Luca Molinari afferma che se “ l’architettura italiana ha perso l’appeal internazionale che la faceva solo negli anni Settanta, questo non è dovuto unicamente a un cattivo posizionamento nel marketing, ma soprattutto alla generalizzata debolezza dei contenuti di cui si fa portatrice” (http://abitare.it/featured/luca-molinari/langswitch_lang/it).
Vero, tristemente vero. Detto ciò Molinari dopo aver gettato il sasso, nasconde la mano e ancora una volta la debolezza è vista con benevolenza, come un momento di passaggio verso un non ben identificato futuro. Questa benevolenza lascia perplessi. Se si afferma infatti che l’architettura italiana è “debole” e per di più che questa debolezza è “generalizzata”, è necessario ipotizzare degli strumenti per combattere un sintomo la cui patologia deve inquietare, se non altro perché è la stessa da più di un decennio.
A mio avviso due disattenzioni ed una felpata remora ideologica contribuiscono in maniera determinante alla debolezza dell’architettura italiana.
La prima disattenzione riguarda lo spazio, più specificatamente lo spazio interno. Se c’è una cosa infatti che accomuna i seppur variegati progetti italiani è l’essere a-spaziali. C’è poco spazio nell’architettura italiana: i suoi interni sono deboli, privi di accelerazioni e decelerazioni, di compressioni e decompressioni, sono privi di “…scarti di luce e di ombre, di levarsi e ritirarsi di materia” (Luigi Moretti). Dove lo spazio c’è, quest’ultimo è compassato, privo di respiro, mai arioso. Il risultato sono allora ambienti prosaici, che si donano immediatamente, rifuggendo qualunque scoperta, qualunque narrazione. Si sa, sono ormai più di quarant’anni che l’architettura italiana combatte lo spazio, opponendo a questo l’immagine, l’icona.
L’abbiamo inventata noi l’architettura che, sacrificando il suo spazio interno, riducendosi a facciata, automaticamente diventa “architettura della città”. Un invenzione fenomenale, a diritto parte necessaria di qualunque storia dell’architettura, ma che oggi rivive manierata, come memoria inconscia. Prendiamo Cino Zucchi, il più levigato e composto degli architetti nostrani: le sue belle architetture sono a-spaziali in quanto timorose di perdere il rapporto con la città e così diventare indecorose. Lo stesso vale per le architetture di Archea, 5+1,Gambardella, Servino, C+S, Collovà, Pellegrini, Cristofani e Lelli, N!Studio…e molti altri.
Caso limite è l’edificio che Metrogramma ha costruito a Bolzano, dove l’ aspetto esterno lascerebbe presupporre una ricchezza spaziale interna che invece è negata. Ciò che colpisce e che lascia perplessi è che la scelta a-spaziale non deriva da una consapevole presa di posizione, quanto da una disattenzione, come se una non ben identificata norma lo imponesse. Coloro i quali invece sentono ancora l’a-spazialità come un dovere morale, come un imperativo categorico doveroso per resistere nella trincea della “architettura della città” (DOGMA, Baukuh, Ma0, Studio Boeri) ricadono in un manierismo ossessivo: nei loro lavori rivivono le icone ancora sorprendenti di Superstudio o Archizoom, ma addomesticate, depurate di quelle necessità ideologica che all’epoca le rendevano parte espressiva del loro tempo. In questo caso il risultato è uno schematismo che confonde l’impegno con lo slogan, la modernità con il modernariato.
Un’altra disattenzione è quella tecnica. Intendiamoci in questo caso non si intende la tecnica come espressività prestazionale , quanto tecnica come ragionamento critico sugli elementi della costruzione, sul “come” costruire. Per meglio chiarire il concetto prendiamo il caso di Pier Luigi Nervi. Di Nervi si ricorda “cosa” ha costruito: cupole, sintesi tra il sistema voltato romano e le linee di forza gotiche. Ci si dimentica invece del “come” Nervi costruisse, ovvero mettendo a punto ogni volta delle tecniche come il ferro-cemento e la prefabbricazione strutturale a piè d’opera, perfettamente ritagliate sulle potenzialità ed i limiti della impresa italiana del dopoguerra: tecniche povere che nobilitavano la loro artigianalità ad una dimensione epica.
