Potzdamer Platz
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presS/Tletter n.34-2008

FLASH di Marcello del Campo

 

Ribassi e show businnes creano  nuove figure professionali

Le parcelline

 

IN EVIDENZA

 

- LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA: Francesco Orofino e Federico Bilo’: AAA  progettisti svendesi

- L’OPINIONE: Ribassi sulle parcelle

- CARTOLINE: quattro cartoline da Renato Nicolini

- FOCUS SU: Diego Caramma interviene con: Distanza un segno

- TELEGRAFICO COMMENTO: Oliviero Godi: concorsi all’estero

- DOCUMENTI: Intervista di Paolo Posarelli ad Alvaro Siza

- INCONTRI DELLA SETTIMANA: news di Santi Musmeci

- MOSTRE DELLA SETTIMANA: news di Santi Musmeci

- UNIVERSITA’ E DINTORNI: news di Ilenia Pizzico

- CORRISPONDENZE: Zaira Magliozzi ci parla di: Tracciare nuove rotte

- FINNIKA:...notizie dalla periferia nord dell'europa di AgaTino Rizzo

- RESTAURO TIMIDO: Marco Ermentini ci parla di: I giardini di Wall Street

- WILFING: Un ricordo di Antonio Quistelli di Isidoro Pennisi

- CRONACA E STORIA: Arcangelo di Cesare continua con Cronache e storia: novembre 1958

- INTERMEZZO: Edoardo Alamaro ci racconta di: La maledizione del Nuovo

- LIBRI: a cura di Francesca Oddo: Fermoimmagine. Studio sulla felicità urbana. Translating rooms; nuove ecologie dell'abitare

- RECENSIONI E COMMENTI: Giulia Mura: Leaf House, un’abitazione a prova di foglia

- IDEE: Evoluzione e architettura – tra scienza e progetto. Saggio in 5 parti di Ruggero Lenci. Quinta e ultima puntata

- SGRUNT: Marco Maria Sambo ci parla di  Zaha glamour

- MEDIA E DINTORNI: Antonio Tursi: Due eventi sulla comunicazione (a San Marino e a Roma)

- SEGNALAZIONI: Il progetto “Orti urbani” per le città italiane. Si e' chiusa la biennale di Betsky: alcuni dati. Channelbeta su Plasma. Secondo numero di Ordinè. II ed. del Premio Under 40

- LETTERE: Marco Cimenti: Sulle facoltà di architettura italiane

- TESTIMONIANZE: Gianluca Licari: La rinascita del reale?

- GIPANGO RANDOM FILES: Salvator John Liotta continua il suo reportage dal Giappone con: La sfida di Tadao Ando: rimanere fedele alle origini

 

LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA

 

AAA  progettisti svendesi

Raccontiamo un episodio di cronaca che aiuta a capire più di ogni ragionamento teorico la realtà della progettazione delle opere pubbliche nel nostro paese. Lo facciamo sottoforma di domande e risposte per facilitare la comprensione.

Può l’Amministrazione di un comune Italiano di media grandezza decidere di assegnare l’incarico di progettazione per la riqualificazione di una piazza in una area centrale e strategica della città attraverso una gara da aggiudicare con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa? Può farlo perché il Codice degli Appalti si limita ad indicare che “quando la prestazione riguardi la progettazione di lavori di particolare rilevanza sotto il profilo architettonico, ambientale, storico-artistico e conservativo, nonché tecnologico, le stazioni appaltanti valutano in via prioritaria l'opportunità di applicare la procedura del concorso di progettazione o del concorso di idee.” (art. 91 comma 5). Nessuno sa con certezza quali siano le opere di particolare rilevanza sotto il profilo architettonico e il codice, abilmente, evita di chiarirlo. Lo è il ridisegno di una piazza al centro di una città? Lo decide a sua discrezione l’Amministrazione Pubblica. E poi il Codice ha una formula normativa che lascia ancora più ampi margini di interpretazione: “valuta in via prioritaria l’opportunità di ricorrere ad un concorso”. Non obbliga quindi nessuno a tale procedura. Il Comune in questione avrà pure fatto tale valutazione. Poi avrà anche valutato che un concorso richiede tempi lunghi, spese, giurie e che ricorrere ad una gara è molto più conveniente e sbrigativo.

Può l’Amministrazione di quello stesso comune stabilire che i criteri di valutazione per la scelta del progettista siano “pesati” secondo i seguenti punteggi: 40 punti alla relazione metodologica (oggetto misterioso della normativa italiana) 30 punti al curriculum e 30 punti al ribasso offerto sulla parcella? Può accadere, in sostanza, che in un confronto competitivo, ad esempio, tra noi e Rem Koolhaas, perdiamo 30 a 0 sul piano della valutazione dei curricula ma riusciamo a pareggiare il conto vincendo 30 a 0 sul ribasso di parcella? Si può farlo perché il Codice degli Appalti prevede che “quando il contratto e' affidato con il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa, il bando di gara stabilisce i criteri di valutazione dell'offerta, pertinenti alla natura, all'oggetto e alle caratteristiche del contratto, quali, a titolo esemplificativo: a) il prezzo; b) la qualita'; c) il pregio tecnico…….. Il bando di gara ovvero, in caso di dialogo competitivo, il bando o il documento descrittivo, elencano i criteri di valutazione e precisano la ponderazione relativa attribuita a ciascuno di essi….” (art. 83 comma 1 e 2). Da notare che l’articolo in questione regolamente con le stesse regole la scelta del progettista come la scelta  di chi deve fornire computer o scrivanie o eseguire dei lavori ecc. Insomma qualsiasi tipo di lavoro, servizio o fornitura.

Può l’Amministrazione locale decidere che l’onorario posto a base di gara (per un importo di opere di circa 800.000 €)  per un incarico di progettazione definitiva, esecutiva, coordinamento della sicurezza in fase di progettazione ed esecuzione, direzione dei lavori, misura e contabilità e assistenza al collaudo,  sia già in partenza del 40 % più basso di quello calcolato secondo le tariffe Architetti ed Ingegneri per opere pubbliche ? Si può farlo perché il Codice degli Appalti, con la sua solita chiarezza e il suo rigore, stabilisce che “i corrispettivi di cui al comma 3 (quelli calcolati secondo minimi tariffari, ndr.) possono essere utilizzati dalle stazioni appaltanti, ove motivatamente ritenuti adeguati, quale criterio o base di riferimento per la determinazione dell'importo da porre a base dell'affidamento” (art. 92 comma 2). Basta quindi ritenere motivatamente che per progettare una piazza i minimi tariffari non siano adeguati e il gioco è fatto.

Può, infine,  l’Amministrazione aggiudicare la gara al progettista che offre una riduzione di parcella di un ulteriore 47% preferendolo ad un altro progettista che, pur essendosi classificato primo nella valutazione della relazione metodologica e del curriculum, si è limitato a proporre uno sconto del 20% ? E’ possibile che si possa fare la progettazione definitiva ed esecutiva, il coordinamento della sicurezza, la direzione dei lavori, la contabilità, l’assistenza al collaudo nella riqualificazione di una Piazza per 27.500 € ?  Si può considerare questo onorario, al di la dell’esistenza o meno di minimi tariffari, coerente con quanto disposto dall’articolo 2233 del codice civile che, nel fissare i  criteri di determinazione del compenso del professionista, stabilisce che  “… in ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione …” ove l’inciso “in ogni caso”  sta a significare che, ancorché sia intervenuto l’accordo delle parti, la congruità del compenso deve comunque essere valutata anche in relazione al “decoro della professione” ? L’importanza dell’opera in questione (la riqualificazione di uno spazio pubblico in un centro urbano) e il decoro della professione di ingegnere e architetto sono adeguati ai 27.500 €?

Può una pubblica amministrazione considerare economicamente più vantaggiosa un’offerta che, seppur giudicata meno qualificata sul piano della metodologia di progetto proposta e del curriculum,  porta un risparmio del 2,6% sull’intero investimento previsto per l’opera? Si tutela in tal modo il pubblico interesse? Non abbiamo sentito in tutti questi anni continue lamentele sui ribassi eccessivi delle imprese di costruzione negli appalti attribuendo alla logica del massimo ribasso gran parte della responsabilità della bassa qualità delle opere pubbliche? Purtroppo in materia di decoro delle professione del progettista oramai non sappiamo più cosa si possa rispondere. Questa è la realtà della progettazione delle opere pubbliche con cui centinaia di architetti devono  quotidianamente confrontarsi. E’ questa nonostante i 138.000 architetti italiani, le 23 facoltà di architettura, le decine di riviste di architettura, gli articoli che parlano di architettura sulle riviste glamour, le tante associazioni, istituti, circoli, ordini che si occupano di architettura. E’ questa nonostante le tante archistar che hanno progettato opere pubbliche in Italia negli ultimi anni. E’ questa nonostante le grandi “conquiste” rivendicate dal Consiglio Nazionale degli Architetti, Assisi 2001, la direttiva Zappalà e via dicendo.

Sarà ancora questa la realtà anche se venisse approvato il Disegno di Legge Bondi sulla Qualità Architettonica che lascia intatto l’apparato normativo del Codice degli appalti, vero responsabile di questa realtà. E’ velleitario pensare di cambiare il Codice? E’ illusorio chiedere una norma che obbliga (senza ambiguità) le pubbliche amministrazioni nel caso, per esempio, della riqualificazione di una piazza a ricorrere al confronto competitivo tra progetti e non tra progettisti, vietando il ricorso alle gare? Se lo è, il nostro proposito è di continuare ad essere illusi e velleitari. Lo consideriamo semplicemente più dignitoso che accettare rassegnati di partecipare alla definitiva rinuncia alle ragioni del nostro lavoro, del progetto, della qualità delle trasformazioni degli spazi di vita. Sicuramente più dignitoso del sentirsi progettisti in svendita.

Francesco Orofino e Federico Bilo’ Architetti

 

L’OPINIONE

 

Ribassi sulle parcelle

Cosa si pensa di un’impresa che faccia un ribasso d’asta del 30% e oltre rispetto ai prezziari? Che sia gestita da sprovveduti o da imbroglioni.

Cosa ci si deve aspettare quando un professionista presenta un ribasso del 50% e oltre sulla parcella?  Che intervenga l’Ordine. Viviamo, si dirà, in regime di concorrenza. D’accordo ma con prezzi del genere come e' possibile garantire la qualità del progetto?

 

CARTOLINE di Renato Nicolini

 

Cartolina Schintzler

“Che parola vuota è infatti “futuro” in un presente che appare inesauribile e perciò interminabile” (da Commediola).

 

Cartolina Reggio Calabria

Che Fuksas sia, più che un archistar, un populista alla Maramaldo? Nel senso che se la prende con la Facoltà di Architettura di Reggio Calabria piuttosto che con quelle di Roma, con Ligini che è morto piuttosto che con Renzo Piano… La Facoltà di Reggio è stata l’ottava facoltà di architettura italiana, dopo Roma, Milano, Firenze, Torino, Napoli, Palermo e Venezia; è nata su impulso di Ludovico Quaroni, su un progetto didattico di sperimentazione di profili professionali diversificati che ridefinissero la figura dell’”architetto”; non so se Andreotti sottoscriverebbe che a parlar male degli assenti non si sbaglia mai.

 

Cartolina Malagrotta

Era difficile sostenere l’idea di Mario Di Carlo e dell’avvocato Cerroni intenti a farsi buona compagnia nel divorare i loro piatti di coda alla vaccinara, di fronte alle immagini di Malagrotta, sterminato campo di rifiuti che sembrava inesauribile (ma non lo è) - cui si è aggiunto un inceneritore gestito dallo stesso proprietario monopolista - proposte da Report. Di fronte a questo tipo di rapporto tra potere pubblico e privato ho pensato: che sia dalla diversa gestione dello smaltimento dei rifiuti che debba obbligatoriamente passare il futuro delle città?

 

Cartolina A Berlino!

Dopo il grido delle tre sorelle di Cechov:  “A Mosca! A Mosca!”; il grido dei romani, dopo aver visto come lì il Comune ha organizzato la raccolta dell’immondizia: “A Berlino! A Berlino!”

 

FOCUS SUdi Diego Caramma

 

Distanza un segno

«Ecco allora risolto, o dissolto, l’arcano del segno, ovvero ciò che hanno in comune il bimbo e la madre per intendersi (e poi naturalmente tutti noi). Il mondo ci è già sempre comune in una sua figura definita, in una sua materia figurata e segnata, come luogo di un supporto incarnato che transita e che ci transita come figure della relazione segnica operante.

