Foster - Reichstag
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presS/Tletter n.31-2008

FLASH di Marcello del Campo

 

Dopo Bauman

Dopo la società liquida, quella a corto di liquidità.

 

IN EVIDENZA

 

- LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA: Massimo Pica Ciamarra: A proposito della lettera aperta di Francesco Orofino

- L’OPINIONE: LPP su: Il festival dell’architettura  di Parma, Reggio Emilia e Modena

- CARTOLINE: due cartoline da Renato Nicolini

- FOCUS SU: Diego Caramma interviene con: Di due operazioni di facciata

- TELEGRAFICO COMMENTO: Bernardina Borra: Lavorare all’estero

- DOCUMENTI: Riccardo Bianchini: La scultura

- INCONTRI DELLA SETTIMANA: news di Santi Musmeci

- MOSTRE DELLA SETTIMANA: news di Santi Musmeci

- UNIVERSITA’ E DINTORNI: news di Ilenia Pizzico

- CORRISPONDENZE: Zaira Magliozzi ci parla di: Fondazione Volume! … officina di idee

- NOTIZIE DALLA SPAGNA: gli eventi in Spagna raccontati da Graziella Trovato

- FINNIKA:...notizie dalla periferia nord dell'europa di AgaTino Rizzo

- RESTAURO TIMIDO: Marco Ermentini ci parla di: Paradossi americani

- WILFING: Salvatore D'Agostino: 0003 [SQUOLA] La dottrina del bastone?.

- INTERMEZZO: Edoardo Alamaro ci racconta di: Tammurriata meticciata per Obbama, presidente americano

- LIBRI: a cura di Francesca Oddo: La città come testo critico. Architetti e ingegneri italiani in Egitto. Il paesaggio invisibile Dispositivi minimi di neo-colonizzazione

- RECENSIONI E COMMENTI: Intervista a Marcello Pecchioli a cura di Claudio Musso pubblicata su Exibart.com

- IDEE: Evoluzione e architettura – tra scienza e progetto. Saggio in 5 parti di Ruggero Lenci. Seconda puntata

- SGRUNT: Sambo ci parla di: Barack, Bowie, l’America e altre storie

- MEDIA E DINTORNI: Tursi: Article|08 – Stavanger/Norway

- SEGNALAZIONI: Restauro timido a Firenze. Premio Internazionale Architettura Sostenibile. New media design - Le nuove frontiere dell'arte di Alberto Cecchi. Inchiesta sul "Fuenti di Francavilla al Mare". Elastico Spa: Architettura al sangue, Rare Architecture

- LETTERE: Gerardo Mazziotti: La inutilità degli Ordini professionali. Massimo Bilò: a proposito dell’anonimato nei concorsi d’architettura. Silvio Carta: Concorso per il municipio di Budapest. Massimiliano Ercolani: Sempre sui concorsi. Gianni Asdrubali: Ricerca di senso

- TESTIMONIANZE: Benedetta Stoppioni: L’abito di piume. Terza puntata.

- ALLEGATI: E’ uscito il n.30 della rivista The Plan. Per gentile concessione pubblichiamo il pezzo di Lucy Bullivant sul Broad Contemporary Art Museum, LACMA, Los Angeles di Renzo Piano Building Workshop

 

 

UNA NUOVA FORMATTAZIONE DELLA PRESS/TLETTER

Stiamo provando una nuova formattazione con collegamenti ipertestuali interni per andare direttamente dall’indice alle rubriche che si desidera leggere e viceversa. Può darsi però che con alcuni computer non funzioni. In questo caso abbiamo un piano B, basta mandarci una mail con scritto:non funziona. Proveremo a rimandare da un Mac invece che da un Pc. Se non funzionasse neanche in quest’ultimo caso, o ci si accontenta o si guarda la presS/Tletter sul sito: www.presstletter.com

 

LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA

 

A proposito della lettera di Francesco Orofino apparsa in presS/Tletter n.30

L’INARCH, come ogni Associazione, riunisce per le sue finalità personalità diverse che, con le loro azioni al di fuori dell’Associazione, possono rafforzarne la rilevanza.
La “lettera aperta” di Francesco Orofino, consigliere dell’Ordine degli Architetti di Roma, esprime il disagio della categoria che rappresenta in quella sede, l’insoddisfazione per il sistema normativo attuale e per come i rappresentanti nazionali di quella categoria non lo contrastino in forme adeguate. Apre a conflitti interni alla categoria degli architetti anche in vista di futuri rinnovi delle cariche. E’ legittima e condivisibile.
Ma genera una pericolosa confusione dato che chi la firma è anche responsabile operativo della Segreteria Nazionale dell’Istituto ed ormai da un decennio. Sembra far si che la battaglia che si apre negli Ordini degli Architetti sia una battaglia dell’INARCH: lo avvalora anche il fatto che la “lettera” aperta è sul blog del sito INARCH; lo stesso sito dove peraltro, primi fra i propri “documenti”, si evidenzia l’“approfondimento” ed il “comunicato stampa” con cui l’INARCH (prima però di conoscerne la formulazione) “sostiene l’iniziativa del Ministro Bondi sull’architettura”.
Al 1° punto dell’OdG dell’ultima riunione di Giunta (18 ottobre u.s.) - “Proposte di emendamento al DDL Bondi sulla qualità architettonica” - l’INARCH ha esaminato e discusso alcuni documenti (tra gli altri, uno a firma del Presidente Nazionale, un altro a mia firma, ambedue usciti sulla stampa fra fine luglio ed i primi di agosto, fortemente critici ed affermativi dell’indispensabilità di un’azione intrecciata su DDL Bondi e 163/2006, difficilissima ma indispensabile per l’obiettivo della qualità diffusa. In questa direzione si è deciso di proseguire anche mediante iniziative sistematiche.
Il Consiglio Nazionale degli Architetti è Membro del Consiglio Direttivo dell’INARCH e la Giunta dell’INARCH è espressione del suo Consiglio Direttivo nel quale, oltre al CNA, vi sono ANCE, INU, OICE, molte altre associazioni, industrie, personalità e professionisti di diverso tipo.
Sono tutte circostanze che impongono di evitare ogni confusione di ruoli e di soggetti. L’INARCH è del tutto estraneo alla “lettera aperta al Presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti” ed alle polemiche interne agli Ordini Professionali. È impegnato ad agire per la qualità del progetto e quindi per la sostanziale mutazione delle normative attuali: sollecita, raccoglie sollecitazioni e contributi, elabora.
Massimo Pica Ciamarra

 

L’OPINIONE

 

Il festival dell’architettura  di Parma, Reggio Emilia e Modena

Penso che la precedente edizione del Festival dell’architettura di Parma, svoltasi nel 2006 e dedicata allo scivoloso tema della bellezza, puntasse a una estetica eccessivamente tradizionalista. L’edizione di quest’anno ( anche se, a rigore, e' del 2007-2008), dedicata al tema del paesaggio, mi e' apparsa, invece, utile e importante. Per tre motivi: perché ci sono  aperture verso molteplici direzioni, anche sperimentali di ricerca;  perché si intravede che il tema del landscape può realmente costituire un punto di comune ricerca anche da parte di chi si muove lungo percorsi diversi; perché alcune mostre, quali quelle dedicate ad Hejduk e a Porro, sono di grande interesse.

 

CARTOLINE di Renato Nicolini

 

Cartolina “Non è il ‘68”

Colpisce l’insistenza di tanti commentatori sul fatto che quello che accade nelle Università (e nelle scuole italiane) “non è il ‘68”. Basterebbe comprarsi un calendario.

 

Cartolina “Un discreto bordello”

Difficile sfuggire alla sensazione che l’attacco all’Università come istituzione pubblica (di cui lo Stato deve dunque garantire qualità e carattere non di parte) abbia due (involontari?) padri nobili: i ministri Luigi Berlinguer (che ha trasformato i concorsi per la docenza da nazionali in concorsi “di sede”), e Fabio Mussi (con la storica frase, “l’università è un discreto bordello”). Quanto alla loro trasformazione in Fondazioni private – così cara a Tremonti – inviterei a riflettere su quanto è successo agli Enti lirici, sottoposti (nientemeno che da Walter Veltroni) ad un analoga cura ed oggi sommersi dai debiti. Il diritto allo studio senza privilegi di censo è l’essenza (forse anche più del diritto all’assistenza sanitaria, perché alimenta la speranza di un futuro migliore), è al centro del diritto di cittadinanza. E’ qualcosa che non si può risolvere con gli interventi privati. Vedo due cose da fare immediatamente: ripristinare la risorse finanziarie tagliate dal Ministro Tremonti; ed impegnarle pressoché totalmente nel reclutamento di una nuova leva di docenti giovani. Non riesco a dimenticare che Tafuri e Portoghesi, i primi due nomi che mi sono venuti in mente, hanno avuto la cattedra di ordinario a poco più di trent’anni (e che i trent’anni sono l’età della massima creatività, Libera, Moretti, De Renzi, Ridolfi, Terragni, Sant’Elia lo dimostrano).

 

FOCUS SU di Diego Caramma

 

Operazioni di facciata?
Due manifestazioni emblematiche della situazione ticinese. L’una riguarda il referendum lanciato per opporsi al finanziamento di facciate provvisorie per il rivestimento dei padiglioni del centro espositivo Conza, a Lugano. La proposta bottiana sarebbe costata circa 2 milioni di Euro. Bastavano 3'500 firme. Ne sono state raccolte oltre 5'000.
La seconda operazione riguarda il concorso di progettazione indetto per l’ampliamento del (pure bottiano) centro sportivo di Tenero. Le autorità, a mio avviso, avrebbero dimostrato più serietà se avessero dato mandato diretto all’autore del progetto originario (come del resto è giusto che sia). Certo, l’intervento è soggetto ad una legge ben precisa che impone, nell’ambito di operazioni che superino determinati investimenti, la procedura del pubblico concorso. Ma a che serve farlo se il risultato a molti e' apparso già prevedibile in partenza? E poi, per quale motivo legittimare, partecipando, un confronto il cui esito appare scontato?

 

TELEGRAFICO COMMENTO

 

Lavorare all’estero

Basta con l'esportazione della passività.