Nervi sapeva ( come Loos, Wright, Mies, Schindler, Aalto, Neutra, Torroja, Candela e molti altri) che ciò che sostanzia l’invenzione architettonica, ciò che la zavorra alla necessità, è la capacità della stessa di esprimersi attraverso un sistema costruttivo la cui innovazione è intimamente connaturata alla forma stessa. Questa sostanziale (ma celata al primo sguardo) capacità di ragionare criticamente sugli elementi e sui processi della costruzione manca quasi completamente all’odierna architettura italiana. Sembrerebbe che per gli architetti italiani gli elementi del costruire sono monadi intoccabili: un solaio è “dato”, una facciata è “data”, un infisso è “dato”, al limite è migliorabile con qualche vezzeggiato particolare. Anche in questo caso le ragioni di questa disattenzione possono essere fatte risalire ad un passato che oltre lo spazio ha combattuto anche con maggiore determinazione la ricerca tecnica, accusata di bieco professionismo, di essere il velo sotto il quale si nascondesse la pochezza concettuale.
L’irrilevanza del sistema costruttivo (o la sua scarsa inventiva) se nelle architetture di Aldo Rossi arriva al parossismo fino a diventare espressione, oggi continua a vivere larvatamente, in quello stesso limbo in cui si trova la disattenzione nei confronti dello spazio. Persino l’operato di colui il quale apparirebbe il più sensibile sull’argomento, Cucinella, ricade in una tecnologia conformista, che assembla ma non inventa e che come tale appare consolatoria nel suo fingere una asettica innocenza che sfiora la banalità. Di contro viene in mente una tecnologia settica, spuria, che non si affida unicamente all’assemblaggio, ma che sappia intervenire criticamente sia sull’elemento che sul processo, possibilmente in cantiere e non in improbabili officine specializzate in pezzi speciali a controllo numerico.
Ora considerate nel loro complesso le due “disattenzioni” possono essere considerate come i corollari di una ideologia ancora imperante: quella nella composizione. L’architettura italiana infatti continua a comporre gli elementi, difficilmente li re-inventa. Tra l’altro interpreta la composizione non più come sistema espressivo, ma come sistema normativo, la cui applicazione implica la depurazione plastica e l’impoverimento spaziale.
Attenzione, non che il comporre sia in sé qualcosa di negativo; specialmente quando questa attitudine diventa radicale, persino ossessiva, raggiunge come nel caso di Eisenman, una notevole carica espressiva. L’attuale “comporre” italiano è invece scialbo: privato della fede nella autonomia del linguaggio, di quella che Filiberto Menna chiamava la linea analitica, appare privo di risalto, di vibrazioni, di profondità. Mancando di vasto respiro ricade in un rispettabile esercizio di circostanza, un po’ canonico, un po’ manierato. Architetti di ottimo profilo come Botticini, Liverani e Molteni, Iotti e Pavarani, +Arch, Geza ed altri appaiono imbrigliati nella convenzionalità compositiva: attraverso di essa acquistano contegno, dignità e decoro, a prezzo però di un livellare ad una prestabilita media ponderata lo spazio, la luce e la tecnica. Inevitabilmente il risultato è prosaico, privo di poesia.
Per ultimo la “generalizzata debolezza di contenuti” che Molinari imputa alla architettura italiana deriva in quota parte anche da chi scrive di architettura e da chi cura le esibizioni sul tema. Debolezza critica che a ben vedere deriva da due fattori. Il primo è il divagare su contenuti extra-disciplinari, architettando costruzioni sociologiche, politiche o antropologiche adatte a legittimare alla meno peggio le architetture proposte.
Si potrebbe obiettare che all’estero stanno pure peggio, ma ciò non consola. La seconda è il già citato ecumenismo, che impone alla critica una estenuante fiacchezza operativa, sintomo che altro non è che la pavida reazione nei confronti di un atteggiamento profondamente anti-liberale imposto dai nostri magister elegantiarum, sempre pronti a delegittimare ciò che non corrisponde ai loro (per altro sempre meno chiari) desideri.
Così, per la paura di essere allontanati dalla conventicola ed essere messi al cantuccio, si diventa campioni di equidistanze, compilatori, invece di critici e si continua a scrivere pagine prive di profondità, di spazio e prive di invenzione tecnica.
Valerio Paolo Mosco valeriopaolomosco@virgilio.it

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