Il mondo è l’Interpretante ultimo e l’ultimo supporto: non in quanto “cosa”, ovviamente, o “forma”, o “abito” (con tutte le sue emozioni e le sue ragioni), ma in quanto permanente transitorietà del suo evento impermanente. È così che esso assegna la soglia della sua vibrazione, della sua aura e della sua eco. Noi ne siamo i “tamburini” incarnati e provvisori; un tamburo che è fatto, si potrebbe dire, della pelle vibrante e oscillante del mondo».

 

TELEGRAFICO COMMENTO

 

Oliviero Godi: concorsi all’estero

Caro Luigi, a Settembre ho partecipato ad un piccolo concorso in Germania, per una  casa galleggiante sui laghi artificiali in Lusatia. La vittoria è andata ad un progetto olandese, probabilmente con più  esperienza di ...houseboats... Comunque oggi ho ricevuto dall'ente organizzatore la minuta del concorso, con i commenti ad ogni progetto, i voti ottenuti nelle varie fasi eliminatorie, le ragioni perché sono stati scartati, i giudizi sui progetti vincenti. Trovo che questa trasparenza e serietà sia quello di cui abbiamo bisogno anche noi qui in Italia... Ciao, Oliviero

P.s. : Ho dimenticato di dirti che...il mio progetto è stato scartato  perchè...arrivato in ritardo grazie alla posta celere italiana...

 

DOCUMENTI

 

Intervista di Paolo Posarelli ad Alvaro Siza

In occasione di “Raccontare l’architettura portoghese” Conferenza a Pisa di A.Siza, E.Souto de Moura e S.Thenaisie Pisa 25 Ottobre 2008 sala Baleari, Palazzo Gambacorti

Alvaro Siza Veira è secondo Rafael Moneo l’architetto contemporaneo che più di ogni altro rappresenta ed interpreta il pensiero ed i principi del movimento moderno.

L’ influenza di A. Aalto, di Le Corbusier e di Wright sono presenti nelle sue opere iniziali come peraltro l’influenza del pensiero di Adolf Loos.

Siza è interprete di quel che oggi possiamo definire atemporale; l’architettura reinterpreta il suo io, la sua visione della vita, il suo essere contemporaneamente costruttore e pensatore.

Intervistare Siza sul lungarno pisano tra una sigaretta e un buon bicchiere di vino non è stato facile. Fissare le sue parole sulle pagine di un taccuino è stato l’unico mezzo che mi consente di ricostruire questa simpatica conversazione:

PP: L’Italia degli Architetti Under 40 si trova a confrontarsi professionalmente avendo avuto una formazione con l’assenza totale di maestri.

Siza: Appena laureato con altri colleghi ho fatto un progetto per residenze sociali, e soddisfatti del nostro lavoro ci siamo decisi di promuoverlo. Siamo partiti in auto dal Portogallo ed abbiamo percorso l’Italia partendo dall’università di Torino fino a Palermo. Arrivati a Milano all’interno dell’università mi sono soffermato al di fuori di un’aula ed ho visto centinaia di studenti ammassati, ho chiesto che cosa c’era in quel momento, mi hanno risposto che quello era l’esame di progettazione dell’architettura. Sono rimasto sorpreso e mi sono chiesto come è possibile progettare in queste condizioni. La situazione nel nostro paese benché economicamente svantaggiato era ed è diversa nel rapporto docenti studenti.

PP: Interessante la promozione del progetto in Italia. Come ritengo interessante il tema del viaggio e della conoscenza di altre realtà. Quando ha iniziato a viaggiare e quale è stato il suo primo viaggio?

Siza: Quando studiavo, il Portogallo era sotto la dittatura di Salazar e l’escudo portoghese rispetto alle altre monete europee era estremamente debole, quindi era difficile poter fare un viaggio all’estero perché estremamente costoso. L’unico paese straniero che potevamo visitare era la Spagna che sotto la dittatura franchista viveva una situazione economica peggiore del Portogallo e il cambio escudo peseta era favorevole. Quindi i primi viaggi li ho fatti con i miei genitori in Spagna. Però il vero viaggio che ho fatto in una città Europea è stato a Parigi.

PP: Il suo rapporto con il Movimento Moderno credo sia evidente. Oggi l’architettura sta cambiando perché cambia l’esigenze della società contemporanea verso pensieri e approcci complessi.

Siza: La risposta alla complessità non deve essere necessariamente un’ architettura complicata. L’architettura non deve fare esposizione della complessità tecnica che pure esiste ma cercare nella essenzialità la risposta.

PP: Il Movimento Moderno: la lezione ed il pensiero. Cosa è per lei un’ architettura moderna?

Siza: L’architettura moderna è quella architettura che riesce a dare delle risposte attuali alle esigenze di quel momento. L’architettura dei Romani a mio modo di vedere è stata estremamente moderna.

PP: Qual’è per lei il concetto di “confine_perimetro” per l’architettura.

Siza: Il concetto di confine o di perimetro di un edificio è qualcosa che appartiene contemporaneamente sia all’interno che all’esterno.

PP: In “Lezioni americane” Italo Calvino sottolinea come nel “Continuum Storico” gli edifici vadano riducendo l’uso del materiale e quindi degli spessori.

Siza: E’ così, fa parte della storia dell’architettura, è una realtà storica evidente. La tecnologia procede nella direzione della leggerezza ed è cosi anche per l’architettura. Questo percorso però oggi non è più così lineare, la questione ambientale ha rotto oggi questa tendenza.

PP: Il ruolo della “pelle degli edifici” nell’architettura contemporanea sta aumentando.

Siza: L’architettura della pelle guarda e dà risposte all’interesse dei politici. Risposte di facile impatto visivo e di consenso. Mi piace concludere questa breve conversazione con Alvaro Siza con una sua citazione: “Secondo il mio amico O.Neimeyer l’architettura deve essere bella, se funziona è ancora meglio”.

 

INCONTRI DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci

 

Romarchitettura

Siamo lieti di invitarvi alla serata conclusiva della terza edizione di Romarchitettura che si terra venerdì 28 novembre 2008 alle ore 18.00 presso la sala conferenze dell'Ara Pacis in via Ripetta 190. Alla presenza dell'Assessore alla Cultura del Comune di Roma Umberto Croppi, dei componenti della Giuria e degli Advisor, verranno consegnati i premi ai Segnalati e ai Vincitori

Si prega di confermare la presenza all'indirizzo e-mail

info@romarchitettura.it

invito: http://www.romarchitettura.it/invitoromarchitettura.pdf

comunicato stampa: http://www.romarchitettura.it/comunicatostampa.pdf

maggiori dettagli su http://www.romarchitettura.it

 

URBS 2008 a Roma

Roma, 3 e 4 Dicembre 2008, Salone delle Fontane  via Ciro il Grande, EUR.  URBS 2008 rassegna internazionale sulle trasformazioni urbana architetti e urbanisti, filosofi e sociologi, economisti e amministratori a confronto sul tema della città del futuro. tra gli ospiti: Vito Acconci, Zygmunt Bauman, MVRDV, Paolo Portoghesi, Rudy Ricciotti, Pierluigi Sacco

 

Architettura come arte sociale a Milano

Architettura come arte sociale FCB FeildenCleggBradleyStudios venerdì 28 novembre 2008 ore 9.00. La Triennale di Milano, Salone d’onore

 

La casa del III millennio a Prato

La casa del III millennio, cinque stanze, cinque nuovi usi. Dal 28 novembre al 8 dicembre 2008. 5 studi di architettura e 17 imprese toscane interpretano i temi dell’abitare contemporaneo in una mostra progettata da Archea Associati per la CNA di Prato.Urban center Palazzo Pacchiani, via Mazzini 65. Prato

 

Convegno internazionale Piero Gazzola a Verona

Il 28 e 29 novembre, ore 9.00 alla Gran Guardia, oltre quaranta tra i maggiori studiosi ed esperti italiani di restauro e conservazione dei beni monumentali percorreranno la vicenda di Piero Gazzola in un convegno dal titolo Piero Gazzola una strategia per i beni architettonici nel secondo novecento. Conoscenza, tutela e valorizzazione nel contesto italiano e internazionale. Verona, Gran Guardia

 

fama_fame / fame_hunger a Rotterdam

Daniele Pario Perra, Roberto De Luca, Giancarlo Norese vi  invitano al fama_fame / fame_hunger, The video show. Het Wilde Weten. Robert Fruinstraat 35 3021 XB Rotterdam 28-29 November 6-12 Vernissage – Saturday 6 P.M. www.hetwildeweten.com

 

MOSTRE DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci

 

Bruno Munari a Roma

Dal 26 Settembre 2008 al 22 Febbraio 2009 Roma festeggia Bruno Munari. Museo dell’Ara Pacis, Casina di Raffaello, EXPLORA il Museo dei Bambini

 

AOC a Roma

AOC, ospiti della sezione Experimental Architecture della Biennale di Venezia, dal 18 novembre al 6 dicembre saranno alla British School at Rome per presentare il loro lavoro in "Cultural Approaches", conferenza e mostra nell'ambito del ciclo Londra-Roma: Work in Process, a cura di Marina Engel e Gabriele Mastrigli

 

La mano di Palladio a Milano

Mostra La mano di Palladio Fotografie di Lorenzo Capellini, testi di Paolo Portoghesi. A cura di Petra Bernitsa. Dal 31 ottobre al 14 dicembre 2008 Sala  delle Otto Colonne, Palazzo Reale . Piazza Duomo, 12. Milano

 

Carlo Cardazzo a Venezia

Carlo Cardazzo Una nuova visione dell’arte la scoperta della dirompente modernità dell'alter ego di peggy guggenheim: creatività e passione di un veneziano che osservava il mondo. Collezione Peggy Guggenheim Dal 1 novembre, 2008 al 9 febbraio, 2009

 

Dentro le forme del vuoto a Firenze

Dentro le forme del vuoto a cura di Fabrizio Arrigoni, Antonello Boschi, Andrea Bueri. Firenze Galleria SESV piazza Ghiberti 27. Dal 21 novembre al 5 dicembre 2008

 

Olivo Barbieri a Monza

Dal 25 ottobre 2008 al 6 gennaio 2009, il Serrone della Villa Reale di Monza ospiterà la mostra Olivo Barbieri site specific_Monza 08 che presenta la nuova serie di lavori di grande formato che l’artista  ha appositamente  realizzato su Monza, e che si inserisce nel  progetto site specific iniziato nel 2003, un work in progress che coinvolge molteplici zone del pianeta.

 

Architetture siciliane a Gibellina

Mostra Architetture siciliane di Franco Purini e Laura Thermes a cura di Maurizio Oddo da sabato 25 ottobre al 31 dicembre 2008. Museo Civico di Arte Contemporanea di Gibellina

 

S(E)OUL SCAPE a Bruxelles

La mostra S(E)OUL SCAPE. Towards a New Urbanity in Korea, esposta al Bozar Centre for Fine Arts di Bruxelles fino al 4 gennaio 2009, offre  lo spunto per un forum su megalopoli e cultura. La mostra S(E)OUL SCAPE. Towards a New Urbanity in Korea, prodotta da iMage, curata da Francisco Sanin e dedicata a sei protagonisti della produzione architettonica contemporanea in Corea -Chung Guyon, Joh Sung-yong, Kim Young-joon, Min Hyun-sik, Seung H-sang, Yi Jong-ho, è accompagnata dal catalogo pubblicato da episode publishers.

 

UNIVERSITA’ E DINTORNI di Ilenia Pizzico

 

Master in exhibit & public design

Istituito presso “ Sapienza” Universita’ di Roma Facoltà di Architettura “L. Quaroni”- dipartimento ITACA, rivolto a laureati di primo livello o titoli superiori,  interessati a sviluppare una professionalità nel campo della progettazione degli spazi pubblici,  del retail, dell’allestimento degli spazi espositivi e fieristici. Il Master è basato su una forte interdisciplinarità tra architettura, design e comunicazione. E’ articolato in corsi teorici, corsi progettuali e workshop tenuti da docenti universitari e da professionisti. Durata: da gennaio 2009 a dicembre 2009. Scadenza iscrizioni 19 dicembre 2008 http://w3.uniroma1.it/masterexhibit

 

Cityfutures e The renewable city a Palermo

Nell'ambito del dottorato in P.U.T. si svolgeranno a Palermo due seminari: giovedì 27 novembre Cityfutures a cura del prof. Lorenzo Matteoli; venerdì 28 novembre The renewable city. La città rinnovabile, del prof. Peter Droege. A seguire la tavola rotonda Clima, energia e sviluppo sostenibile. Scenari urbani del XXI secolo. Ore 9.30, Dipartimento Città e Territorio, via dei Cartari 19b, Sala Conferenze, Palermo.