Lavorare all’estero é una posizione personale che implica aspetti individuali che non devono essere riversati sul paese lasciato. Piuttosto si deve analizzare la situazione dal punto di vista  etico professionale. Questo vale per l’Italia -che dovrebbe riflettere sul perché di questo incremento dell’esodo e sulla sua natura-, ma anche per il singolo che lascia il paese.

I giovani che vanno all’estero adesso non si muovono solo per acquisire nuove esperienze, é chiaro. Ma gli italiani sono un popolo con la tendenza alla critica facile. Scappare dai propri confini evadendo la militanza in loco spesso porta alla miopia, e il bagaglio di pessimismo per molti si trasferisce da un panorama all’altro. 

Come italiana all’estero da 5 anni posso testimoniare che in nessun luogo esiste l’eldorado architettonico, e che alla luce degli ultimi regimi economici é facile riconoscere che ciascun paese cerca di preservarsi rispetto all’ “inefficienza” di un professionista esterno, benché qualificato. Si instaura così un rapporto malsano: l’individuo che si sente disadattato ed esule costretto da una parte, e dall’altra il paese di provenienza che lo dimentica, affrancandosi da ogni relazione.

E’ un’atteggiamento sbagliato. Ho l’impressione che spesso gli italiani all’estero non sappiano veramente approfittare della loro posizione e si crogiolino nel sentirsi privati del proprio spazio. Bisogna guadagnarselo! Il singolo deve osservare e capitalizzare trasferendo in patria tutto ciò che di nuovo acquisisce: ogni esperienza é un valore, anche se apparentemente negativa. Tra l’altro trasferirsi all’estero significa molto di più che rinchiudersi in un singolo studio.

Tutto quello che si apprende bisognarlo riportarlo in patria e reclamare i propri diritti nel fare, nell’agire, diffondere.  Se il paese non si occupa degli Italiani all’estero, forse anche gli italiani all’estero potrebbero reagire verso il paese in modo più positivo e costruttivo, senza fermarsi solo al dire che trascura chi lo ha lasciato.

Siamo una delle forze maggiori che può aiutare l’Italia ad uscire dalla propria “impasse”: impieghiamo la nostra intelligenza, non le lamentele.

Bernardina Borra

 

DOCUMENTI

 

Riccardo Bianchini: La scultura

Per cominciare, riporto con un episodio capitatomi  alla Biennale di quest'anno.

Come noto, gli spazi delle Corderie sono occupate da una serie di "installazioni" commissionate dal curatore ad un bouquet di celebrati studi di architettura internazionali, tra esse non poteva, ovviamente vien da dire, mancare l'opera di Zaha Hadid. Di primo acchito essa si sostanzia in una fluida forma di plastica verde tutta curve e volute, bella forse ma apparentemente più che altro un divertissement scultoreo. Me ne stavo già passando alla successiva installazione di un vecchio leone (d'oro) dell'architettura, quando un dubbio mi assale. E se non avessi capito nulla? Torno brevemente sui miei passi e mi prendo la briga di leggere un tondo pannello che avevo colpevolmente ignorato ed ecco che mi si palesa una lettura differente: trattansi dell'intero dispiegarsi di un'abitazione raccolto in una forma unica e continua, con tanto di scrivania, letto, scaffali e tavolo per il caffè; l'idea è intrigante, la Hadid rivisita i moduli abitativi sperimentali degli anni '60, suggerisce una sorta di nuovo existenzminimum ma in forme fluide ed ergonomiche adatte magari alle congestionate supermetropoli orientali, mette perfino in dubbio il senso stesso dell'involucro edilizio. Dandomi mentalmente del babbeo ora vedo l'oggetto con occhi nuovi e decido di studiare meglio la cosa, mi avvicino, identifico le varie parti, passo tra  due bracci curvilinei per ossrvare da vicino il letto, il tutto  con avido senso di superiorità sui visitatori frettolosi che, ignari, passano senza leggere il pannello rivelatore, una rapida occhiata e se ne vanno senza aver capito ciò che io ora so.

Dopo pochi secondi una voce gentile ma risoluta mi gela.

"Scusi lei, esca subito dalla scultura!"

Mi giro e nel buio vedo una guida (guardia?) che mi guarda con aria di riprovazione. Stupito e con un'antica sensazione di essere stato preso con le mani nella credenza dei dolci, mi ritiro dalla "scultura" bofonchiando che però me lo potevano dire che di opera d'arte intangibile in realtà si trattava e non di oggetto abitabile come mi ero illuso. Il tutto sotto lo sguardo comprensivo ma pusillanime di un altro visitatore che, mi sa, aveva compiuto poco prima lo stesso perverso atto iconoclasta. Siccome, pur se timoroso dell'autorità in divisa, ho un certo caratteraccio mi sono posto nell'ombra per vedere se la cosa si ripeteva con altri, in effetti dopo pochi minuti un mite uomo con baschetto veniva colto sul fatto e scacciato prontamente. Ho così cominciato a vedere tutta l'esposizione con occhi diversi scoprendo un profluvio di minacciosi cartelli ed avvertimenti: non toccare! non sedersi! non superare la linea!

La più bella è M-A-D, un'installazione che stigmatizza i pericoli del grande fratello che tutti vede e controlla, recisamente sormontata da un cartello recitante che l'area è sorvegliata da telecamere, nel caso ad uno venisse l'esecrabile ghiribizzo di toccare qualcosa.

Ora, tutto ciò mi è parso da subito contraddittorio, come se ci fosse una discrasia tra le intenzioni e le conseguenze, ma non mi era ben chiaro il perché. Ora una ipotesi forse ce l'ho. Come noto, l'idea di Betsky è che l'architettura non coincida con il costruito, ma sia l'insieme del processo intellettuale del progettare mediato da regole (i codici) e che tale processo può essere chiamato architettura anche a prescindere dal fatto che diventi opera realizzata, viene anzi il dubbio che sia meglio prescindere dalla "tomba del costruire" come la chiama il curatore. L'idea spazia dal banale al rivoluzionario a seconda di come la si intende ed interpreta.

Se però il modo in cui tale idea si sostanzia è in una mostra dove il curatore chiama una decina di "grandi nomi" famosi principalmente perché hanno costruito; gli fa realizzare una serie di costose ed ingombranti installazioni (emblematiche ad esempio quelle di Fuksas, di Unstudio e di Gehry) e le tratta come opere d'arte che si devono solo guardare, che non fanno nulla e che è persino vietato sfiorare, la sensazione complessiva è di impotenza dell'idea di architettura non della sua rilevanza.

Non sarebbe stato meglio a questo punto puntare su installazioni meno "fisiche" e monumentali e dare la preferenza a scritti, immagini, video e contributi immateriali? O invece modellini di cartone ondulato o prototipi in gommapiuma? Non sarebbe stato meglio avere più giovani studi che magari non hanno ancora costruito nulla ma puta caso hanno qualcosa di nuovo da dire e puntare meno su "architettoni" che campano a forza di metri cubi realizzati e di fatturati milionari? Non sarebbe stato meglio dire che tale architettura delle idee forse non si dovrebbe limitare a ricerche formali (propongo di vietare l'ennesima riproposizione di nastri di Moebius e bottiglie di Klein) ma dovrebbe occuparsi di come un mondo in cambiamento richiederebbe un'architettura di nuovo più attenta al suo ruolo etico e sociale, perfino utopico? Durante il fascismo, Achille Castiglioni presentò ironicamente ad un concorso di architettura un modello fatto di morbido e odoroso formaggio. Sono sicuro che non avrebbe avuto problemi se lo avessi toccato.

Riccardo Bianchini (Bianchini e Lusiardi associati)

 

INCONTRI DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci

 

Festival dell’architettura

La quarta edizione del Festival dell'Architettura dal titolo Pubblico Paesaggio, che allestisce 12 mostre nelle tre città di Parma, Reggio Emilia e Modena (sedi, orari e programma su www.festivalarchitettura.it <http://www.festivalarchitettura.it> ), prevede una serie di incontri a Reggio Emilia giovedi 6 e venerdi 7 novembre, che vedranno la partecipazione degli autori delle Scuole d'Arte dell Avana, Garatti, Gottardi e Porro insieme a critici e storici a complemento della mostra dedicata a questo straordinario capitolo della storia dell'architettura cubana. In quest'ambito si terrà una tavola rotonda con la partecipazione di Paolo Portoghesi, Guido Canella, Luciano Semerani. Sabato 8 novembre è inoltre prevista una conferenza di Jacqueline Ceresoli sul tema delle periferie.

 

Geotermia a Roma

Geotermia, una risorsa per l'efficenza energetica 11 novembre 2008, h. 15 Hotel Novotel Via Andrea Noale 291, Roma. Per info: alessandra.fedele@abitare.rcs.it\

 

Workshop Mobiligence a Frascati (RM)

Altroequipe presenta: Workshop Mobiligence, si basa sul processo interattivo tra coreografia/danza, suono, luce, architettura,  motion capture (VICON Real Time), motion graphics (animazione 3D, con MAYA e LEMUR) 25, 26, 27 novembre 2008, dalle 12.45 alle 17.45. Il workshop è a numero chiuso. Per info altroteatro@katamail.com. Auditorium delle Scuderie Aldobrandini, Piazza Marconi 5, Frascati (Rm)

 

La mano di Palladio a Milano

Inaugurazione mostra La mano di Palladio Fotografie di Lorenzo Capellini, testi di Paolo Portoghesi. A cura di Petra Bernitsa. Giovedì 30 ottobre 2008 ore 18.00 Sala  delle Otto Colonne, Palazzo Reale . Piazza Duomo, 12. Milano

 

Achille Castiglioni proiezioni video a Milano

Triennale Design Museum Videoagorà a cura di Silvana Annicchiarico, direttore Triennale Design Museum. Un appuntamento settimanale per vedere e rivedere immagini, film, documentari e materiali rari o inediti nel mondo del design e della comunicazione visiva. Tutti i giovedì alle ore 19.00. Achille Castiglioni, Lezioni di design. Proiezioni di video inediti su lezioni tenute dal maestro del design italiano al Politecnico di Milano nel 1990. Triennale di Milano, viale Alemagna 6. Milano Il componente principale di progettazione (6 novembre 2008) La comunicazione nella ricerca di produzione (13 novembre 2008) Il progetto effimero (20 novembre 2008)

 

Ricordo di Giuseppe Pagano a Milano

Ricordo di Giuseppe Pagano (Parenzo 1896 – Mauthausen 1945) in occasione della pubblicazione di Architettura e città durante il fascismo (a cura di Cesare de Seta, ed. Jaka Book, 2008) mercoledì 6 novembre – ore 17 Fondazione Memoria della Deportazione Via Dogana 3 (angolo piazza Duomo) Milano.

