno altro che riflettere tale ingenuo gorgogliamento processuale. Ed è interessante notare, inoltre, il fatto che tale teoria sia stata sviluppata per la prima volta da un prete cattolico, il belga Georges Lemaître!

[21] O le “vene in movimento” della sua recente proposta per il “Performing Arts Centre” ad Abu- Dhabi.

[22] Come, per esempio, nello Stadio Olimpico di Pechino, di Herzog & DeMeuron, o del Centro Acquatico, con facciata a mò di “bolle d’acqua” giganti.

[23] In progetti dinamici come, per esempio, il Wind Shaped Kinetic Pavilion, di Michael Jantzen, o la Torre Ruotante, a Dubai, di David Fisher, o ancora progetti come il grattacielo della Défense, a Parigi, di Thom Mayne.

[24] Per comprendere il sublime sistema ramificato, territoriale e storicamente stratificato che è Pavia e la sua provincia – vera opera d’arte complessa, con i suoi monumenti (Certosa), la sua rete infrastrutturale “disegnata” (i canali Leonardeschi, i Navigli), ecc. – vedasi, per esempio, BONETTIonetti,  Mauro e TERRAROLIerraroli, Valerio, Pavia e Lla Certosa, Milano,: Skira (Col. Guide artistiche), 2001.

[25] Pensiamo al progetto di  grattacieli per Milano, il famoso City Life delle ArchiStar  Libeskind, Zaha Hadid, Isozaki – con forme biologiche e organiche, con torri falliche spettacolari – e molti dei megaprogetti di “super” speculazione immobiliaria che stanno invadendo il rarefatto suolo milanese, primo grande esempio contemporaneao – a scala urbana, in una città di un paese OCSE – di urbanistica “self-service”, senza regole, leggi, morale, in cui il furto del suolo è giustificato con semplici “fime” di grandi star internazionali. Si  guardi, in tal senso, il numero sulla “metamorfosi” meneghina della rivista Lotus, “ f.Milano Boom”: Lotus, n.° 131, 2007, Milano,: Skira-Editoriale LotusLotus, 2007