 

Dire l'indicibile a Venezia

Lunedì 1 dicembre e martedì 2 dicembre 2008 si terrà un seminario di studi dal titolo Architetture della memoria: la deportazione e la resistenza. Il seminario è dedicato alla riflessione su opere e luoghi dedicati al ricordo della deportazione politico-razziale e della resistenza attraverso una ricognizione sulla ricerca progettuale interpretata come strumento di costruzione di una memoria condivisa e collettiva e sul destino di luoghi, che testimoni di quegli eventi, sono segnati dall’abbandono e dal degrado. Il seminario sviluppa alcuni nuclei tematici:le arti e il confronto tra esperienze internazionali sulla volontà di presenza della memoria della deportazione e della resistenza nella costruzione dello spazio contemporaneo. I temi saranno affrontati attraverso il seminario di studi, la mostra, proiezioni cinematografie e video. Ore 10, Aula gradoni, Ex cotonificio, Santa Marta, Venezia.

 

Master CasaClima a Roma

Parte a Roma, presso l’Università Lumsa, il Corso di Perfezionamento CasaClima/Materiali e Tecnologie. L'obiettivo è formare tecnici consapevoli delle problematiche connesse con l’energia e l’ambiente e dar loro l’opportunità di diventare Consulente e/o Certificatore CasaClima stabilendo con l’Agenzia di Bolzano un rapporto di reciproca collaborazione per l’approfondimento e la diffusione delle tematiche energetiche ed ambientali.Il corso prenderà il via venerdì 12 dicembre 2008 con la lezione introduttiva del direttore CasaClima Norbert Lantschner e con la consegna degli Attestati CasaClima Base a coloro che hanno seguito il primo corso. Sono ancora disponibili alcuni posti. Info: www.casaclimabio.it

 

Carlo Cellamare a Roma

Mercoledì 3 dicembre si terrà un seminario di dottorato con Carlo Cellamare, autore di Fare città. Pratiche urbane e storie di luoghi. Eleuthera, 2008. Ore 14.30, aula 26, Via della Madonna dei Monti 40, Roma. Info:www.urbanisticatre.uniroma3.it

 

Vicente Guallart a Roma

Mercoledì 3 dicembre si terrà la conferenza di Vicente Guallart dal titolo Geologics: Geography, Bits and Architecture. Ore 16.00, Facoltà di Architettura Valle Giulia, Aula Magna Bruno Zevi, Via Gramsci 53, Roma.

 

CORRISPONDENZE a cura di Zaira Magliozzi

 

Tracciare nuove rotte

Per come li conosciamo noi europei, i Paesi del Golfo Persico hanno da sempre rappresentato il luogo lontano e deserto della sfrenata ricerca all’oro nero, dei conflitti più sanguinosi e della chiusura mentale ostentata in una religione a noi incomprensibile. Negli ultimi anni, poi, la loro grande ricchezza economica gli ha permesso non solo di aprirsi timidamente verso il mondo occidentale, ma ha dato facoltà, alle maggiori città del Golfo, di emergere con interventi di larga portata sul piano urbanistico e architettonico. Così, in un decennio, si è assistito al brulicare di slanciati grattacieli, lussuosi Hotel e oniriche isole artificiali, tutto sapientemente sottolineato dall’aver chiamato all’appello quasi esclusivamente le maggiori archi-star internazionali. Fin qui niente di nuovo. Ciò che, invece, registrerebbe una inversione della rotta ormai tracciata sarebbe l’apertura al pubblico del primo Museo d’ Arte Islamica del Golfo Arabo inaugurato proprio lo scorsa sabato a Doha, la principale città del Qatar, su progetto dell’ ormai novantunenne I.M. Pei e per volere dello sceicco Hmad bin Khalifa. Dietro le forme massive, i riferimenti all’arte islamica e oltre lo scostamento voluto dall’architetto dai grevi grattacieli che costellano l’area, un messaggio viene lanciato dal nuovo edificio. La volontà della nuova classe dirigente di presentare il proprio paese al mondo non più come meta di un turismo ricco e superficiale, ma di un genere di turismo attento alle specificità culturali di una terra ricchissima di tradizioni, paesaggi e Arti che da oggi ha finalmente un luogo appropriato e autoctono dove manifestare tutta la sua grandiosità.

 

FINNIKA...NOTIZIE DALLA PERIFERIA NORD DELL'EUROPA di AgaTino Rizzo

 

Full House al Kiasma

Al Kiasma apre “Full House”, una lettura del movimento minimalista americano sorto fra la giovane generazione di artisti newyorkesi alla fine degli anni sessanta. Ed è a partire da questo periodo storico, gli anni settanta, che la mostra tenta di estrapolare i recenti risultati della ricerca minimalista. La spersonalizzazione, geometricità, ripetitività e l’uso creativo di materiali industriali sono alcune delle caratteristiche che hanno accomunato questo gruppo di artisti. Ad Helsinki fino al 18.01.09 (http://www.kiasma.fi/index.php?id=1447&L=1&FL=1).

 

RESTAURO TIMIDO  di Marco Ermentini

 

I giardini di Wall Street

E’ strano, sembra che ci interessi solo un luogo nel pianeta: Wall Street. Ma se solo ci soffermassimo a guardare con più attenzione, ci accorgeremmo di fenomeni meno appariscenti ma, più interessanti. Nella stessa new York, a poca distanza, il quartiere di Lower East Side, edificato alla fine dell’ottocento per accogliere le grandi ondate di immigrati, ci riserva gradite sorprese. Piccoli giardini spontanei, nati tra le maglie della metropoli da aree abbandonate per iniziativa delle comunità locali, sono eden in miniatura. Michela Pasquali da anni si occupa di descrivere e salvaguardare questi luoghi di grande valore per la loro bellezza, utilità e salute nel drammatico conflitto ambientale in cui tentano di sopravvivere. Sono sacche di resistenza e sfide: veri e propri recinti vitali.

 

WILFING di Salvatore D’Agostino

 

Antonio Quistelli una matita sottile

Da Isidoro Pennisi ad Antonio Quistelli - Roma, 10 Novembre 2008, Chiesa di S. Maria del Sacro Cuore

The final cut

Le parole che io oggi ho il dovere di trasmettervi non sono di nessuna utilità per Antonio Quistelli e la sua anima. Le parole che si declamano di fronte ad un feretro sono parole che utilizzano la più grave delle occasioni di una esistenza per parlare ai vivi: a quelli che restano e ancora debbono misurarsi con la vita.

E’ così da sempre. Chi lascia il tempo, lascia sempre qualche cosa in sospeso; qualche cosa che deve compiersi attraverso lo sforzo e le giornate di chi continua a vivere.

Chi muore ha solo questa possibilità per rimanere tra i vivi: che qualcuno continui, che il mondo vada avanti, che il tempo continui a scorrere.

Antonio Quistelli, da oggi, è il passato.

Ognuno di noi, nel suo segreto e intimo spazio dedicato agli affetti, può fare i conti con lui e con i legami intercorsi. Certo è, che la vera sofferenza, il dolore indescrivibile a parole, oggi non mi appartengono. Non si può millantare una cosa che non si ha il diritto di sentire.

Dolore e sofferenza, in questo momento appartengono ai suoi due figli, alla sorella, ai nipoti, e in generale a tutte le persone che con lui hanno avuto relazioni radicalmente affettive e ricche di tempo: giorni, mesi, anni.

Antonio Quistelli ha avuto l’onore e l’onere di una vita pubblica che supera, non tanto in qualità ma in intensità e tempo consumato, quella privata.

E’ un fatto. Un po’ per naturale ambizione umana, ma soprattutto per educazione, ha obbedito al tempo storico e alle occasioni, e non si è tirato indietro, diventando conseguentemente un protagonista del suo tempo. Il fatto che lui abbia concluso il suo compito in questi giorni, richiamato probabilmente ad altri incarichi, è una constatazione che si presta a delle considerazioni che non possono essere sottaciute. I suoi occhi hanno visto, come ultime fotografie da portare via con sé, un Paese e una comunità in profonda difficoltà. In difficoltà materiale, certo, ma soprattutto in difficoltà ideale. Un Paese che non sembra avere più le forze per reagire non tanto di fronte ad estemporanei e accidentali provvedimenti legislativi, ma di fronte all’incapacità di darsi un obiettivo posto al di la dell’orizzonte visibile.

Antonio Quistelli, al contrario, per sua fortuna e per via della diversa natura umana e intellettuale che hanno contraddistinto la generazione cui appartiene, ha operato in gioventù e nella sua maturazione, all’interno di uno sforzo di riedificazione civile ed etica di un Paese che usciva da una delle sue più spregiudicate avventure della sua pur giovane storia di popolo. Antonio Quistelli ha fatto parte di una classe dirigente e di una borghesia che oltre a godere di una posizione ha ripagato il proprio Paese con uno sforzo e un servizio che, guardando le cose dal nostro presente, sembra straordinario e del tutto anomalo.

In lui è presente una precisa e rara qualità pubblica, che riscatta gli eventuali, umani, punti di flesso privati. La qualità di chi accetta di servire il suo tempo per quello che esso è, e non per ciò che si vorrebbe, egoisticamente, che fosse. Per questo profondo convincimento, per ubbidire al richiamo del suo tempo, ha rinunciato a dedicarsi completamente alla professione dei suoi sogni, alla scuola che idealmente desiderava, ad inseguire le figure di un Pantheon personale che conformano, spesso, un mondo ideale, per compromettersi e mettersi al servizio della comunità storica effettiva: per come questa è, e per come si incarna nella storia del tempo che ci tocca in sorte di vivere.

Servire la propria comunità, lo Stato, vuol dire questo, e vuole dire, soprattutto, riuscire a tenere sullo stesso parallelo le ambizioni personali con quelle di una comunità, sciogliendo la propria biografia dentro quella collettiva.

Preside di una Facoltà di Architettura1, Direttore di Dipartimento2, Presidente del Consiglio d’Amministrazione, oltre che Rettore di un Ateneo posto nel cuore del Mezzogiorno del nostro Paese, ha ricoperto tutti questi ruoli attingendo al suo sapere d’architetto e alle sue indubbie capacità di progettista. Sapere e capacità di chi sa bene come e perché comporre in un solo disegno, in maniera innaturale e non prevista, elementi eterogenei e apparentemente non riconducibili a fattore comune. Ha ricoperto tutti questi ruoli credendo in una precisa, classica, mediterranea interpretazione della Democrazia, dove il concetto di parità tra gli individui, emancipa e rende più maturo e realista il sogno illuminista e infantile dell’uguaglianza tra gli esseri umani.

Ha ricoperto tutti questi ruoli avendo fiducia nel tempo e nella potenza del progetto. E’ il progetto, infatti, a fare si che intere generazioni, una dopo l’altra, una sopra l’altra, abbiano la possibilità di raggiungere obiettivi alti, nuove frontiere, altrimenti improponibili se pensati all’interno del misero arco biologico che la vita ci concede. Antonio Quistelli sa bene che obiettivi alti e nuove frontiere non si raggiungono senza la consapevolezza dei debiti contratti con le persone incontrate negli incroci ventosi della vita. Le “cattive compagnie”, da ragazzo, i suoi maestri, da giovane, i suoi colleghi nell’avventura di una vita sullo Stretto di Messina, da uomo.

Flora Borrelli, soprattutto; sua compagna di vita e d’aspirazioni, che, come lui e insieme a lui, ha creduto che la formazione e il trasferimento organico del sapere, sia già, e senza nulla aggiungere, il senso di una vita ben spesa.

Cosa lascia in sospeso Antonio Quistelli? Tante cose, troppe in rapporto a ciò che sino a qualche anno orsono si poteva minimamente immaginare o pensare.