 

AOC a Venezia

AOC, ospiti della sezione Experimental Architecture della Biennale di Venezia, dal 18 novembre al 6 dicembre saranno alla British School at Rome per presentare il loro lavoro in "Cultural Approaches", conferenza e mostra nell'ambito del ciclo Londra-Roma: Work in Process, a cura di Marina Engel e Gabriele Mastrigli. Questo è il link al sito dello studio: www.theAOC.co.uk <http://www.theAOC.co.uk> .

 

Restauro timido a Firenze

Presentazione del libro di Marco Ermentini: Restauro timido, architettura, affetto, gioco, Nardini Editore. Sabato 15 novembre 2008 ,11,30 “Giornate del restauro” nell’ambito del “ Florence International Festival”, Palagio di Parte Guelfa a cura del filosofo Sergio Givone con Anna Maramotti e Riccardo dalla Negra.

 

La città come testo critico a Firenze

La città come testo critico Forum con Andrea Cavalletti, Adolfo Natalini, Luka Skansi, Guido Zuliani, Coordinato da Marco Brizzi. Giovedì 6 novembre 2008, ore 15:00 Galleria SESV, piazza Ghiberti 27, Firenze. L'incontro si svolge all'interno della galleria SESV che ospita, dal 4 al 18 novembre, la mostra New World Architecture, curata da Michele Piccini.

 

Studio 5+1AA a Giardini Naxos (ME)

Istituto Nazionale di Architettura, In/Arch Sicilia, organizza al Palanaxos di Giardini Naxos l' 8 novembre p.v. alle ore 18,00, la Conferenza dello Studio 5+1AA di Agenzia d'Architettura Alfonso Femia Gianluca Peluffo Simonetta Cenci dal titolo “Il Silenzio del Sottomarino”, come evento culturale del 16° SAEM Salone dell’edilizia del Mediterraneo. I lavori saranno aperti dall’arch. Franco Porto, Presidente IN/ARCH Sicilia, che ha chiamato ad intervenire un importante critico di architettura contemporanea, l'arch. Luigi Prestinenza Puglisi , per delineare i nuovi scenari e le nuove strategie della Nuova Architettura italiana ed a presentare un profilo della ricerca sull’Architettura dell’opera dello Studio genovese.

 

Architettura  in  Irpinia a Rocca San Felice (AV)

Architettura  in  Irpinia, Sabato  8 novembre  2008 Paesaggi Archeologici, Rocca S.Felice, Mefite, Castello di S.Angelo dei Lombardi (av).Il punto di incontro è a Rocca San Felice (AV) alle  9.30,  nella piazza del borgo medioevale, sotto il  tiglio della libertà. http://www.comune.roccasanfelice.av.it/default.htm.

 

MOSTRE DELLA SETTIMANA a cura di Santi Musmeci

 

Peacebuilding a Roma

Peacebuilding. Architetture e identità nelle aree di conflitto. Mostra dal 3 ottobre  al 9 novembre. Lunedì - Venerdì 10 /19 - Sabato 10/13 - Domenica chiuso. Casa dell'Architettura, piazza Manfredo Fanti 47 Roma. www.casadellarchitettura.it

 

Bruno Munari a Roma

Dal 26 Settembre 2008 al 22 Febbraio 2009 Roma festeggia Bruno Munari. Museo dell’Ara Pacis, Casina di Raffaello, EXPLORA il Museo dei Bambini.

 

La mano di Palladio a Milano

Mostra La mano di Palladio Fotografie di Lorenzo Capellini, testi di Paolo Portoghesi. A cura di Petra Bernitsa. Dal 31 ottobre al 14 dicembre 2008 Sala  delle Otto Colonne, Palazzo Reale . Piazza Duomo, 12. Milano

 

Carlo Cardazzo a Venezia

Carlo Cardazzo Una nuova visione dell’arte la scoperta della dirompente modernità dell'alter ego di Peggy Guggenheim: creatività e passione di un veneziano che osservava il mondo. Collezione Peggy Guggenheim Dal 1 novembre, 2008 al 9 febbraio, 2009

 

Oscar Niemeyer a Vicenza

Oscar Niemeyer: Architettura, Città e Paesaggio mostra fotografica a cura di Salvino Campos. La mostra, patrocinata tra gli altri dall'Ordine degli Architetti PPC dalla Provincia di Vicenza, ha aperto al pubblico l'11 ottobre 2008, alle ore 18.00, e sarà visitabile fino al 9 novembre presso il prestigioso spazio espositivo della Stamperia Busato in contrà Santa Lucia n. 38 a Vicenza, a pochi passi dal Teatro Olimpico.

 

Alba. Nuovi manifesti italiani a Torino

Alba. Nuovi manifesti italiani. Icograda Design Week Torino 2008. Dal 17 ottobre al 14 novembre 2008. Politecnico di Torino, Manica d'approdo Cittadella politecnico corso Duca degli Abruzzi, 24 Torino.

 

Olivo Barbieri a Monza

Dal 25 ottobre 2008 al 6 gennaio 2009, il Serrone della Villa Reale di Monza ospiterà la mostra Olivo Barbieri site specific_Monza 08 che presenta la nuova serie di lavori di grande formato che l’artista  ha appositamente  realizzato su Monza, e che si inserisce nel  progetto site specific iniziato nel 2003, un work in progress che coinvolge molteplici zone del pianeta.

 

Architetture siciliane a Gibellina

Mostra Architetture siciliane di Franco Purini e Laura Thermes a cura di Maurizio Oddo da sabato 25 ottobre al 31 dicembre 2008. Museo Civico di Arte Contemporanea di Gibellina.

 

CAMET, 40 anni di passione del Club Auto e Moto d’Epoca Toscano. Esposizione di auto e moto d’epoca dal 1899 agli anni Settanta.

Nei week end dell’ 1-2 e 7-8-9 Novembre si terrà alla Stazione Leopolda di Firenze una esposizione di 70 auto e moto d’epoca – prodotte dal 1899 agli anni Settanta – molte delle quali pezzi unici, affiancate dai prototipi di motori a scoppio firmati Barsanti e Matteucci. In questa occasione verrà anche presentata la proposta per un museo dinamico dell’automobile, dedicato al celebre designer fiorentino Roberto Segoni.

La manifestazione è organizzata dal CAMET (Club Auto e Moto d’Epoca Toscano) per celebrare i 40 anni dalla sua fondazione.

L’inaugurazione avrà luogo il 1° Novembre, ore 10:30. Orario di apertura: 11-19. Per ulteriori informazioni consultare il sito www.camet.org o www.stazione-leopolda.com.

 

UNIVERSITA’ E DINTORNI di Ilenia Pizzico

 

Corso di Formazione Professionale di Fotografia a Roma
L’Accademia Fotografica Cromatica organizza un Corso di Formazione Professionale di Fotografia di 500 ore. Scopo del corso è di formare figure professionali che possano operare nei diversi settori della fotografia. Il corso offre un iter completo che affronta le varie specializzazioni legate al mercato del lavoro. Al termine del percorso didattico, gli allievi, sostengono un esame con una commissione esterna che rilascerà un Attestato di Qualifica Professionale di Fotografo, valido ai fini di legge e su tutto il territorio della Comunità Europea. Costo totale € 3.170,00. Le iscrizioni sono aperte e si effettuano in sede: Accademia Fotografica Cromatica Viale Palmiro Togliatti, 1640, Roma. Info: www.cromatica.it

Archeologia e Progetto a Roma
Nell'ambito del Master internazionale Architettura|Storia|Progetto, Corso di Perfezionamento Cultura del Progetto in ambito archeologico, si terrà il V Seminario internazionale di Studi Archeologia e Progetto. Giovedì 6 novembre 2008, ore 15,00; venerdì 7- sabato 8 novembre, ore 9.30, Facoltà di Architettura, via Madonna dei Monti 40, Roma.

Piani paesaggistici, verde urbano a Roma All'interno del ciclo di conferenze Incontriamo il Paesaggio-2008 organizzato dalla Sezione CentroPeninsulare AIAPP, il prossimo incontro si terrà sul tema I piani paesaggistici su media e piccola scala, i piani del verde urbano ed il rapporto tra verde pubblico e privato. 12 novembre 2008, ore 17.00, Casa dell'Architettura, Piazza Manfredo Fanti, 47, Roma. Info:
http://www.arc1.uniroma1.it/public/ConferenzaPianiPaesaggistici.pdf

Territorio e Architettura Sostenibili TAS a Milano

Il Master universitario nasce per fornire ai progettisti, architetti, ingegneri e designer, formazione specifica e competenze specialistiche nel campo degli interventi ecocompatibili e bioclimatica sul territorio, in quello dell' integrazione energetica degli spazi architettonici preesistenti e nuovi, oltre che nello studio e sperimentazione di componenti edilizi a tecnologia avanzata. Partecipanti: laureati in Ingegneria, Disegno Industriale, Progettazione Ambientale, Scienze Naturali, Economia.Costi:7000 euro. Scadenza domande:21 novembre 2008. Info:http://www.tas.polimi.it 

 

CORRISPONDENZE a cura di Zaira Magliozzi

 

Fondazione Volume! … officina di idee

Ancora per questo mese una grande anta d’acciaio chiuderà (o almeno ci proverà) il transito in Via San Francesco di Sales e obbligherà chiunque passi di lì a soffermarsi a guardare le tante figurine che fanno capolino sulla grande scultura-installazione. “Le donne sono entrate nell’arte andiamo dall’altra parte”, questo è il titolo dell’ opera che Enzo Cucchi ha appositamente progettato per lo spazio di Volume!, diventato ormai un importante punto di incontro per l’arte contemporanea nella capitale. Il titolo, esplicitamente provocatorio, si lancia non solo idealmente, verso la vicina “Casa delle Donne” che in contemporanea ospita una mostra tutta al femminile di Roberta Coni dove corpi e volti si dimenano nell’acqua di una vasca da bagno. A testimonianza  della vitalità di una zona che, se anche rimane immutevole nel suo apparato storico architettonico e nella sua riconoscibilità di impianto, riesce ancora a lanciare messaggi positivi e impulsi vivaci da un mondo, quello dell’Arte contemporanea, che deve ritornare a ritrovarsi soprattutto nella città eterna, da tempo all’ asciutto di vere novità.

 

NOTIZIE DALLA SPAGNA di Graziella Trovato

 

Progetto Alter polis

Continua presso il Matadero Municipal di Madrid il Progetto Alter polis, curato da A. Franco e organizzato con il COAM, Ordine degli Architetti di Madrid. Obiettivo: progettare e immaginare una cittá utopica basata su riflessioni umanistiche. Il progetto conta con la partecipazione di otto equipe di architetti spagnoli, selezionati in una fase previa. Tra questi segnaliamo: Ecosistema urbano, Ludotek, Amid (cero 9), n + trece, Rueda Pizarro Arquitectos, Estudio FAM. Ogni equipe espone durante una settimana il plastico della cittá utopica che ha progettato. Dal 27 ottobre al 6 novembre é il turno di ecosistema urbano che presenterá al pubblico il suo progetto il 7 novembre. Dal 24 al 28 novembre poi é previsto un incontro per la riflessione e le conclusioni con architetti e critici aperte al pubblico. I plastici saranno esposti nel matadero durante tutto il mese di Dicembre.

 

Workshop: Espais Transitables. Accesos indirectos a la cultura contemporánea.

Interessante iniziativa che pretende studiare le possibilitá che offrono i mass media come strumenti sociali di azione e partecipazione urbana per cittadini, organizzazioni non governamentali, professori e student, ecc. Curatori: Tíscar Lara y Georgina Cisquella 7-8 e 14-15 de Noviembre EACC - Espai d´art contemporani, Castelló. Per información: www.eacc.es

 

Mostre:

Presso la Fundación COAM- 21 proyectos del siglo 21. Reflejos de la arquitectura portuguesa en la década actual Nonostante occupino la stessa penisola la Spagna e il Portogallo hanno sempre mantenuto una certa distanza culturale. Questa mancanza di rapporti fluidi e di scambi culturali si sta superando negli ultimi anni con iniziative che coinvolgono Scuole di architettura e studi professionali. In questo senso ci sembra interessante questa VI Mostra di Architettura Portoghese, aperta fino al 7 novembre prossimo.

Ricordiamo poi: - Office of architecture in Barcelona. Carlos Ferrater & Asociados - Galvez+Wieczorek per il ciclo EXCEPTO 21. C/ Piamonte 19 a Madrid. Per informazioni: www.coam.es

 

FINNIKA...NOTIZIE DALLA PERIFERIA NORD DELL'EUROPA di AgaTino Rizzo

 

Biennale d’Arte di Helsinki

Al Helsinki Design Museum è stata appena inaugurata l’edizione 2008 della Biennale d’Arte di Helsinki. Più di 50 artisti finlandesi ed un centinaio dei più interessanti artisti stranieri partecipano a questo mini-evento auto-organizzato dall’establishment locale. Nei padiglioni secreti nelle fondamenta del museo si susseguono una serie di allestimenti tra il vintage ed il ready made che affrontano temi quali l’estetica del porno, il gusto per il macabro ed il piacere di produrre stuffs. Fino al 25 di gennaio ad Helsinki. http://www.helsinkibiennale.com/

 

Imaginative shelters for research workers

“Imaginative shelters for research workers” è il titolo di una mostra di modelli all’Alvar Aalto Museum che ha per tema lo shelter come ricovero temporaneo per i ricercatori del parco nazionale di Koli. Domande quali inserimento nel contesto, uso di materiali tradizionali, adattabilità al variare delle stagioni hanno impegnato gli studenti del laboratorio di architettura contemporanea alla facoltà di architettura di Oulu dal 2003 al 2008. Fino al 23 Novembre a Jyväskylä (http://www.alvaraalto.fi/info/press/08eng_galleria-shelters.htm).

 

RESTAURO TIMIDO  di Marco Ermentini

 

Paradossi americani

Sembra incredibile, di questi tempi, il pensiero di un noto personaggio americano in contrasto con la mitologia comune: il successo, l’assillante rincorsa al potere e alla prosperità materiali possono essere l’amara ricompensa di una sconfitta, mentre la vita in solitudine e in oscurità può offrire doni preziosi e insospettati. Scritto oggi da Barak Obama ?, No, da Henry David Thoreau nel 1851.

 

WILFING di Salvatore D’Agostino

 

0003 [SQUOLA] La dottrina del bastone?

Stamattina partecipo anch'io alla manifestazione di Roma, seguo a distanza la mia compagna (maestra precaria della scuola primaria), si è portata un ombrello, una giacca a vento, dei panini, un pile, insomma è armata per combattere la pioggia e il freddo, ma leggendo il post sul blog Mezzomondo di Miki Fossati, comincio a preoccuparmi ecco la sua testimonianza sugli scontri di ieri (continua a leggere): http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2008/10/0003-squola-la-dottrina-del-bastone.html (30 ottobre 2008)

 

INTERMEZZO di Edoardo Alamaro

 

Tammurriata meticciata per Obbama, presidente americano

WW Obama president. Ci sarà un effetto Obama nell’architettura global? Partecipata e mescolata, meticciata e post razziale? Una cosa profonda, oltre la moda e il “meticcio è bello”? Chissà, forse, può essere. Non lo so. Per oggi festeggiamo, abballiamo quest’Intermezzo.

Ricordando però –premessa, constatazione- il nostro mancato Obama nazionale. Eppure di neri e neretti ne vennero colla guerra. E anche oggi non mancano. Ma noi della Spartenope politica culturale nazionale, al massimo siamo arrivati all’immigrato di Abbiategrasso o di Afragòla (o àfragola, come disse Mike al festival di Napoli, altri tempi). E che vi devo dire? Così è il nostro bel Paese! “Assorbe” poco, non si mescola. Sta sulle sue.

Per cui alle volte io non capisco che succede / e quello ca se vede nun se crede, nun se crede alla tivvù / In America era nato nu criaturo, era nato mezzo niro / e a mamma l’aveva chiammato Obbama, ‘o bbama mio!!! / Ma quarant’anni dopo, che succede, e che succede? / se …, vota e fai votare Obama se / se.., gira e vota se … / che tu ‘o chiamme bush o ‘ntuono / ca tu ‘o chiamme johnn o ghiro / chillo l’ha fatto miezzo niro, meticciati comm’a chè!

Lo contano ‘e tivvu de chist’ Obbama / che l’hanno fatto nuovo presidente americano / E sti voti suoi nun so rare, nelle urna se ne vedono a migliaia / Alle volte è bastata solo na guardata e na parlata / e o bbianco e o ggiallo e o niro / s’ ‘o rimmasti sott’a bbotta ‘mpressiunati / Se …, na guardata e na parlata se / se … , na ‘mpressione se / va truvanne mo’ chi è stato / ca nell’urna ha cogliuto bbuono o’ tiro / chillo ‘o bbama l’ha fatto miezzo niro, caffèlatte comm’a chè!

E dice o’ parolaio d’ ‘a tivvu: embè parlammo / perchè si arraggionammo questi fatti americani ‘nce spiegammo / E’ ‘o vero che la ‘o grano e ‘o bisinesse esce / riesce o nun riesce sempre è ammericano quello ch’esce / Sé .., dillo a bush sé / sé .., dillo a berlusca se / va a cuntà o’ fatto comm’è gghiuto / si a vutà fuje ciccio, johnn o ciro / chillo l’ha fatto niro niro, caffellatte cu ‘ e biscotti comm’a chè!

E ssignurine americane / fann’ammore cu ‘e keniane / ‘e ‘o keniano se votta ‘e lanze / ‘e a ssignurina rimane ca panza nnanze. / New american express /
damme ‘o bbama ca vaco e pressa / ca sinnò vene ‘o bushiss / e mett’e ‘o munno addò vò isso. / Ieri sera a piazza dante / ‘o metrò mio era vacante / e se non era p’ ‘o pruggetto ‘e contrabbando / io mo’ ggià stevo già ‘o camposanto (e ll’università). / E votate ‘sto bbà / e llevate busk a llà / ca chisti pacch’nmane / mo’ vo fa quadrà. (2 volte, prima dei pasti principali edilizi.)

Sigarette per ‘o bbà / caramelle per mammà / fischiette p’ ‘e bbambini / e dduje prugette p’‘e ssignurine. / A zazza e nanninella / lle piacevano ‘e caramelle / e mo’ cu ‘o bbama tuosto tosto / è finita ‘a zizzenelle. / E ssignurine americane / fanno ‘e figlie’ cu ‘e keniane / ‘nce verimme oggi e/o domane / cu la nuova architettura americana!!

Abballate ancora, cantate tutta la notte e progettate da domani con l’Obama style! Saluti, Eldorado

 

LIBRI a cura di Francesca Oddo

 

La città come testo critico

"Questa raccolta di scritti presenta una riflessione sul modo in cui oggi possa essere inteso l''impegno' della ricerca architettonica verso la società, impegno motivato dalla consapevolezza delle responsabilità etiche e collettive dell'architettura nei confronti dei processi che stanno radicalmente cambiando l'immagine della città contemporanea.I contributi di Pier Vittorio Aureli e Martino Tattara, Marco Biraghi, Cesare Macchi Cassia, Antonio Monestiroli, Franco Purini, Daniele Vitale, Guido Zuliani oltre quello del curatore, sono apporto di differenti scuole e tradizioni di ricerca e toccano una serie di temi: la rilettura critica del progetto urbano del Movimento Moderno, la città 'implicita' nel progetto d'architettura, il concetto di 'autonomia' nel progetto della città, la città come 'regno di mondi figurativi diversi' e terreno di una consapevolezza storica dell'architettura, il ruolo del progetto nella recente costruzione di nuovi scenari urbani in alcuni contesti europei. Il legame che all'origine unisce tutti questi contributi è il tentativo di rispondere ad alcune sollecitazioni formulate per iscritto dal curatore in occasione di un seminario tenutosi presso la Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano nel gennaio 2006." (Franco Angeli). Il volume sarà presentato a Firenze giovedì 6 novembre 2008, alle ore 15:00 presso la Galleria SESV, piazza Ghiberti 27. Saranno presenti, oltre al curatore, Andrea Cavalletti, Adolfo Natalini, Luka Skansi, Guido Zuliani.