Lascia il proprio Paese, a cui ha dato e da cui ha ricevuto tanto, tra le mani di una classe dirigente, che qualunque sia la sua collocazione politica ed ideale è sempre del tutto inadeguata. Una classe dirigente che lui stesso ha contribuito a formare e selezionare.

Rospi risvegliati dal bacio fatato di una storia e riformati in Principi: questa era la sua spiegazione. Forse, in maniera più veritiera, persone destinate invece a seguire la sorte dei cavalli lipizziani che nascono bianchi e muoiono neri. Lascia il mestiere cui ha dedicato intelletto e talento in uno stato completamente anacronistico, lui che ha scritto, rivolgendosi a chi pensava di iscriversi ad una Facoltà di Architettura, queste esatte parole: ".... A chi volesse fare l'architetto bisognerebbe chiedere e dire: ebbene, sapete disegnare? Può essere importante: il "disegno" sarà una lingua che dovete conoscere. Pensate di saper attingere all'immaginario e insieme praticare la concretezza? E' importante. Siete in grado di dare a voi stessi l'autonomia della vostra soggettività e servirvene per interpretare la collettività? Le vostre mani sanno "fare" le cose? Riuscite a vedere gli uomini dietro i segni del mondo materiale, e credere che valga la pena di porre voi stessi e le vostre capacità al loro servizio? Forse, se è così, potete pensare di avventurarvi in un mondo che potrà conquistarvi, ma non sempre compensarvi..." Le opere che ha realizzato o solo pensato non si genuflettono di fronte alle caratteristiche superficiali di un'epoca, o ad una delle tante avanguardie. Non azzerano il loro compito appiattendosi sulle sole istanze figurative. Le sue opere hanno provato, al contrario, in maniera strategica, a dare un senso alle trasformazioni che si è chiamati a produrre nello scenario dell'artificiale e hanno mirato a dare soluzioni che sono sempre di tutt'altro genere da quelle che si risolvono nell’inserire una nuova ed originale figura nel mondo. E' la ricerca di bellezza reale, quella, come ricorda Cacciari, che si traduce 'kallon' e non beautiful, a far crescere l'opera e a farla transitare dall'idea al reale. Bellezza che è cocciuta ricerca d'armonia tra le cose che l'uomo è chiamato a produrre e inserire nel mondo: un disegno. Questo tipo di ricerca, quando ha valenze del genere, destituisce di fondamento il destino del singolo atto, altamente caratterizzato, che antepone il suo modo d'essere alla trama in cui s'inserisce, o la propria visione del mondo al mondo per com'é, effettivamente.

Lascia la scuola di architettura e la struttura universitaria che ha contribuito a realizzare, e nei confronti delle quali ha forse dedicato più sforzi di quanto sia giusto chiedere ad un essere umano, in una situazione che la vede coinvolta, senza capacità di distinzione, all’interno della crisi evidente del sistema universitario del nostro Paese. La Berkley del Meridione3, secondo una definizione dell'epoca, nel tempo è diventata Ateneo, ed è, oggi certamente qualcosa di diverso e certamente di meno, in rapporto alle aspirazioni che nutrirono quei momenti fondativi. Quest'Istituzione però esiste, e questa è la cosa più rilevante. Esiste, all'interno di un panorama che è tutt'ora difficile, in una situazione in cui essa però rimane una delle poche realtà che continuano ad avere il compito di portare avanti la realizzazione di quelle condizioni proprie al riscatto e la modernizzazione effettiva di questa realtà. Coinvolto in questo progetto politico e culturale, a sua volta Antonio Quistelli ha coinvolto interi brani di una generazione di uomini e donne, in cui ha creduto: ed ha fatto bene. In qualsiasi caso. Costruire, infatti, è opera grave e difficile, e sarà il tempo, come sempre, a trarre le conclusioni di questa storia, a giudicare l’operato d’ognuno. E’ chiaro, però, che queste persone, compreso me stesso, che godono del privilegio di operare in questa struttura universitaria, soprattutto in questo momento storico debbono decidere se prestare il petto o le spalle al proprio tempo; debbono decidere se continuare a coltivare una biografia personale o se è il momento di trasferire tempo ed energie verso la riabilitazione di una biografia collettiva; debbono decidere, in sostanza, se provare ad essere proporzionati allo sforzo che occorre per portare a compimento tutto quello che Antonio Quistelli ed altri hanno lasciato in sospeso, oppure continuare a ritagliarsi uno spazio vitale, anche di rilievo, esclusivamente utilizzando questa struttura. Perché una cosa posso dire con certezza. Io a lui ho sempre detto che l’occasionale incontro che mi ha permesso di conoscerlo e di condividere qualche anno di vita, è nulla rispetto alla vera fortuna che ho avuto nel godere, insieme a tantissimi altri, del suo lavoro e del suo impegno, della sua intelligenza e della sua dedizione, offerte a tutti, indistintamente e indirettamente. La scuola che io ho frequentato in un momento della mia vita, il suo clima, le sue condizioni, la particolare forma di coinvolgimento educativo, sono per me più importanti del rapporto personale con lui. Anche se non l’avessi conosciuto, come a tantissimi altri è capitato, il suo contributo alla mia formazione e alla mia vita sarebbe stato identico, o quasi. Il conoscerlo, in sostanza, è stato ininfluente rispetto alla capacità di onorare la vera qualità che io credo vada riconosciuta alle persone come lui: farsi carico dei destini collettivi vuol dire rinunciare, con dolore, a farsi carico anche di quelli privati e personali. Chi non capisce o non vuole accettare questa dura e tragica legge della nostra vita in cui non è mai possibile servire due padroni esigenti, non può apprezzare in maniera compiuta una figura come quella di Antonio Quistelli. Alcune importanti vittorie, quindi, personali e pubbliche, ma moltissime sconfitte. Questo è il destino di chi preferisce avere ragione invece che utilizzare le circostanze per come vengono, piegandole a proprio favore. Questo è il destino di chi preferisce abituarsi a perdere molte volte invece di accontentarsi e rassegnarsi in partenza a vincere poco.

E’ soprattutto questo il significato degli ultimi anni della sua vita.

Come sempre, arriva allora il momento dei saluti. Il momento in cui è necessario tagliare l’ultimo filo che ancora adesso, qua dentro, ci tiene legati alla sua figura, al suo volto, alla sua voce, colta e partenopea. Per chi crede che da qui inizia un avventura nuova come per chi crede che qui si chiuda ogni avventura, io non ho parole probanti da declamare, che possano darci sollievo o certezze.

Il fatto che ritengo evidente è che la cosa che chiamiamo morte fa parte di questo fiume che è vita che ad un certo momento si ingrotta e sparisce alla vista. Tanto poco viviamo e chissà quanto tempo aspettiamo per nascere e poterlo fare: per questo, forse, il poco tempo a nostra disposizione ha così tanto valore. Che ti sia lieve la terra, Prof. Antonio Quistelli, e buona fortuna.

Isidoro Pennisi

http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2008/11/antonio-quistelli-una-matita-sottile.html (26 novembre 2008)

 

0003 [FUGA DI CERVELLI] L’Italia vista dagli e-migrati

Il giornale La Repubblica ha aperto una pagina dove raccoglie le storie dei ricercatori all'estero, a mio parere un problema marginale su cui ragionare, perché è una minoranza rispetto a chi soffre e lavora nella quotidianità dell'edilizia/architettura. Ho raccolto le storie degli architetti e ve le propongo. Le loro voci, a volte interrotte dai limiti di spazio redazionale, sono importanti e raccontano in libertà alcuni aspetti dell'Italia, loro non temono più di subire il classico ammonimento di chi per forza maggiore si è dovuto asservire: "funziona così che ci puoi fare!": Eccole: http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2008/11/0003-fuga-di-cervelli-litalia-vista.html (22 novembre 200)

 

CRONACA E STORIA di Arcangelo Di Cesare

 

Cronache e storia-Novembre 1958

Il fascicolo di novembre è particolarmente denso di temi compositivi: dal liberty di due giovani architetti torinesi, alla spregiudicata denuncia di un giovane architetto milanese, dall’enciclopedia espressiva del concorso per Brusson che vede opporsi ad alcuni esponenti razionalisti le visioni di Carlo Scarpa e di Marcello D’Olivo all’eredità di Otto Wagner, passando per la casa veneziana di Ignazio Gardella e per il Seagram Building di Ludwig Mies van der Rohe.

Proprio intorno a quest’ultimo edificio si incentrerà l’editoriale di Bruno Zevi che se da un lato esalta il capolavoro americano dall’altro aggiunge delle acute osservazioni:

- l’edificio doveva esser costruito negli anni ’20/‘30, perché così avrebbe riscattato quegli anni manifestandogli un ordine, una misura, una bellezza antitetica ai turpi arbitri della dittatura, ma in quegli anni Mies era disoccupato…..

- il “meno è il più” diviene principio leggermente grottesco quando è applicato a un Seagram Building rivestito in bronzo e più costoso di ogni altro grattacielo d'America…….

- sul piano figurativo l’anacronismo è dovunque evidente: nella tradizionalistica gerarchia tra prospetto principale, fianchi e retro; nella simmetria programmaticamente inflessibile; nella mancanza di articolazioni spaziali e di modulazioni luministiche e nella profusione di rivestimenti marmorei.

Il Razionalismo divora se stesso nella testimonianza del suo più fedele esponente: tutto ciò che Mies ci aveva insegnato è sistematicamente contraddetto con un processo, meno clamoroso dell’auto-sconfessione di Le Corbusier a Ronchamp ma, appunto perciò, più tragico e definitivo.

Nel dare il suo voto favorevole al governo dell'On. Fanfani, il Presidente dell'Istituto Nazionale di Urbanistica On. Ing. Adriano Olivetti ha fatto alcune dichiarazioni estremamente precise, esprimendo il pensiero e il sentimento di tutti i tecnici italiani: “ i problemi sociali nel nostro paese non sono problemi di congiuntura, bensì di struttura. Ciò significa che non si possono vittoriosamente fronteggiare e risolvere, se non mediante un approccio integrato, vale a dire capace di dar corso ad una serie di interventi coordinati e simultanei, tali da investire le strutture sociali nel loro complesso. I governi precedenti si sono troppo spesso perduti negli interventi frammentari, che facilitano, in una politica sezionale, il clientelismo, le preferenze e le discriminazioni.”.

Tralasciando la seconda parte tecnica del discorso incentrata sulla denuncia della mancanza di leggi e strutture che regolano l’urbanistica italiana, rimane la traccia, che conferma, che questo paese difficilmente cambierà indirizzo………

La palazzina di Corso Monte Grappa a Torino di Roberto Gabetti e Aimaro Oreglia d’Isola, anticipando il loro capolavoro, la Bottega d’Erasmo, solletica il dibattito sul liberty.

Nel bilancio dell’architettura europea di questo dopoguerra, l’istanza di umanizzazione del razionalismo ha trovato tre esplicitazioni: il movimento organico, l’ispirazione a forme spontanee e indigene e la ripresa del Liberty. Tralasciando il movimento organico, la fondamentale differenza tra il liberty e il rustico è che il primo è urbano e il secondo inesorabilmente provinciale, Il primo offre la possibilità di una «architettura minore », il secondo è minorato in partenza, la «memoria» liberty rende civile anche una casa economica; lo «spontaneo» umilia a tono campagnolo, tanto più falso quanto più abile, anche una villa signorile.

Nel 1958 l’architetto Ignazio Gardella terminava la costruzione della casa veneziana alle Zattere.

L’iter progettuale fu complicato dalle autorità veneziane e dalla Soprintendenza che ne modificarono l’aspetto finale.

Le autorità, infatti, decisero di eliminare il balcone più basso perché troppo incombente sulle fondamenta; il progetto risultò impoverito nelle sue proporzioni perché il blocco che prima “posava” energicamente a terra alla fine risultò un po’ sospeso; in compenso il gioco delle finestre sfalsate, nella zona a sinistra del prospetto, fu corretta magistralmente.

L’architetto Gardella riuscì, accettando le modifiche imposte, a costruire la sua architettura in una città che aveva già bocciato il grande Frank Lloyd Wright e perso ogni tipo di occasione che negli anni gli si era presentata…….

In quell’anno Richard Buckminster Fuller, di passaggio a Roma, chiese, appena arrivato alla stazione: “Andiamo a vedere il Pantheon. A parte quelle geodetiche concepite da me, il Pantheon ha la più bella cupola al mondo“.