A cura di: Nicolò Privileggio. Editore: Franco Angeli. Anno: 2008. Pagine: 144. Illustrazioni: 48. Prezzo: € 18.50

 

Architetti e ingegneri italiani in Egitto (IXX-XXI secolo)

" La mostra fotografica itinerante comprensiva di 42 pannelli,inaugurata nell'ottobre 2008 nella Biblioteca Alessandrina per poi essere presentata al Cairo, delinea, per la prima volta, un bilancio del contributo italiano all'architettura e all'urbanistica egiziana nell'arco di quasi due secoli, non privo di capitoli in buona parte inediti. È un panorama che impressiona per quantità e qualità di progetti e di realizzazioni nel suo snodarsi dai piani ottocenteschi per il cuore europeo di Alessandria e dalle architetture in stile neorinascimentale della ricostruzione della città, dopo il cannoneggiamento inglese del 1882, all'eclettismo, tra neogotico veneziano, neoquattrocento fiorentino e neocinquecento romano, degli immobili della comunità italiana e delle sue istituzioni rappresentative, dal modernismo degli anni attorno al 1900 all'eclettismo di ritorno delle sontuose residenze della giovane aristocrazia cairota e dei palazzi reali, dall'Art Déco al razionalismo della seconda metà degli ani Trenta, dagli studi urbanistici e dai progetti posteriori alla seconda guerra mondiale per lo sviluppo turistico del paese, per la salvaguardia dei monumenti faraonici e per il potenziamento delle strutture museali alla nutrita partecipazione italiana ai concorsi internazionali per la Biblioteca Alessandrina e il Grande Museo Egiziano di Giza." (Maschietto Editore)

A cura di: Ezio Godoli e Milva Giacomelli. Editore: Maschietto. Anno: 2008. Pagine: 246. Prezzo: € 24.00

 

Davide Pagliarini: Il paesaggio invisibile Dispositivi minimi di neo-colonizzazione Librìa, 2008
Abstract E' possibile stabilire una connessione virtuosa tra gli insediamenti informali e le serre presenti nel più grande distretto italiano di agricoltura intensiva? È inoltre possibile ridefinire il confine tra uso e abuso del territorio, sospendendo temporaneamente il giudizio legato all'illegittimità e quindi al reato che ha accompagnato gran parte delle riflessioni condotte sulla città informale e abusiva, per riconoscerne innanzitutto il significato letterale, cioè quello di uso eccessivo? Muovendo da queste domande, il libro raccoglie l'esito di una ricerca avviata nel 2003 sulle diverse forme della dispersione urbana costiera nella Sicilia sud-orientale, conclusasi con il progetto di una rete di infrastrutture diffuse in grado di orientare un processo di riequilibrio tra i manufatti esistenti e l'ambiente circostante. "Il paesaggio invisibile” ha il fine di riattivare un patrimonio inutilizzato come quello abusivo, conciliando le potenzialità ambientali che l’abbandono ha prodotto nel tempo con la necessità di una dotazione di servizi non più legati all’uso turistico stagionale e al consumo che esso comporta, ma all’abitare e al sostegno di nuove economie più consapevoli. L'indagine si concentra sul delicato ecosistema litorale, ricostruendo attraverso l'uso di fotografie, dati e mappe, le tracce di un paesaggio sospeso, obbligato ad una permanente incompiutezza che oltre a definirne l'identità, ne rappresenta forse la risorsa più rilevante. Coniugando diverse discipline, dalla grafica alla fotografia, dall'ingegneria al paesaggio, l'architettura dilata qui il proprio campo d'azione, ponendosi come dispositivo sociale in grado di innescare nuove strategie insediative, messe in atto attraverso una nuova forma di colonizzazione, compiuta per somma di interventi minimi e aperta a sostenere domande differenziate e inattese. Se l'architettura possiede un'intima capacità di partecipare alla rappresentazione dell'identità di un luogo, le macchine ecologiche ad essa associate rivelano nuove potenzialità sociali per esprimere una rinnovata relazione tra l'uomo e l'ambiente in cui vive.

 

RECENSIONI E COMMENTI

 

Intervista a Marcello Pecchioli a cura di Claudio Musso pubblicata su Exibart.com all’interno della rubrica visualia_territori interstiziali dell’immagine il 16 ottobre 2008

Medioevo vs Mediaevo. Un trip compresso e visionario attraverso le immagini che hanno cambiato l’umanità nei secoli. Ogni epoca raggiunge il più alto grado di tecnologia con i mezzi che ha a disposizione. E l’arte reagisce di conseguenza. Quasi sempre...

Alla ricognizione dei territori imprevisti e non consueti dell’immagine, in questo nuovo corso di visualia, si accompagnano una serie di interviste ai protagonisti dell’indagine teorica e della manipolazione pratica di tale materiale. Scienza e arte visiva, tecnologia e medioevo, Marcello Pecchioli cerca di creare un ponte (virtuale, neanche a dirlo) tra immagini di diverse epoche.

CM: Di cosa parliamo oggi, quando parliamo di immagini?

MP: Quando parliamo d’immagini ci riferiamo contemporaneamente a molte tipologie d’immagine: da quelle pubblicitarie a quelle cinematografiche, da quelle dei videogiochi a quelle della pittura e della scultura, ma anche a quelle generate dall’universo multimediale e delle telecomunicazioni.

CM: C’è una differenza rilevante tra le immagini di oggi e quelle del passato?

MP: Le immagini hanno subito molte trasformazioni e mutamenti nel corso dei secoli e il loro statuto ha sempre oscillato tra realtà, sogno, simulazione e stati alterati di coscienza. Dalle immagini graffite nelle caverne preistoriche agli agglomerati teriomorfici dei totem nelle culture primarie, all’utilizzo di complessi codici onirici, quasi delle mappe geo-psichiche per gli aborigeni australiani, come l’analisi del rapporto realtà e inconscio per i surrealisti europei piuttosto che, in funzione eminentemente didattica, rivolta, come una neo-televisione d’epoca alla massa di analfabeti e illetterati, le immagini bibliche e dei santi nei cicli pittorici e scultorei medioevali.

CM:In Scansioni si fa riferimento a dei “tecno-mondi”. Cosa lega questi sistemi modellizzanti alle immagini?

MP: Si parla di “tecno-mondi” nelle accezioni storica, artistica, epistemologica. Potremmo dire che le immagini che frequentiamo abitualmente sono pienamente funzionali, mentre i tecno-mondi, nella mia formulazione, sono dei dispositivi tecno-concettuali, dei modelli di tipo scientifico, appunto, nati per verificare la composizione e la tenuta delle immagini.

CM:Le immagini, oggi, hanno un valore prevalentemente estetico o comunicativo?

MP: Le immagini rimandano a un contesto puramente funzionale, comunicativo, come fa notare Perniola in uno suo saggio recente, mentre, anticamente e in altri contesti, le immagini avevano uno status differente, dotato di caratteristiche plurisemantiche come i grandi cicli pittorici del Medio Evo. Erano, tra l’altro, un sistema multimedium integrato (fotografia, cinema, registrazione, codici architettonici, visivi, musicali).

CM: Che rapporto intercorre tra le tecnologie dell’immagine e la produzione artistica contemporanea? Come dire: il pittore è ancora competitivo?

MP: È una domanda che ammette diverse risposte. In alcuni casi l’artista è in grado di reinterpretare, con i propri codici, frammenti del mondo contemporaneo, e l’utilizzo di tecniche video, fotografiche, installative è una modalità consentita. Se consideriamo autori che lavorano con le bio-tecnologie, ci troviamo di fronte a degli artisti utilizzati, principalmente, come interfacce per spiegare al pubblico fenomeni scientifici e sociali altamente controversi: le manipolazioni genetiche e il controllo, anche giuridico ed economico, su parti rilevanti del genoma umano e animale, come nel romanzo Next di Michael Crichton. In questo senso, gli artisti orientati dal punto di vista scientifico potrebbero essere visti come l’equivalente moderno dei pittori impressionisti, che cercavano di veicolare, con nuovi tipi di pittura e una nuova sensibilità, come se avessero a disposizione pattern di pixel elettronici, le componenti cromatiche e chimiche, lo “sguardo ottico” di tecnologie dure, per l’epoca, come il cinema e la fotografia. Per quanto riguarda la realtà virtuale, il panorama attuale è composto da sistemi immersivi che ti inoltrano in mondi digitali istantanei e ti aprono delle finestre in mondi virtuali, che sia un avatar attivo in Second Life o lo spedire in rete immagini, testi e filmati con dispositivi mobili, fino alla ricerca di simil-palinsesti televisivi personalizzati con la web tv e sistemi come Tivo o Replay TV. L’artista tradizionale, in tutto ciò che si basa sullo sviluppo di tecnologie di telecomunicazione e dei new media, sembra poter fare molto poco. Forse, alcune operazioni di ricostruzione e memoria dei fatti passati, come quell’artista americana che ha simulato i danni cerebrali dopo un incidente stradale, utilizzando sistemi di realtà virtuale che facevano vedere agli spettatori una simulazione del suo sguardo, incidentato.

CM: Tecnologia, ingegneria, biologia, con le rispettive contaminazioni sono alla base dell’estetica contemporanea? O lo sono sempre state?

MP: No, probabilmente, il sentire profondo delle avanguardie di questo passato secolo aveva un retropensiero tecnologico che si appoggiava a una forma d’ingegneria elettromeccanica, utilizzando pattern ed elementi di una teoria della complessità e delle catastrofi, in nuce. Come negli esempi della trasformazione concettuale sul linguaggio naturale che i surrealisti dicevano di saper riprodurre, facendolo quasi implodere dall’interno, nelle componenti atomiche; o il caso dell’arte programmata e cinetica che sembra, a vederla con gli occhi di oggi, una prova generale di sistemi tecno-ludici e interattivi, videogiochi, ipertesti, una forma leggera di multimedialità. Due esempi emblematici di come l’arte visiva sia contaminata da elementi extra artistici: il Savinio, fratello di De Chirico, che ha caratteristiche fortemente cronenberghiane con la sua teoria pittorica eccentrica, delle mutazioni nei ritratti di famiglia; e Rauschenberg che, con i “combine paintings”, introduce dei codici che utilizzano la narrazione short, una specie di archeo-videoclip contagiato da messaggi brevi e concisi da news pre-Cnn, un tipo di comunicazione mediale che oggi conosciamo molto bene.

 

IDEE

 

Evoluzione e architettura – tra scienza e progetto (parte 2 di 5)

Saggio in 5 parti di Ruggero Lenci. Il testo in versione integrale e con i riferimenti è pubblicato sugli “Annali” del Dipartimento di Architettura e Urbanistica per l’Ingegneria – Sapienza Università di Roma – volume dal titolo “Nella Ricerca”, Gangemi, Roma 2008, pp. 61-92.

 

Adattamento, ex-aptation, vestigialità

Entrando nello specifico, sembra che nei fenomeni che danno luogo all’adattamento, quindi al rapporto con entità preesistenti, sia contenuto un elemento teleologico (dottrina filosofica del finalismo). Ciò in quanto ci si adatta a qualcosa che pre-esiste, ovvero a una realtà a priori, facendo ritenere che vi sia un’entità che guida il processo secondo un programma orientato, che acconsente alla realizzazione del processo di adattamento dell’organismo cooptato: un programma non statico ma che può variare nel tempo, mantenendo, rafforzando o facendo venire meno le condizioni di partenza. La “adaptation” o “ex-aptation” designa il carattere positivo di un organismo favorito dalla selezione naturale che aumenta il vigore del suo possessore, ovvero dell’entità presso la quale si è adattato. La condizione di adattamento si determina in senso cronologico, con successivi adattamenti nella nicchia ecologica trovata libera e disponibile la quale, però, può mutare nel tempo. Ciò può portare l’adattamento a essere ridondante o anche di ostacolo, a causa delle possibili trasformazioni del carattere positivo dell’ospite e/o della disponibilità dell’ospitante a mantenere tale stato in presenza di un ospite non più competitivo nel migliorarsi e quindi nel contribuire efficacemente rispetto ad altri ospiti a mantenere elevato il vigore dell’ospitante.

Alcuni adattamenti tollerati, quando da un lato non degenerano in conclamati disadattamenti e dall’altro non sviluppano nuovi usi consolidati nel tempo, sono chiamati vestigiali. (Le strutture vestigiali sono state notate da tempi remoti e se ne è parlato molto prima che Darwin ne abbia fornito una spiegazione condivisa. Si pensi ad Aristotele che, nella sua Storia degli animali, riguardo agli occhi vestigiali delle talpe li ha chiamati “arrestati nello sviluppo”. Darwin ha notato in L’origine delle Specie che alcune strutture vestigiali pur essendo inutili per il loro uso primario tuttavia mantengono un ruolo anatomico secondario: “Un organo che serve per due scopi può essere rudimentale o completamente inutilizzato per il primo, anche il più importante, e rimanere perfettamente efficiente per il secondo…” Darwin, C., On the Origin of Species by Means of Natural Selection, John Murray, London 1859. Queste strutture non sono una minaccia diretta, quindi non saranno eliminate prioritariamente, però, come tutti gli organi, richiedono un surplus di energia per il loro sviluppo e mantenimento, innescando una pressione selettiva per la loro rimozione. In altri, alcune strutture vestigiali vengono mantenute a causa di una limitazione nello sviluppo dell’organismo, in modo che la perdita di tale struttura comporterebbe gravi alterazioni negative del modello di sviluppo dell’organismo ospitante. Nel 1893, Robert Wiedersheim pubblicò un elenco di 86 organi umani che avevano, nelle sue parole, “perso il loro originario significato fisiologico”. Teorizzando che erano vestigia evolutive le chiamò “vestigiali”. Successivamente il suo elenco è stato ampliato ad includere 180 organi umani, sufficienti, dirà lo zoologo Newman, a fare dell’essere umano “un museo vivente”). La vestigialità, in biologia, descrive parti di organi o caratteri che, attraverso l’evoluzione, hanno ridotto o perso la capacità di esplicare la loro funzione originaria. Ciò può manifestarsi sotto varie forme: strutture anatomiche, comportamenti, percorsi biochimici (ad esempio si pensi nell’uomo all’appendice intestinale, alle vertebre terminali, al bacino inclinato in avanti; in architettura alla Torre di Pisa, al Colosseo, ai Fori, ecc.). Nella nostra e in altre discipline a forte contenuto umanistico la vestigialità apre alla sua storia, mirabilmente carica di vestigia che, sia pur superate sul piano strettamente tecnologico-prestazionale, mantengono fondamentali valenze su quello linguistico-ermeneutico-conoscitivo. Sebbene in biologia le strutture vestigiali siano largamente o interamente prive di funzioni prestazionali, esse, all’occorrenza, possono svilupparne di minori, così da essere classificabili come marginalmente utili, neutre o negative. Alcune possono essere di una limitata utilità per l’organismo, utilità che si può ridurre nel tempo facendo degenerare il rapporto di adattamento. Ciò fino al punto da contribuire negativamente al suo protrarsi nel tempo, con mutazioni causate da un aumentato tasso di entropia piuttosto che rendendo disponibili evidenti vantaggi.

Data l’imprevedibilità del futuro, non è facile in biologia stabilire quando un carattere vestigiale diventi solo di detrimento per l’organismo, in quanto ciò che non è in uso oggi può riattivarsi diventando utile domani. Ma negli studi umanistici, in quelli sui fenomeni urbani e in architettura le cose sono molto diverse per il peso fondativo che la cultura assegna a tali caratteri. Basti pensare ai centri storici di molte città nei quali sono presenti in larga misura edifici antichi con funzioni diverse da quelle originarie, con specifici utilizzi che potremmo definire vestigiali, appunto, rispetto all’espletamento di una massima funzionalità in termini prestazionali. Molte costruzioni e parti di città trovano oggi proprio nel fatto di essere vestigia del passato il loro carattere post-prestazionale primario. Pensiamo ai monumenti antichi, alle Piramidi, al Foro Romano, al Colosseo che, ad esempio, quest’ultimo nel XVII secolo ha svolto un ruolo secondario rispetto a quello iniziale di anfiteatro, quando i Barberini se ne servirono come giacimento-cava di materiali lapidei per realizzare i propri palazzi. Ma più in generale pensiamo a tutti i monumenti e siti archeologici inseriti nei percorsi turistici di massa come a importanti vestigia. Se tale parola è appropriata per designare i caratteri degli esempi archeologici più eclatanti, quando ci si riferisce al progressivo e incipiente riuso delle preesistenze, siano esse palazzi storici o archeologia industriale, è più indicato usare il termine adattamento nell’accezione anglosassone di “ex-aptation”, ovvero di utilizzazione a partire da una condizione precedente, piuttosto che di utilizzazione per un fine unico e ideale. Oggi il miglior utilizzo del Foro Romano, ad esempio, coincide con il massimo potenziamento della sua funzionalità turistica nella città di Roma, e questo uso eguaglia se non addirittura supera – secondo certi parametri valutativi – quello per il quale era anticamente sorto, facendo pensare a un carattere di utilizzo dei fori non unico e ideale resistente nel tempo, ma adattativo. A maggior ragione, anche nel caso degli edifici antichi ancora in uso presenti nei centri storici non si intravede alcuna finalizzazione univoca e rigida, pensandoli invece come architetture da ex-aptare con una certa duttilità a utilizzi idonei e ottimali nel contesto urbanistico e nel periodo di volta in volta considerato.

Gettare ponti sottili (ovvero porre in essere appropriate intersezioni tra vari saperi. Il termine è di Telmo Pievani) di questo o di altro tipo tra discipline, ovvero utilizzare tali strumenti anche metaforici – nel caso particolare tra la biologia molecolare e l’architettura-urbanistica – può risultare di beneficio per entrambe a patto che vengano evitate forzature. La natura infatti non sempre realizza, anzi quasi mai, le proprie opere come un ingegnere, lo fa piuttosto come un bricoleur, nel senso che lo sviluppo di un organo segue percorsi il più delle volte inattesi, spesso anche contraddittori. L’evoluzione selettiva, proprio per la presenza della sua traccia filogenetica, rimane inoltre sempre un po’ al di sotto della condizione ottimale, ovvero di ciò che il migliore ingegnere sarebbe portato a fare. Un’evidenza efficace è quella del sorgere di strutture spontanee, auto organizzate, di istanze che vengono reclutate in modo specifico per dar luogo allo sviluppo evolutivo in assenza di un disegno complessivo o di un progetto finalizzato per uno scopo, conservando i caratteri di un sistema flessibile, adattabile, momento per momento, alle necessità del caso. Ciò può talvolta avere luogo, grazie alla predisposizione al riuso come fattore insito nella vita, riconvertendo quelle parti presenti in modo residuale in organi vestigiali a disposizione; così come a intendere che “l’evoluzione insegna nuovi trucchi a vecchi geni” (Telmo Pievani). La selezione non fa sprechi, ha insita una fortissima economia della natura, e quando dei geni possono essere perduti o mutati senza danno, di solito lo sono. Parafrasando gli evoluzionisti, le mutazioni nei progetti di architettura garantiscono una sorgente permanente di variabilità che rende possibile la ex-aptation dei caratteri migliori, rappresentati dalle acquisizioni che si consolidano in un dato periodo e che si stratificano nella storia. In architettura, le riviste e le esposizioni sono i luoghi nei quali avviene in maniera privilegiata questa “cross-fertilization”, questo scambio di materiale genetico, ormai privo di deriva geografica, di “drift”, attività basata su sempre nuove teorie e progetti – si potrebbe osservare, a detrimento di persistenze regionalistiche utili e necessarie almeno da un punto di vista di conservamento energetico degli edifici alle varie latitudini, quindi di conservazione di specifici caratteri di DNA – che immette nella disciplina sorgenti permanenti di variabilità. L’architettura ha un senso se diffonde la qualità dell’ambiente, mantenendo e allo stesso tempo accrescendo il rigore di un metodo compositivo aperto alla cultura del progettare e dello sperimentare un certo grado di cambiamento morfologico nel rispetto degli ecotipi (architetture adatte a particolari tipi di habitat). Le Corbusier aveva acutamente intuito (nei suoi scritti apparsi sull’Esprit Nouveau, raccolti in Vers une Architecture) che ciò non deve portare al “r-e-g-i-o-n-a-l-i-s-m-o” vernacolare, ma permettere all’architetto di sviluppare una “... concordanza con le cose del luogo.”