Fece tre critiche:

1-troppo omogenea a confronto anche della più complessa cupola geodetica in metallo;

2-troppo pesante, specie se paragonata ad una delle correnti cupole geodetiche che possono essere trasportate da un piccolo elicottero;

3-troppo piccola, rispetto alla geodetica di 800 piedi (metri 234) con cui sarebbe facile inglobare tutta San Pietro.

Nel novembre del 1958 il Ministero dei Lavori Pubblici indice un concorso nazionale fra ingegneri ed architetti italiani, per il progetto della nuova sede del Tribunale civile e penale e della Procura della Repubblica che dovrà sorgere in Roma su una parte dell'area demaniale di piazzale Clodio, per un importo presunto di tre miliardi di lire…………pardon 1.549.370.69 euro.

Al progetto dichiarato vincitore, composto dagli architetti N.Monteduro, G.Perugini, F.Bruno, V.De Feo, U.De Plaisant, E.Giangreco, F.Girardi, M.Nicoletti e P.Reggiani, fu assegnato un premio di 3.500.000 di lire………………..pardon 1.807,60 euro, circa 200,00 euro a testa.

Architetto Arcangelo DI CESARE www.xxl-architetture.com mail   a.dicesare@xxl-architetture.com archang@libero.it

 

INTERMEZZO di Edoardo Alamaro

 

La maledizione del Nuovo

Caro Lpp, puzza di combine e cumbin/azione questo tuo ping pong siculo-condominiale con Nicola Giuliano Leone, nella PresS/T scorsa (vedi rubrica l’Opinione, n. 33, ndr). Eravate d’accordo, dite la verità! Ngl ti ha fatto da spalla scrivendo quella lettera. Per farti replicare come hai fatto. Buon gioco s/cumbinato al balcone web tra di voi, in modo che sentisse tutto il condominio nostro: Totò e Peppino, Luigi e Nicola, Lpp e Ngl. Punto, meglio, punto esclamativo! Anzi no, due punti esclamativi!! Abbundantis in abbundantibus!

Voi due infatti sapevate che la sera stessa del vostro ping-pong, giovedì 20, ci sarebbe stato Santoro alla TV. Col suo “Anno Zero” tutto centrato sulla Università della Calabria. Sulla nascita e sviluppo di “Architettura” a Reggio-montata come decentramento occupazionale di Roma. Con i quaroniani scalognati-progettati da sistemare in loco. E che poi in Tv, saltato lo stretto tra Scilla e Cariddi, sarebbe stata ben graficizzata sul video dell’Anno zero nostro architettonico, la rete siciliana universitaria. Con i tre centri di spesa parentale e parietale Messina, Palermo, Catania. Fino a girare per il teatro nostro di Siracusa, salire a Enna, fino alla Vittoria di un solo studente in un corso di laurea! W l’Italia!!!, tre punti esclamativi, abbundantis in abbundantibus!!!

A parte il feroce Fuksattila ai ferri corti col non-barbarico Barbareschi, esemplare e sintetica dello stato dei luoghi del nostro Sapere (e del sapere vivere a Facoltà) è stata poi la vicenda della piastrella universitaria firmata “Università della Calabria”. Assoluta mi è parsa l’interpretazione del prof. ordinario di progettazione territoriale Alfonso Nastro. Nastri nostri per godibilissimi pacchetti infiocchettati e firmati d’autore, tutti blu dipinti di blu Tirreno. Nel Sud profondo del Sud Ionio, tra pubblico e indistinto privato mixité/universy-thé. Una volta a me e un’altra ancora a mme! Una estronsione universitaria per 26 milioni di euro, pare.

Tutto racchiuso in quattro esemplari parole: Non si può fare! E/o, meglio, in tre parole: Si può fare!! Vale a dire: Te voglio bene!! Anzi meglio: Mi voglio bene (assaie)!! E allora vai, Lpp!, siamo ottimisti nella re-cessione. Autostima ci vuole, solo tre parole: Se po’ fa’! Si può fare la piastrella e pastella doc nello Stretto d’Italia! Diamoci da fare, nun perdimmo cchiù tiempo!!! Avvolgiamoci nei nostri nastri, fiocchetti e coccarde universitarie. Piastrelliamo il Mondo di Cumparielli!!! Che ce ne fotte del domani? Del domani non c’è certezza e regula!!! Prufessò, a disposizziò, tengo famiglia, temetemi presente colle mie ricerche di antiche riggiole napoletane regulate. Un po’ di Storia ce vo’. Come premessa, contorno e decoro, ma ce vo’!!! A presto e … grazie in anticipo.

Anzi no, un momento applicativo dei mal-ambienti del Sud. Un (lungo) P.S. da Paestum. Dove sono stato sabato, tutto la giornata. Per la buona azione settimanale. Per una simpatica testimonianza di progetto comune e speranza comunale d’Italia. Ed anche questo lo devo a te, mio caro Lpp! Infatti la notizia l’avevo letta sulla sullodata tua PresS/T.

Mi aveva intrigato la titolazione dell’incontro di lavoro: “La Maledizione del Nuovo!”, un thriller, un giallo, un delitto sullo sfondo dei templi greci, romanzo gotico otto-novecento (passerella in tek lungo le antiche mura, strada bianca assorbente sovradimensionata e ottusamente rialzata, guardrail modello valdostano ai bordi, grigi parcheggi da periferia urbana nelle vicinanze …).

Sembravamo degli ispettori, anzi meglio, dei superispettori della scientifica universitaria venuti da Napoli, Pasquale Belfiore, Pica Ciamarra e io. Portati in macchina sul luogo del delitto dall’agguerrita coordinatrice Cristina Di Geronimo. a vedere il corpo del reato ambientale. A vagliare le prove di questo stramaledetto nuovo distorto del Sud, culturalmente abusivo. Per valutare i capi d’imputazione ed impuntazione inconfutabili. Per giudicare l’architetto-assassino del genius loci. Firmante e firmatario di una progettazione  burocratica, fatta con poco amore ma con molti euro, pare. E poi io, come superispettore indefesso, c’ho pure la coppola all’inglese in testa, per l’umido e l’età. E in tasca sempre porto la lente d’ingrandimento, segugio della PresS/T letter. All’erta sto Lpp.

Anzi no, all’erta Stop!! Quelli del convegno –una interessante Rete di volontari ambientali del nostro Bel Paese residuale, inclusa Agropoli e la baia di Trentova a rischio– sono speranzosi e tosti: vogliono, chiedono, esigono, in questo caso specifico dell’autostrada a ridosso delle mura antiche di Paestum, che si “ripristini lo stato dei luoghi”. E se potessero, “i Nostri” riporterebbero tutto allo stato dei luoghi pre-legge 220/1957, dovuta a beato Zanotti Bianco!

Cancellerebbero d’un colpo la Villettopoli locale e tutto il ceto politico-progettuale e amministrativo-ambientale che ha partorito la Paestum d’oggi, quella vera e verace. Comprensiva di tutti i nastri, nastrini e medaglie di cui si dis-onora. E come si fa? Chi lo fa? Chi scaglia la prima pietra. Chi è senza peccato, popolo di abusivi di massa qual siamo diventati?

Nel 1829 l’ing. Raffaele Petrilli fu rinviato a giudizio dal Procuratore del Re Borbone per l’insensibilità progettante nei confronti del patrimonio storico di Paestum. Ciò perché aveva tracciato la nuova strada delle Calabrie, l’attuale Tirrenia Inferiore, praticando una breccia nella cortina muraria da Nord a Sud. Distruggendo così la Porta Aurea e tranciando in due l’Anfiteatro romano.

Non so come andò a finire il processo, ma eravamo nel 1829, e l’ambiente non era proprio all’ordine del giorno. Ma ai nostri giorni? E’ molto peggio! Ci sono gli ingegner Petrilli di massa, molto agguerriti e affamati. E i procuratori della Repubblica procurano poco, pare. E i Borboni sono oramai dei lontani barboni della Storia dell’Architettura. Gli antichi Dei di Paestum maledicono certamente gli attuali paestummati.  

Come uscire da tutto ciò al positivo? Con progetti –propone Pica Ciamarra– intesi come confronti civili. Progettazione come opera aperta, occasione di crescita comune e comunale. Bisogna confrontarsi sulle soluzioni concrete. Condividere prima di realizzare. E’ evidente che qui a Paestum, lungo le mura antiche, c’è stata la netta frattura tra il Piano e il progetto reale. Non si vede nel progetto, nell’iter che s’ìncarna nell’opera, quella pazienza, quella cura, quell’amore, che la sorregge e corregge nel suo farsi. Mancano –per costruire questo clima, quest’auspicata partecipazione civile– la cultura diffusa. Cioè i procedimenti, i meccanismi e le regole interiorizzate e condivise.

Finalino: Sono quindi necessari sostanziali mutazioni delle normative profonde nostre, perché ora la forma segue solo la norma ottusa. Qui a Paestum paradossalmente gli ingredienti son forse giusti: la passerella di legno, il guardrail, il corrimano mano-mano…, ma il sapore della torta progettata è veramente indigesta. Ciò significa che non possiamo più lavorare con piani di settore, piani disciplinari l’uno contro l’altro armati o nascosti al pubblico. Dobbiamo mirare alla in-disciplina, che deve contenere in sé molta disciplina e regole certe. Qui il punto: come costruire tutto ciò? La risposta nei prossimi Intermezzi, forse. Saluti indisciplinati, Eldorado

 

LIBRI a cura di Francesca Oddo

 

Fermoimmagine. Studio sulla felicità urbana

"Attraverso il caso di Fermo, nuovo capoluogo di provincia delle Marche, l'equipe di studiosi coordinata da Giorgio Piccinato intende rispondere a una domanda sostanzialmente inedita per gli urbanisti: quali sono i motivi alla base di una generale soddisfazione degli abitanti di una città? Al contrario gli urbanisti, ma anche i sociologi, in genere sono abituati a studiare i problemi che causano lo scontento dei cittadini. L'analisi svolta in questo volume ha dunque come oggetto sia i caratteri materiali (fisici, demografici, economici, etc.) del territorio fermano sia quelli immateriali generati dal sistema delle relazioni sociali – registrati per mezzo di interviste e focus group. Solo esaminando la città in quanto sintesi di questi due aspetti (territorio e organizzazione umana), la felicità urbana diventa infine ipotizzabile." (Quodlibet)

A cura di Giorgio Piccinato. Editore: Quodlibet. Ano: 2008. Pagine: 106. Prezzo: € 20.00

 

Translating rooms; nuove ecologie dell'abitare

"Un libro che nasce già nelle intenzioni degli autori come un oggetto ibrido ed interessante già nelle sue premesse a cui si aggiunge la peculiarità e il valore degli artisti coinvolti nonché l'originalità dei contributi su un tema vagliato trasversalmente e sondato da un serie di punti di vista che si apre a trecentosessantagradi legando vari contesti disciplinari dalla sociologia all'urbanistica, le nuove tecnologie, l'estetica, l'arte visiva e l'architettura. L'abitare e il suo spazio emblematico per eccellenza, ovvero la casa, escono dal loro specifico ambito di riferimento e assumono la risonanza di una metafora dai significati complessi e cangianti che riflette le valenze della vita dei nostri giorni, nel senso più ampio del termine. 'Translating rooms' disegnando un percorso particolare all'interno del concetto dell'abitare nelle sue varie declinazioni pone l'accento sulle varie morfologie funzionali, etiche ed estetiche, rappresenta il luogo reale e potenziale, topologico e spaziale in cui radicarsi temporaneamente, la soglia su cui sostare adeguandosi alla sua consistenza fluida e in costante slittamento nella prospettiva dilatata di una logica dichiarata dell'interdisciplinarietà che apre porte duchampiane, interfacce tra pubblico e privato di una casa come dispositivo relazionale con il relativo riscatto di un quotidiano e dei suoi silenziosi testimoni sottratti ai loro stereotipi, per una nuova cultura progettuale che vada oltre i luoghi comuni nella praticabilità dei luoghi possibili. Una casa del futuro intesa come microcosmo conoscitivo ed emotivo tra atopia e luogo, all'interno di un contesto urbano sempre più auspicabilmente teso ad una qualità della vita legata alla salvaguardia dell'ambiente, nella rinverdita capacità dell'arte, dell'architettura e dell'urbanistica di dare senso al territorio che abitano, determinandone l'identità." (Gangemi). Il volume verrà presentato il 13 dicembre alle ore 10 l'Aula del Chiostro – Facoltà di Ingegneria, via Eudossiana 18, Roma.  A cura di: Patrizia Ferri e Fabio Briguglio. Editore: Gangemi. Anno: 2008. Pagine: 320. Prezzo: € 24.00. Contributi di: Alberto Abruzzese, Paolo Colarossi, Bruno Di Marino, Marcello Pecchioli, Massimo Pelliccioni, Gabriele Perretta, Luigi Prestinenza Puglisi