L’ontogenesi ricapitola la filogenesi nell’architettura e nella città

La città, una volta formatasi, in primo luogo a seguito dell’invenzione dell’agricoltura, – e si potrebbe dire che una città ha radici, le fondazioni degli edifici che la compongono, perché risponde a un modo di vita stanziale che prevede la semina e il raccolto di piantagioni coltivate dall’uomo, che hanno radici – si espande e cresce su se stessa con modalità nelle quali sono ricostruibili e spesso visibili, sia nei tessuti che nei tipi, i processi morfogenetici di trasformazione. Nella città e nel paesaggio sono inscritte le trasformazioni che si rendono leggibili sotto forma di tracce costituite da indizi fisici e modelli storici. Ognuno di essi è il risultato delle strutturazioni precedenti e diventa matrice delle seguenti. Gianfranco Caniggia nei suoi studi su alcune città italiane quali Como, Genova, Venezia, ha messo in rilievo come i processi di trasformazione morfogenetica dei centri storici derivino dai precedenti tessuti urbani. Così come in biologia, anche in architettura tutto sembra confluire nella celebre affermazione di Ernst Heinrich Haeckel (zoologo, ecologo e filosofo tedesco. Potsdam, 16 febbraio 1834 – Jena, 9 agosto 1919) secondo cui l’ontogenesi ricapitola la filogenesi (questa regola progressiva gode oggi di una validità limitata, poiché sappiamo che l’evoluzione non ha solo aggiunto nuovi stadi di sviluppo a quello finale, ma ha anche inserito stadi più precoci o li ha alterati). Se per Haeckel il riferimento era all’embrione, quindi all’evoluzione biologica della vita, per gli architetti e gli urbanisti, estendendo con un ponte sottile tale concetto al processo trasformativo dell’habitat umano, il riferimento è alla città. In questa successione Haeckel ha intravisto, con l’evoluzione degli organi, implicitamente quella dei loro possessori. Formulando la sua legge biogenetica fondamentale, ovvero che l’ontogenesi è una breve ricapitolazione della filogenesi, egli ha opposto l’idea evolutiva delle forme viventi a quella creazionista della fissità linneiana delle specie. Oggi esprimiamo più precisamente la legge di Haeckel con: gli stadi dell’ontogenesi di un organo sono una ricapitolazione degli stadi percorsi da quest’organo nelle serie evolutive (senza per questo voler togliere nulla alla sua intuizione generale).

Un ponte sottile può essere costituito anche dall’idea di sviluppo epigenetico urbano (epigenesi: sviluppo di forme organiche individuali a partire dal non formato): un pezzo di città non esaurisce il proprio compito di sviluppo e trasformazione nell’atto della sua realizzazione, ma questo si estende nel tempo, inducendo per stadi fenomeni di maturazione del contesto, per i quali intervengono fattori esterni in grado di attivare potenzialità specifiche non preformate. Così come un’entità vivente è, in generale, il risultato “dell’interazione fra geni e ambiente, perché vi sono effetti dei geni sull’ambiente e dell’ambiente sui geni” (L.L. Cavalli Sforza), l’architettura è il risultato dell’interazione tra progetto e ambiente, in quanto vi sono degli effetti del primo sul secondo e viceversa. Sostituendo la frase morfogenesi del progetto alla parola ontogenesi, e storia dell’architettura alla parola filogenesi si ottiene che la morfogenesi del progetto ricapitola la storia dell’architettura. Pur tuttavia, anche senza operare la sostituzione dei termini haeckeliani con quelli architettonici il riferimento a un’architettura ontologica (ipotesi di organizzazione spaziale che contiene in sé le regole d’uso dell’architettura e dell’urbanistica e, in quanto tale, in grado di progettare positivamente la vita degli abitanti. Sul progetto ontologico dell’architettura vedi le ricerche di Tony Fry e Anne-Marie Willis dell’Eco Design Foundation) ovvero di un progetto che progetta, resta chiaro. Per allontanare ogni dubbio, quando si parla di filogenesi, ovvero un di legame con la storia, giammai lo si fa con l’idea di seguire modelli architettonici tradizionali, per dar vita a tipi e tessuti, plagiati dall’idea di un facile consumismo privo di astrazione e concettualità tanto nelle morfologie quanto nelle genie, ma per riaffermare il principio che non è possibile in nessun caso recidere i legami con la storia. Nella formazione di un progettista di architetture dovrebbe sempre essere presente la consapevolezza di una forte responsabilità ricapitolativa in senso storico-umanistico-tecnologico, non priva di slanci anche notevoli verso inedite ipotesi configurative della realtà e nelle quali il legame con un passato non affiorante sia presente. Franco Purini nel libro La misura italiana dell’architettura (Giuseppe Laterza e figli, Roma-Bari 2008) ricapitola la presenza e il tipo di segni antropici in area italica sostenendo che l’architettura del nord peninsulare è particolarmente attenta alla pianta a causa di una forte presenza della centuriazione romana su quel territorio; nel centro Italia l’interesse prevalente è per la sezione, dovuto alla presenza diffusa di imponenti ruderi sezionati, si pensi a Villa Adriana; al sud è il paesaggio a indirizzare i progetti nei quali è negata “…la centralità e forse l’esistenza stessa della tipologia.” Secondo lo stesso autore i caratteri dell’architettura italiana sono permeati da una congenita equivalenza tra architettura, urbanistica e paesaggio che si risolve in un rapporto aperto ed equilibrato tra l’architettura e il suo passato dando luogo a una dimensione sociale del progetto che ne costituisce l’essenza collettiva in un forte atto di autodeterminazione della città, in cui è presente in modo chiaro il senso di una misura media, propensa a rappresentare un simulacro idealizzato. Purtroppo però in molte città italiane, una per tutte Roma, sorgono quartieri sempre più privi di qualsiasi qualità e identità, nei quali non si avverte alcuna sensibilità da parte del progettista e/o del costruttore a un’idea di misura o di filogenesi. Per arginare tale drammatica realtà – i cui frutti potrebbero peraltro iniziare a rendersi visibili solo tra qualche decennio – si propone di porre in essere l’istituto della “post evaluation” dei nuovi quartieri, ovvero la loro valutazione da parte degli stessi abitanti, degli specialisti e degli uomini di cultura. Solo a fronte di un esito positivo un costruttore otterrebbe il lasciapassare necessario a realizzare un altro intervento di grandi dimensioni. In tal modo sarebbe presente e disponibile uno straordinario incentivo a produrre qualità urbana.

L’ontogenesi (dal greco: on, genit. óntos, ente e Γένεσις genesi creazione, sviluppo, nascita, origine) è l’insieme dei processi attraverso i quali si attua l’evoluzione biologica dell’embrione della singola entità vivente sulla base del codice genetico che lo caratterizza e dell’ambiente biologico nel quale il processo si svolge. In architettura spesso parliamo della genesi del progetto ogni qual volta desideriamo esprimere con un insieme sintetico di segni grafici le fasi fondative dello sviluppo concettuale dell’idea. Ebbene, il progetto è l’ente, ovvero l’entità oggetto delle nostre attenzioni. Pertanto i significati di ontogenesi e di genesi del progetto coincidono. La filogenesi (dal greco φυλή classe, specie + genesi creazione, sviluppo, nascita, origine) è lo studio sistematico dell’evoluzione della vita. Si occupa di ricostruire le relazioni di parentela evolutiva, di gruppi tassonomici di organismi a qualunque livello sistematico (le due metodologie più comunemente utilizzate per ricostruire un albero filogenetico sono la fenetica e la cladistica. La finalità della fenetica è la classificazione degli organismi sulla base della somiglianza, spesso nella morfologia o in altre caratteristiche osservabili, senza tener conto della filogenia o della relazione evolutive. La cladistica – dal greco κλάδος, klados, ramo – ricostruisce la filogenia classificando gli organismi viventi in base a criteri evolutivi. Uno dei criteri utilizzati nelle analisi cladistiche è quello della massima parsimonia. Gli approcci fenetico e cladistico, a lungo contrapposti, al giorno d’oggi potrebbero operare congiuntamente integrandosi per un più ampio sviluppo della conoscenza). La filogenesi è l’insieme dei processi attraverso i quali si attua l’evoluzione non più della singola entità ma della specie, nel nostro caso non del singolo progetto ubicato nello spazio, ma dello specifico disciplinare: l’architettura nello spazio-tempo. Pertanto la filogenesi indaga la storia in ogni settore della vita e per fare ciò si serve degli strumenti interpretativi propri del settore di volta in volta considerato, di un’ermeneutica mirata. L’ermeneutica dell’architettura potenzia il metodo dell’interpretazione del passato e delle sue tracce producendo una “rimemorazione che non è solo ricordo, che non è certamente revival stilistico, ma reinterpretazione continua del materiale mnemonico individuale e collettivo.” (Mario Luca Rosario Lente). Pertanto non deve mai essere revival stilistico ma costituire una continua riepilogazione che, spingendosi oltre la superficie morfologico-stereospecifica del riconoscimento di forme complementari, si addentri negli aspetti sistematici, ramificati, della filogenesi dell’architettura. Allora in questo caso non sbaglia chi, da storico, sostiene che allontanandosi dalla storia si perde “l’origine naturale dell’architettura: l’architettura nasce dall’architettura. Si può fingere di non sapere nulla, di fare il buon selvaggio che inventa tutto, ma se si studia un po’ di psicologia, di filosofia, si capisce prima di tutto che l’uomo ha una sua natura e in secondo luogo che l’ambiente ha un’importanza decisiva.” ( Paolo Portoghesi). Allontanarsi dalla storia può significare anche sviluppare quell’atteggiamento di impazienza tipico di chi vorrebbe completare l’evoluzione una volta per tutte nell’arco della propria esistenza. In tal modo si resta confinati in un limbo senza tempo, fatto di solo spazio, che ha perduto la dimensione della profondità temporale delle cose, della comprensione dei fenomeni, dell’esigenza di coltivare un’ermeneutica idonea a rintracciare quel filo rosso che lega i tipi edilizi alle morfologie urbane. Se alla ricerca paziente portata avanti nella contemporaneità dal metodo lecorbusieriano si sostituisse quella dell’estemporaneità delle forme, come peraltro purtroppo sta accadendo nelle grandi metropoli sempre più inquinate e chiassose, si rischierebbe di recidere irreparabilmente i nessi architettonici di un’ontogenesi riepilogativa della filogenesi. Si pensi alla dilagante simmetria dell’ignoranza presente da un lato nella distruzione del tessuto popolare delle città cinesi, dall’altro nel disboscamento della foresta amazzonica.