 

RECENSIONI E COMMENTI

 

Giulia Mura: Leaf House, un’abitazione a prova di foglia

Sembra proprio che il tema della sostenibilità sia diventato di gran moda tra gli addetti al settore. Moda che per una volta vale la pena di seguire, nella speranza che si tratti di una trasformazione duratura del pensiero progettuale e abitativo, e non l’ennesima effimera inclinazione del mercato. Sull’onda propulsiva di questa tendenza è nata così la Leaf House in provincia di Ancona, esempio - tutto italiano - di abitazione multipla a impatto zero. Si tratta infatti del primo edificio energeticamente autosufficiente, fermamente voluto nelle Marche, nella piccola località di Angeli di Rosola dalla Leaf Community (www.leafcommunity.com) , ovvero la prima comunità integrata completamente ecosostenibile in Italia. Realizzato dal gruppo Loccioni e da un team di imprese d’eccellenza, la Leaf House è un insieme di sei appartamenti costruiti esteticamente nella migliore tradizione delle case coloniche mezzadrili marchigiane, quasi fosse un microcosmo a sé stante. Proprio come una foglia, da cui prende il nome, il gruppo di case promuove uno stile di vita carbon free, grazie al solo utilizzo di energie pulite come il solare, il fotovoltaico e l’eolico, che abbassano drasticamente le emissioni di CO2 normalmente prodotte dall’edilizia. L’abitazione è infatti pensata per sfruttare al massimo quello che la natura già di per sé offre: esposta a sud possiede pannelli solari per la produzione di acqua calda, grazie a speciali infissi si sono ridotti al minimo i ponti termici e acustici (con grande risparmio sul riscaldamento), ci si muove solo con macchine ad idrogeno, i materiali usati – sia per gli interni che per gli esterni – sono naturali e di produzione locale, i pavimenti sono radianti ecc ecc..anche l’uso dell’acqua è tenuto sotto controllo grazie a vasche di raccolta dell’acqua piovana che, depurata, può essere riutilizzata per usi sanitari o di irrigazione, con un risparmio netto del 50%. La progettazione ecosostenibile si è spinta qui fino allo studio estremo del dettaglio, con sistemi di illuminazione artificiale a bassa emissione di calore o con il più vasto uso di luce naturale e  con elettrodomestici ed apparecchiature elettriche a risparmio energetico.

Tutto questo però senza tralasciare mai né confort né modernità, poiché non è tornando indietro che si fanno le migliori innovazioni tecnologiche, nella speranza che esempi come questo siano sempre più frequenti.

Giulia Mura

 

IDEE

 

Evoluzione e architettura – tra scienza e progetto

(ultima parte, 5 di 5)

Saggio in 5 parti di Ruggero Lenci

Il testo in versione integrale e con i riferimenti è pubblicato sugli “Annali” del Dipartimento di Architettura e Urbanistica per l’Ingegneria – Sapienza Università di Roma – volume dal titolo “Nella Ricerca”, Gangemi, Roma 2008, pp. 61-92.

Conclusioni

Oggi in architettura, a seguito di meccanismi che favoriscono l’ibridazione funzionale, il termine tipologia – peraltro per alcuni casi sostituibile con speciazione – ha perso gran parte del suo significato originario. In biologia, se una popolazione permane in una condizione di isolamento nello spazio per un periodo abbastanza lungo nel tempo, questa evolverà in una direzione diversa fino a non riconoscersi più e a non incrociarsi con quella con la quale una volta era unita, dando luogo a due specie distinte. Tale fenomeno, di speciazione appunto, si presenta con particolari modalità anche in architettura generando gli ordini, gli stili, le avanguardie, le correnti, i codici. Ma, a differenza delle specie, le idee, i progetti possono essere incrociati tra loro, combinati insieme come ad esempio accade tra il dorico lo ionico e il corinzio (nel Colosseo, ad esempio.), in quanto non vi è una limitazione dettata dalla fertilità biologica, ma solo una questione – peraltro non di poco conto – di pudore intellettuale, sperando che non venga in mente di incrociare il corinzio con il decostruttivismo. Sarebbe come dar luogo a una nuova forma di vita nella quale un organo non sviluppandosi appieno rimane vestigiale: un’ontogenesi arrestata nel compimento del suo processo di ricapitolazione della filogenesi. (Va ricordato che un carattere generale dell’evoluzione è che nuove funzioni vengono assunte da organi che non sorgono ex novo, ma come modificazione e adattamento di preesistenti. ”I nostri denti sono scaglie modificate, gli ossicini dell’orecchio sono ossa della mandibola modificate, le nostre braccia sono pinne modificate, le mammelle sono ghiandole cutanee modificate, e cosi via.” in: Maynard Smith, J., Le nuove frontiere della biologia, Laterza, Roma-Bari 1988, p. 73).

Se in biologia la presenza o meno della fertilità dirige l’evoluzione delle specie – ed è su questo terreno che dovrebbero incontrarsi e discutere teologi e scienziati, quindi non per trattare il solo caso dell’essere umano – in architettura questa condizione è mancante, ed è proprio la critica architettonica, oggi poco presente, che dovrebbe farsi carico di supplire a tale compito, indirizzando i progettisti verso accostamenti fertili e stroncando quelli improponibili.

La vita deve preservare e far evolvere la regola (il genoma) e sviluppare la massa (l’organismo). Questi due aspetti (norma e forma, regola e morfologia, contenuto ed espressione, ecc.) sono ambedue necessari, in quanto la norma si deve preoccupare anche della sua propria forma affinché l’insieme possa rimanere connesso. Si pensi al fenotipo del DNA caratterizzato da un filamento a doppia elica, con la matrice informativa costituita dalle quattro basi azotate che, unendo le due eliche, generano un insieme connesso. La forma filamentosa fatta di spire è la migliore per generare la bidimensionalità (tessuto), o la tridimensionalità (massa) avvolgendosi su se stessa in modo complesso e a prima vista casuale.

La straordinaria ricchezza informativa del DNA consente a una molecola di tRNA (con il suo anticodone e grazie agli enzimi) di dar luogo a catene di amminoacidi (nell’essere umano in numero di 20 su 64 combinazioni possibili) corrispondenti alla sequenza delle 3,2 miliardi di basi del codice genetico, lette a triplette. Tale sequenza, stadio per stadio nello sviluppo del feto, dà luogo alla massa proteica specializzata (avvolta su se stessa in modo complesso e anch’esso a prima vista casuale), massa che genera l’organismo e nella quale norma e forma si corrispondono.

Questa autosimilarità tra il filamento aggrovigliato del DNA e quello degli amminoacidi fa pensare che nella vita, insieme a fenomeni elettrici, meccanici, a reazioni chimiche e di sviluppo per diffusione  (gradiente, morfogenesi di A. Turing, ecc.), sia presente anche un ordine ricorsivo di tipo matematico-frattale, che interagisce, stadio per stadio, con tutti gli altri fenomeni, mettendo in campo una maestosa complessità. Tale algoritmo, che qui si ipotizza essere contenuto nel DNA, può indurre una cellula in un suo determinato stadio di sviluppo a generare dei picchi di concentrazione di composti chimici dando luogo a un gradiente mediante sintesi di una sostanza in un punto e sua diluizione in un altro (Maynard Smith, J., op. cit., pp. 158, 160).

 La geometria dei frattali – che, con Gaston Julia prima e Benoit Mandelbrot dopo, si occupa della distribuzione dell’informazione sulla superficie così come della distribuzione della massa nello spazio – ha dato rilevanza matematico-geometrica ai concetti di attrattori e di insiemi connessi, fenomeni che grazie a Mandelbrot dal 1978 sono visibili sui monitor dei computer. Ebbene, un organismo vivente è un insieme morfologicamente costituito da molteplici attrattori tra loro connessi: gli organi, gli arti, i tessuti epiteliali, nervosi, ecc. Pertanto si potrebbe ipotizzare che il DNA contenga anche una regola matematica composta da algoritmi ricorsivi che, stadio per stadio, interagiscono con i fenomeni elettrici, meccanici, chimici e di sviluppo diffusivo compresenti nella vita. E’ ipotizzabile che nel DNA sia inscritta la norma di tutto ciò che l’uomo può arrivare a capire, quindi anche molta matematica. Quest’ipotesi non sarebbe in contrasto con la grande quantità di geni, 3,2 miliardi, contenuta nel genoma umano, da taluni ritenuta eccessiva e ridondante in ragione di circa 2/3 (proporzione che peraltro riflette quella dei 20 amminoacidi su 64 combinazioni possibili).

 Da quanto sopra esposto, un “algoritmo” derivante dalla geometria dei frattali fissato nel DNA informerebbe la cellula, stadio per stadio, circa l’architettura dell’organismo, ovvero la distribuzione qualitativa e quantitativa della massa, secondo dei picchi, o attrattori, generati per fenomeni di induzione, dando luogo a gradienti attivati da fenomeni energetici e chimici. Ne consegue che almeno la metà (per mantenere pari opportunità tra questioni di norma e forma) della sequenza del DNA potrebbe descrivere la morfologia dell’organismo. Pertanto il flusso ereditario – che secondo August Weismann (1834-1914, biologo e botanico tedesco, considerato per molti aspetti il più importante evoluzionista dopo Charles Darwin) non è di materia ma di informazione – potrebbe essere responsabile dell’attivazione del processo di divisione del corpo in una serie di porzioni simili, o metameria, secondo logiche anche frattali.

Quanto sopra esposto investe tanto la scienza quanto il progetto, ambedue interessate alla distribuzione e alla specificazione dei pieni e dei vuoti nello spazio, e sono alla base della stesura del presente testo.

Parafrasando, con un ponte sottile, le parole di John Maynard Smith (Maynard Smith, J., op. cit., p. 183) esistono due modalità di considerare l’architettura: 1. come una struttura funzionale dissipativa; 2. come un’entità capace di trasmettere l’informazione ereditaria. La prima catabolica, mirante a trasformare e consumare l’energia necessaria al sistema, in altre parole a produrre e ospitare funzioni prestazionali; la seconda anabolica, solidamente legata ai temi chiave della costruzione di un progetto nel quale viene fissato un codice informativo – una sorta di DNA geograficamente sostenibile – in grado di sintetizzare una proteina architettonica, concordante con l’ecosistema di cui è parte. Ruggero Lenci

 

SGRUNT  a cura di Marco Maria Sambo

 

Zaha glamour

Non provo alcun interesse, al di là delle qualità formali, per il “Mobile Art - Chanel contemporary art container” by Zaha Hadid, il padiglione mobile del marchio Chanel esposto nel cuore del Central Park di New York fino allo scorso 9 novembre 2008. Non provo alcun interesse nel visitare l’ennesimo edificio spazzato via -sul mercato- dal Guru di turno che parla di giovani Architetti nelle conferenze d’Architettura e poi li uccide con il silenziatore pur di ottenere una nuova commessa. Non provo alcun interesse per la borsetta-Chanel-dorata a forma di chitarra elettrica esposta nel Container del Central Park che la signora di turno -Contessa Servelloni Mazzanti Vien dal Mare newyorkese- indosserà per il party trendy del Saturday night nel quale interverranno tantissime persone fashion.

http://www.chanel-mobileart.com/

(marco_sambo@yahoo.it)

 

MEDIA E DINTORNI a cura di Antonio Tursi

 

Due eventi sulla comunicazione (a San Marino e a Roma)

L’Associazione Italiana Studi Semiotici e il Dipartimento della Comunicazione dell’Università degli Studi di San Marino organizzano il XXXVI Congresso dell’AISS dedicato a “Parole nell’aria: Sincretismo fra musica e altri linguaggi”. L’incontro si terrà dal 28 al 30 novembre 2008 presso l’Antico Monastero Santa Chiara nella Repubblica di San Marino.
Programma e abstract: http://www.unirsm.sm/default.asp?id=3933  
La Fondazione Ugo Bordoni e la rivista Media Duemila/Osservatorio TuttiMedia organizzano l’incontro “Nati Digitali: Tendenze di una generazione senza avi”. Anche nel ricordo di Giovanni Giovannini (giornalista, editore e grande innovatore). L’incontro si terrà venerdì 28 novembre 2008 dalle ore 10,00 presso l’Accademia Nazionale dei Lincei (via della Lungara 230, Roma).
Per registrarsi: www.fub.it/evento/registrazioneevento
www.mediaduemila.it

 

SEGNALAZIONI

 

Il progetto “Orti urbani” per le città italiane

“Orti urbani” è un progetto di Italia Nostra (www.italianostra.org <http://www.italianostra.org> ) di rilevanza nazionale, aperto a contributi esterni che si rivolge a tutti coloro, privati o enti pubblici, i quali, possedendo aree verdi, vogliano destinarle all’”arte del coltivare” nel rispetto della memoria storica dei luoghi: accettando regole “etiche” che saranno preventivamente stabilite da Italia Nostra in accordo con l’ANCI (associazione dei comuni di Italia) con il quale è stato sottoscritto recentemente un protocollo di intesa. Il progetto si sta sviluppando nel senso di definire un percorso comune con l’ANCI che coinvolga nell’iniziativa i comuni interessati e le varie sezioni di Italia Nostra. Italia Nostra intanto può già disporre di linee guida elaborate dalla Facoltà di Agraria dell’Università di Perugia e sta valutando con l’ANCI come definire un servizio comune da offrire agli interessati. In sostanza si tende a definire una modalità comune in tutta Italia (pur nelle differenti caratterizzazioni geomorfologiche dei luoghi) di come “impiantare” o conservare un “orto”,  inteso nel senso di parco “culturale”, teso a recuperare specie in via di estinzione ma anche a coltivare prodotti di uso comune con metodologie scientifiche. Prodotti che potrebbero poi essere anche venduti dagli interessati a prezzi economici nella logica di accorciare la filiera dal produttore al consumatore. Attività di educazione ambientale e culturale farebbero infine da cornice all’iniziativa che permette in ogni caso di sottrarre aree verdi all’abusivismo edilizio, alla speculazione ed all’inquinamento ambientale.  Leandro Janni

 

Si e' chiusa la biennale di Betsky: alcuni dati

Si è chiusa domenica 23 novembre la 11. Biennale Architettura con un record di pubblico: 129.323 visitatori (127.298 nella precedente edizione) con una media giornaliera di 1.827. Eccezionale l’attenzione dei media: 2.360 i giornalisti accreditati (+20% sulla precedente edizione), 85 le televisioni da tutto il mondo. La rassegna stampa conta ben 920 articoli apparsi sulle testate di tutto il mondo (793 nella precedente edizione). Grande partecipazione di giovani e studenti accorsi in 61.436. Alla Biennale Architettura ha preso parte un numero mai raggiunto in precedenza di Partecipazioni nazionali (56) ed Eventi collaterali (24). 25.000 gli ospiti internazionali del mondo dell’architettura durante i 4 giorni di vernice inaugurale

 

Channelbeta su Plasma

Su Channelbeta uno speciale sui plasma studio in copertina su channelbeta, con 1 articolo 2 progetti e dei video. Tra pochi giorni invece uno speciale sull'architettura colombiana con progetti saggi e interviste in particolare di Giancarlo Mazzanti ed Alejandro Piñol. www.channelbeta.net <http://www.channelbeta.net>  Canale d'Informazione sull'Architettura Contemporanea.

 

Secondo numero d Ordinè

E’ uscito il secondo numero di Ordinè: http://stores.lulu.com/cristianocossu

ISTRUZIONI PER IL DOWNLOAD di Ordinè (con windows): nella pagina http://stores.lulu.com/cristianocossu fare "tasto destro" sull'icona accanto alla scritta "fai il download gratuitamente"; cliccare dal menù a tendina "salva oggetto con nome" o "salva destinazione con nome"; scegliere dove salvare il file nel proprio computer; si attiverà un contatore che consentirà di capire come procede il download e una stima del tempo necessario.

 

Consulta Regionale Lombarda degli Architettti PPC pubblica la II ed. del Premio Under 40

La Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori - associazione senza scopo di lucro, nata nel 1984 - è costituita tra gli Ordini degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori delle Province di Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Lecco, Lodi, Mantova, Milano, Monza e Brianza, Pavia, Sondrio e Varese.

Nel 2005 il Consiglio Direttivo della Consulta accoglie una proposta della commissione giovani e bandisce la prima edizione del Premio “Rassegna lombarda di Architettura Under 40. Nuove proposte di architettura”. L’intento dichiarato è quello di dare maggiore visibilità al lavoro dei giovani architetti iscritti ai 12 Ordini lombardi.

Il primo volume, uscito nel 2006, raccoglie i 101 progetti che hanno superato la selezione delle giurie provinciali e dalla Giuria composta da Mario Botta, Luigi Chiara ed Enrico Feyrie.

Dopo il successo della prima edizione, nel marzo 2008 la Consulta bandisce la seconda edizione del premio.

Questa volta, il premio distingue due categorie: “Architettura realizzata” e “Architettura progettata”.

I 64 partecipanti che hanno affrontato con successo la prima selezione operata dalle giurie provinciali - costituite dai delegati degli Ordini - sono stati esaminati dalla Giuria composta da Gae Aulenti, Alfonso Femia e Giacomo Polin.

Sono stati proclamati 6 vincitori, tre per ogni categoria.

Architettura realizzata: Doriana Biaggi, Riconversione di un fienile ad uso abitativo a Teglio (Sondrio); Pier Francesco Seclì, Casa unifamiliare a Cantello (Varese); Marco Cristiano Valsecchi, Monumento al Maresciallo Capo Stefano Piantadosi, Molteno (Lecco).

Architettura progettata: Emanuela Bartolini e Paolo Cardin, Edificio residenziale a Cork (Irlanda);

Maurizio Di Lauro e Riccardo Dossi, Riqualificazione dell’accesso all’abitato di Civita di Bagnoregio (Viterbo); Sara Lonardi ed Enrico Maria Raschi (IR Architetti), Addizione di un volume tecnico, ridefinizione degli spazi interni ed esterni, ex convento di S. Maria a Gonzaga (Mantova). Sono stati, inoltre, segnalati 58 progetti (29 per ogni categoria).

Premiazione e presentazione del volume

L’11 dicembre 2008, alle ore 18.30, presso La Triennale di Milano (sala Triennale Lab) il Presidente della Consulta Ferruccio Favaron - alla presenza di Giacomo Polin, in rappresentanza della Giuria e dei progettisti premiati e selezionati al concorso – in occasione della premiazione, presenterà al pubblico il secondo volume che documenta i risultati del Premio.  Con la dettagliata illustrazione dei 6 progetti vincitori e l’esaustiva informazione sui 58 progetti segnalati, il libro offre un’importante testimonianza della realtà professionale dei giovani architetti attivi sul territorio lombardo. Segurà rinfresco

Per ulteriori informazioni rivolgersi a: Irina Casali e Igor Maglica 02 29002165 redazione@consulta-al.it

 

LETTERE

 

Marco Cimenti: Sulle facoltà di architettura italiane

Gentile LPP,Le scrivo in merito ad un argomento che più volte ha portato a galla nella sue ultime PresS/Tletter e cioè a riguardo delle condizioni delle università d'architettura italiane. Ultimamente ha speso diverse parole in particolare sulle facoltà nel sud Italia, ma il problema è appunto riconducibile a scala nazionale se ci si focalizza sulla questione del crescente numero di facoltà e "non facoltà" che conferiscono la laurea in architettura. Chiaramente questo crescente numero di facoltà ha poi in realtà una ripercussione anche sulla qualità d'insegnamento, ma sorvoliamo per il momento.

 Nel numero 737 di Casabella (ottobre 2005 - http://www.arcomai.it/index.asp?id=post_972301), Francesco Dal Co apriva la pubblicazione con un suo articolo molto critico, ma decisamente di rilievo per  la  questione di cui ho accennato nell'introduzione, suggerirei a tutti di ri/leggero e pensare come a distanza di tre anni ci stiamo muovendo non verso una soluzione quanto verso un peggioramento della situazione.

Se si ritiene per "Laurea in Architettura" un titolo che debba condurre alla professione di architetto, l'attuale mare di corsi di laurea concernenti il campo dell'architettura può solo portare ad un degeneramento su tutti i livelli. Parlo in qualità di studente che invece di studiare architettura nella mia città natale o nei dintorni (quindi Udine, o Trieste, o Venezia) mi sono mosso a Milano per poter imparare e raffrontarmi in un'università che più ritenevo coerente con la materia. Non soddissfatto del Politecnico, ho deciso di continuare i miei studi nei Paesi Bassi. Quest'ultima nazione, in cui ora vivo e studio, è il perfetto e contrario esempio di  quello italiano. Poche università sul terriotorio, ma alti investimenti su di esse e alta internazionalizzazione di quelle più affermate e a maggior capacità di espansione. Questo non significa che in Olanda ci sia un numero "giusto" di architetti, anzi direi che anche qua c'è un, seppur ridimensionato, problema di soprannumero, tuttavia le università riescono a garantire una degna preparazione agli studenti che possono proiettarsi in un ambito internazionale e non solo legato al territorio a cui l'università fa capo (al contrario di quelli italiani). Oltretutto, centri come il TU Delft (come anche l'ETH Zurich o l'AA London o alcune università tedesche come quelle di Aachen o Munster, per citarne alcune) riescono ad essere laboratori di ricerca che propongono temi di grande respiro che vedo talvolta mancare nelle nostre università, proprio per la loro bassa internazionalizzazione e quindi chiusura.

In definitiva due persone laureate, una in uno degli atenei sopracitati e una laureata in una delle piccole facoltà sparse in Italia, ma talvolta anche alcune delle "grandi" facoltà, riportano un "gap" conoscitivo innimaginabile che chiaramente è a favore dei primi. Pertanto, mi chiedo anch'io perchè in Italia si debba far perdere tempo e dare l'illusione a tanti studenti di poter un giorno essere architetti, magari pure con una buona posizione professionale? Da un lato mi fa ridere perchè comunque mi sto costruendo un background decisamente più solido e ampio rispetto molti altri studenti italiani, dall'altro provo rabbia perchè in qualche modo anche io vengo preso in giro con questo comportamento pressapochista da parte del Ministero e degli Atenei italiani.

Sperando possa ulteriormente accrescere il dibattito, porgo i più Sentiti Saluti, Marco Cimenti.

 

TESTIMONIANZE

 

Gianluca Licari: La rinascita del reale?

13 ottobre 2008, i maggiori organi di informazione internazionali battono la notizia ufficiale: Il premio nobel per l'economia è stato assegnato quest'anno allo statunitense Paul Krugman, noto economista di matrice neo-keynesiana, teorico cioè dell'intervento dello Stato per regolare il mercato.

Al diffondersi di questa notizia e dei successivi commenti molte persone hanno scoperto l'esistenza di due forme  diverse di economia; l'economia reale e quella finanziaria.

Anche in un settore fortemente tecnicizzato e rispondente alle dinamiche di funzionamento del sistema capitalistico, scopriamo l'esistenza di un settore dell'economia che per il solo opporsi etimologicamente al termine reale, appartiene al campo del virtuale.

E'  incredibile a crederci ma il virtuale esiste anche nel campo finanziario-economico. Il Nobel a Krugman è importante perché finalmente si premia qualcuno che ha dedicato la carriera allo studio dell’economia produttiva e del commercio, soprattutto in un momento storico che vede franare i principi base dell’impalpabile finanza internazionale. La definitiva vittoria del modello capitalista ha trascinato euforicamente anche altri mercati produttivi come quelli asiatici, accelerando la formazione di una rete globale del mondo economico-finanziario, libero da confini territoriali.

La globalizzazione congiunta alla caduta del modello socialista ha prodotto un sistema contorto, e  come conseguenza una dissennata politica  economica dei paesi occidentali. L’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ha definito nel 1996 la globalizzazione come “un processo attraverso cui mercati e produzione nei diversi paesi diventano sempre più dipendenti tra loro, a causa della dinamica di scambio di beni e servizi e attraverso i movimenti di capitale e tecnologia.” Il messaggio di fondo  trapela è il seguente: siamo entrati in una nuova era caratterizzata dalla competitività globale dove il mercato regola ogni aspetto della vita umana e impone a tutti di adeguarsi.

Il mercato globale si base sul  dominio dell’economia finanziaria su quella reale. Le cifre ufficiali dicono che nel 1997 il commercio mondiale di beni e servizi, cioè l’insieme dell’economia reale, ha rappresentato l’1,17% degli scambi mentre l’economia finanziaria ha rappresentato ben il 98,83%. Economisti, politici, mass media e docenti universitari raramente tuttavia parlano nelle loro analisi di questa evidente anomalia della globalizzazione economica che di fatto si traduce in una perdita di controllo e di potere dello stato nazione a vantaggio dei mercati finanziari, delle multinazionali e delle attività mafiose e criminali. Le posizioni di singoli stati si fanno difficili e il controllo dei flussi commerciali e finanziari sfuggono al potere sovrano dei singoli stati.

Oggi ci accorgiamo tutti che questo sistema ha prodotto una serie crisi economica, tanto più grave perchè non riguarda un solo paese o gruppo di paesi (UE), ma il mondo intero, cioè l'intero sistema occidentale di scambio.

Sicuramente c'è un collegamento tra le teorie di Krugman e la crisi internazionale che in questo momento sta attraversando i mercati. Krugman ha studiato come possano insorgere molto rapidamente e in modo improvviso crisi là dove per molto tempo non è emerso niente, come situazioni che sembravano tollerabili possano diventare drammatiche. In questi casi, le sue 'ricette' sono però molto ortodosse. In questi giorni ha mostrato di apprezzare gli interventi dei governi europei, meno quello di Paulson. In generale, Krugman ha una buona fiducia nell'intervento statale di carattere temporaneo".

Un ritorno alla economia reale fatta di produttività, di scambio di merci, di flussi economici primari non speculativi, di competizione qualitativa sul terreno dei beni prodotti e non su quello della migliore diffusione commerciale, un ritorno al controllo statale o internazionale del mercato economico, in controtendenza con lo sfrenato liberalismo che non ha saputo autoregolarsi come molti analisti sostenevano. Come raccontato da Capra, Khun, e altri, siamo entrati in nuovo paradigma, un nuovo modello di vita, che non riguarda uno solo stato o al meglio un gruppo di stati, ma coinvolge l'intera specie umana in-globata in una rete di rapporti dalle maglie molto strette, difficile liberarsi.

Capra parla per questa nuova era di pensiero sistemico, una rete complessa costituita  da molteplici interrelazioni, che sostituscono il concetto delle singole unità, le quali  si basavano sulla autoregolamentazione e sulla autosufficienza. Le tematiche appena accennate danno lo spunto per analizzare quali trasformazioni sono in atto in altri settori delle società contemporanea ed in particolare per il nostro interesse nel settore dell'arte e della architettura. Il concetto stesso di pensiero sistemico in cui tutti siamo ormai immersi crea la mescolanza naturale del sapere.

Nella mente di chi elabora un nuovo concetto in arte, architettura, filosofia, o scienza,  è contenuto sempre più evidentemente il mondo intero, lo sguardo di chi osserva si allarga smisuratamente ben oltre i 54° della normale vista  umana. Forse questa  distorsione  provoca una distorsione della realtà, un desiderio incontrollabile di staccarsi da terra, sollevarsi in alto e osservare l'intera realtà con un solo sguardo. Il virtuale permette questo viaggio, si affianca alla realtà ma non la sostituisce, la completa la modifica, ma allo stesso tempo se ne distacca per cercare altre mete.

Il distacco dalla realtà è un viaggio che compiamo tutti i giorni, ma non è quello della nostra fantasia (troppo poco reale per soddisfarci), ma quello che compiamo a bordo dei nostri mezzi informatici, o con l'ausilio di ritrovati chimici. Il cinema, internet, la tv, i cellulari, i navigatori satellitari, le droghe, l'alcol, ecc. ecc. quante ore passiamo nel mondo virtuale? Gilles Deleuze sosteneva per esempio che il cinema si pensa da sé, non necessità di contributi esterni, non esemplifica e non ha bisogno della realtà in quanto esso stesso “realtà”. Non siamo ancora dentro “MATRIX”, ma la realtà perde terreno, segna il passo, annoia, ha poco sex-appeal come afferma Mario Perniola.

Non è un caso se il più discusso film degli ultimi anni sia proprio Matrix, talmente considerato da scomodare commenti illustri di filosofi e sociologi contemporanei. Slavoj Zizek afferma che Matrix è uno di quei film che mette in moto il processo di riconoscimento universalizzato, come dire un immedesimarsi di gran parte del tessuto sociale contemporaneo, in cui il conflitto si sintetizza nella lotta di liberazione dalla realtà illusoria virtuale generata in Matrix. Liberazione che porta però in un mondo duro, freddo, la liberazione si paga con il prezzo di una realtà miserabile, le persone finiscono con l'abitare la superficie distrutta della terra priva di ordine costituito, l'amara realtà in cui tutti noi quotidianamente siamo immersi. E' il “deserto del reale”, da cui l'uomo contemporaneo sfugge accorciando la distanza tra reale e virtuale. In tutte queste interpretazioni il reale assume un significato negativo, espressione della sofferenza dalla quale l'essere cerca di allontanarsi.

Il reale appare avere un carattere ruvido, pesante, fortemente limitante, è il simbolo stesso del limite, della barriera, del vincolo, è la Medusa che pietrifica tutto ciò che colpisce con il suo sguardo, è l'opposto della vitalità, della liberazione a cui propende l'uomo contemporaneo. Secondo Rosset il reale è caratterizzato dall'essere “idiota”, perchè incapace di apparire diverso da come è, non si può riflettere, duplicare, moltiplicare, è una singolarità irriducibile che non sfugge a se stessa. Quando ci ubriachiamo, o quando soffriamo molto, la realtà sembra svelarci il suo vero volto, tutto appare come uno stupido gioco privo di senso.  Anche nel dibattito culturale contemporaneo nel settore architettonico il tema del virtuale ha messo in discussione molte certezze storicamente acquisite. L'architettura virtuale, effimera, leggera non subisce le regole del buon costruire della tettonica, né le limitazioni dei regolamenti edilizi locali. Ma non appena si pensa alla possibilità realizzativa di un opera concepita con tali presuposti, il castello di sabbia crolla e le realizzazioni pratiche spesso deludono gli addetti al settore come la gente comune.

La rinascita del reale, una maggiore attenzione alla qualità finale di ciò che si progetta e forse auspicabile in un clima di generale riscossa del reale, capace con la sua immobilità e inevitabilità di attendere il trascorrere di mode, tendenze, ismi, capaci solo di vittorie parziali?

 

GIPANGO RANDOM FILES a cura di Salvator-John Lotta

 

La sfida di Tadao Ando: rimanere fedele alle origini

Alla galleria di architettura Ma di Tokyo è in corso una mostra su Tadao Ando dove sono visibili circa una dozzina di lavori dell’architetto di Osaka. Questi progetti -alcuni realizzati e altri in corso di realizzazione- permettono di compiere una riflessione sul percorso progettuale di uno dei maestri dell’architettura giapponese contemporanea.

Ad una prima impressione, sembra vi sia da parte di Ando una rivendicazione precisa sul senso della sua trentennale attività professionale. L’opera alla quale è affidata questa rivendicazione è la sua prima realizzazione: la Sumiyoshi House, per l’occasione riprodotta in scala 1:1 negli spazi della galleria. Questa piccola casa –di circa 50 mq- punto di partenza della sua carriera, è presentata dall’architetto come testimone dello spirito dalla quale è permeata tutta la sua successiva produzione.

La Sumiyoshi House, costruita nel 1976, occupa il lotto di mezzo di tre case in linea in un’area centrale di Osaka. La soluzione adottata dall’architetto venne considerata innovativa per due ragioni: primo, per aver deciso di adottare un materiale come il cemento armato faccia vista –materiale che connota la maggior parte delle costruzioni di Ando- in una zona della città dove la totalità delle residenze era costruito in legno. Secondo, l’architetto definì la parte centrale della casa con una corte scoperta e una scala di accesso al secondo piano che occupa un terzo del piccolo lotto sul quale è edificata la casa. Dato che la parte mediana della Sumiyoshi è scoperta, il risultato è che nei giorni di pioggia per andare in bagno bisogna dotarsi di ombrello.

In quel periodo, in Giappone, le costruzioni avevano cominciato sensibilmente a perdere il loro aspetto tradizionale a favore di tipologie importate dai paesi anglosassoni, dagli Stati Uniti, in particolare. Il risultato di queste influenze produceva un’ibridazione del paesaggio della città giapponese, con dissonanti rassomiglianze con quel paesaggio suburbano delle città americane composto di villette a schiera in stile falso-vittoriano. Innestate nel tessuto urbano giapponese esse avevano prodotto un imbarbarimento del quale architetti e scrittori denunciavano l’esistenza a sfavore delle positività esistenti nella città giapponese tradizionale. Che era per lo più ormai andata persa.

La proposta di Ando, totalmente staccato dalle visioni sperimentali metaboliste allora in voga, fu vista da molti critici come un vezzo progettuale dell’architetto: lo accusavano di aver preferito le ragioni del disegno alla comodità dell’abitare. Ando invece rivendicava la sua scelta come un invito rivolto alla società giapponese a confrontarsi con gli inconvenienti della vita di ogni giorno. “Qual è l’aspetto dell’abitare che da gioia nel vivere una casa?” Ando scrive di essersi posto questa domanda e di aver riflettuto a lungo prima di scrivere il suo manifesto “Urban Guerrilla House”, poi  realizzato tramite questa “scomoda” abitazione. Ma dove è la gioia della quale scriveva Tadao Ando? A sua detta, la Sumiyoshi veniva considerata scomoda solo dai critici, ma rappresentava fonte di felicità per i suoi abitanti. Una felicità data dall’invito a coesistere con la natura: la vita in questa casa è definita da sensazioni -come poter guardare il cielo o sentire il vento- che prevalgono su facili nozioni di comodità abitative.

Vi è da dire, che dalla metà degli anni ’60, e per una decina di anni a seguire, il Giappone era stato segnato –come altre nazioni moderne- da aspri scontri fra studenti, gruppi politicizzati e polizia, con molotov e lacrimogeni lanciati nei centri città ed occupazioni violente di stazioni e università. Il fatto che Ando avesse intitolato il proprio manifesto “Urban Guerrilla House” va quindi inteso come una presa di posizione per niente propagandistica ma come un atto di coraggio da parte dell’architetto di Osaka, che smessi i guantoni da boxer, aveva deciso di portare la propria sfida nel campo dell’architettura.

Esso scrive nell’introdurre questa mostra che lo celebra, che per capire tutte le sue successive realizzazioni bisogna guardare alle idee che stanno dietro alla Sumiyoshi House: quella che fu la sua prima sfida vincente, dove riuscì a conferire alle sue idee e visioni una consistente, e “dura” realtà. Dura da vedere e dura da accettare, ma non per questo meno preziosa di altre visioni.

Oggi, Tadao Ando afferma di non avere cambiato idea e che anche se la scala dei suoi progetti è cambiata e il corpo delle sue opere si è allargato per influenza e dimensioni, il cuore di esse è fondamentalmente sempre lo stesso. Esse rimangono imbevute dall’espressione persistente di uno spirito che mira a coesistere con i fenomeni naturali, siano essi impervi o meno. 

http://www.toto.co.jp/gallerma/ex081003/index_e.htm

 

presS/Tletter

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In redazione: LPP, Lila Aras, Anna Baldini, Furio Barzon, Diego Barbarelli, Gianpaolo Buccino, Diego Caramma, Francesca Capobianco, Marcello del Campo, Rossella de Rita, Marco Ermentini, Emiliano Gandolfi, Gaia Girgenti, Luca Guido, Salvator-John Liotta, Zaira Magliozzi, Antonella Marino, Domenico Pepe, Claudia Pignatale, Ilenia Pizzico, Stefano Malpangotti, Valentina Micucci, Santi Musmeci, Francesca Oddo, Claudia Orsetti, Paolo Raimondo, Federica Scarnati, Moya Trovato, Antonio Tursi, Monica Zerboni.