Pensando agli effetti della globalizzazione sull’architettura delle città, il fenomeno delle colonizzazioni culturali è il sintomo di un disagio diffuso nel quale diverse genie non hanno avuto né il tempo né i mezzi per portare a maturazione e far sbocciare una propria via alla modernità. La ricostruzione logica dei processi formativi della strutturazione antropica ha portato alcuni noti esponenti della Scuola romana, si pensi al già citato Gianfranco Caniggia e al suo maestro Saverio Muratori, a ricercare pazientemente le regole della lenta e progressiva conformazione della città quale era, resistendo alla tentazione futurista di rifare la città. Ciò al fine di svelarne il genoma, il codice replicativo nascosto – attraverso un metodo fenetico-cladistico, con un’ermeneutica che si avvale della morfologia e della logica conformatrice dei tessuti – dapprima come pura scienza urbana, in seguito per progettare le nuove quantità con un metodo-guida. In realtà, in questo percorso analitico-progettuale sarebbe auspicabile procedere più per omologie che per analogie, più per genotipi che per fenotipi. Ciò in quanto i secondi possono rivelarsi ingannevoli e superficiali non testimoniando una storia del presente ma solo quella del passato, mentre i primi sono induttori di un gradiente più attualizzato, rigenerato e ricapitolativo. Le migliori ricerche di una città della resistenza, sia pur con tutti i limiti ben noti, non a caso vengono rivalutate nei framptoniani regionalismi critici in un’era nella quale la globalizzazione non dà la sensazione, anzi il contrario, di essere in grado di produrre un modello di sviluppo sostenibile. Global City non ha trovato, nonostante l’impegno dei metabolisti e degli utopisti, un insieme di insegnamenti utili a fare città. O meglio, questi sono stati cercati e talvolta anche trovati, ma il più delle volte sono risultati cedevoli di fronte agli interessi del capitale e della politica peggiore, in realtà territoriali così diverse come quelle di Mosca, Roma, Milano, New York, San Paolo, Shanghai.

In sintesi, ontogenesi e filogenesi in architettura stanno a significare che il progetto, ovvero l’ontogenesi, esprime, sia pur con aspetti molto difformi per linguaggio, tecnologia e funzione, invarianze che nel tempo sono soggette a mutazioni (utili, dannose o neutre). Queste dovranno successivamente passare al vaglio della selezione prima di entrare a far parte delle invarianze fondamentali della “filogenesi architettonica”. Nel lungo periodo, attraverso alcune opere, emergono gli indirizzi evolutivi in trasformazione, mostrando, a posteriori, un disegno non determinato a priori. La famosa frase “dal cucchiaio alla città”, alla luce del genoma e dell’auto-similarità frattale, può essere rivista in questi termini: da un insetto a un elefante il codice genetico differisce molto poco, un’evidenza del fatto che la vita sulla terra ha una complessa autosimilarità, che va attentamente sostenuta.

(…continua nel prossimo numero. 2 di 5).

 

SGRUNT  a cura di Marco Maria Sambo

 

Barack, Bowie, l’America e altre storie

Oggi cambia il mondo. Oggi l’America è il mondo. Oggi muta radicalmente la politica, nel mondo. Oggi festeggiamo, semplicemente. Ascoltiamo “This is not America”, per l’ultima volta, Pat Metheny e David Bowie, per superare, finalmente, la visione di un mondo che non ci piaceva affatto, “Perché questa non è l'America/Un tempo c'era/Un vento che spirava così giovane/Perché questo potrebbe essere/il cielo più vasto/E io non potrei averne/la più pallida idea/Perché questa non è l'America”:  http://www.youtube.com/watch?v=MJRF8xGzvj4

Oggi possiamo, sul serio (mercoledì 5 novembre 2008).

(marco_sambo@yahoo.it)

 

MEDIA E DINTORNI a cura di Antonio Tursi

 

Article|08 – Stavanger/Norway

From November 15-30 Article|08 - Biennale for the Electronic and Unstable arts will be presenting a dozen international art projects, performances and workshops as part of Stavanger's year as the European Capital of Culture.
Perfusion – Pollution – Pervasion
Within our highly mediated and technologised environment, challenging art may not be found where we tend to look for it. And we can even not simply look at it. Just like climate change, electrosmog or biological mutation are phenomena that can rarely be grasped at  first sight, contemporary aesthetic strategies which address urgent concerns of our times take forms that may not be contained and contemplated in traditionally dedicated spacetime situations. The conversion of global interconnectedness induced by the digital era and, at the same time, the increasing consciousness for the concrete (side) effects of our indeed beloved technologies, both at the macro and mirco scale, stimulates cultural practitioners located at this threshold to create art that is pervasive. It permeates unusual spaces and taints various disciplines: from architecture, biotechnology, design and fashion to composition, performance, ecology or communication technology.
Beyond the primacy of the visual trust, Article|08 reveals the hidden, vaporizes smells and sounds, favors synesthesia, aestheticises pollution and imagines self-organizing organic architecture for outer space, alternative energy resource management as well as tactical clothing. It stages ephemeral physiologies, imports contradictory climatic conditions and Far East Fiction, makes data flows tangible and human inventiveness glow, or encourages hands-on learning of the life sciences. Between operationality and symbolism, Article|08 condenses abstract occurences into materialized experiences that tie together vision, knowledge and the world of everyday life.
From November 15-30 Article|08 will be presenting a dozen of international art projects, performances and workshops as part of Stavanger's year as the European Capital of Culture.
Curators: Hege Tapio (i/o/lab) and Jens Hauser
Artists: Amanda Steggell (NO), Novmichi Tosa / Maiwa Denki (JP), HeHe (FR), Jun Takita (FR), Junji Watanabe (JP), Maia Urstad og Hilde Hauan Johnsen (NO), Olivier Goulet (FR), Philippe Rahm Architectes (CH), Sissel Tolaas (NO), Yann Marrussich (CH), Zbigniew Oksiuta (PL), Åsa Stjerna (SE)
www.article.no <
http://www.article.no>  

 

SEGNALAZIONI

 

Restauro timido a Firenze

Presentazione del libro di Marco Ermentini: Restauro timido, architettura, affetto, gioco, Nardini Editore. Sabato 15 novembre 2008, 11,30 “Giornate del restauro” nell’ambito del “Florence International Festival”, Palagio di Parte Guelfa a cura del filosofo Sergio Givone con Anna Maramotti e Riccardo dalla Negra.

 

Premio Internazionale Architettura Sostenibile

Il Premio Internazionale di Architettura Sostenibile, giunto alla sua sesta edizione, è nato nell’ambito dell’importante manifestazione internazionale del decennale di fondazione della Facoltà di Architettura di Ferrara, svoltasi nel 2003. Ideato e promosso dalla Facoltà stessa con il sostegno economico dell’azienda Fassa Bortolo, il Premio intende riportare l’attenzione sulla necessità di riesaminare il rapporto tra processo edilizio e qualità dell’habitat attraverso il perseguimento della compatibilità tra produttività economica, tutela delle risorse e qualità dell’ambiente. Il Premio nasce dalla consapevolezza dell’importanza di divulgare a un ampio pubblico i risultati della ricerca nel campo delle costruzioni civili riconoscendo all’opera di architettura quel ruolo fondamentale di qualificazione ambientale, educazione e promozione sociale, nonché il compito di rappresentare l’espressione concreta dello sviluppo culturale e degli interessi collettivi di una società. Il Premio ha cadenza annuale e viene assegnato all’opera progettata da professionisti singoli o studi di architettura o ingegneria che meglio esprime i principi fondamentali su cui si basa il Premio. L’opera deve essere stata realizzata nell’arco degli ultimi cinque anni. Vengono inoltre assegnate due Menzioni Speciali a progetti ritenuti meritevoli per particolari aspetti.

Il Premio è aperto anche al mondo delle università, ospitando una sezione dedicata ai progetti elaborati come tesi di laurea su temi attinenti agli obbiettivi del Premio, dando così spazio alle idee e al lavoro importante che viene svolto nei luoghi della formazione dei futuri professionisti. Sono aperte le iscrizioni per la sesta edizione del Premio; la scadenza di partecipazione è fissata al 31 Dicembre 2008 per l’iscrizione e il 31 Gennaio 2009 per l’invio del materiale. La Giuria internazionale sarà presieduta dall'illustre Prof. Arch. Thomas Herzog. Il progetto vincitore e quelli ritenuti onorevoli di menzione o segnalazione saranno divulgati attraverso la stampa specializzata e pubblicati sul sito internet ufficiale del Premio, all’indirizzo www.premioarchitettura.it, sito sul quale è possibile scaricare il bando e trovare tutte le informazioni utili alla partecipazione.

Per ulteriori informazioni e chiarimenti l’indirizzo della segreteria del Premio è il seguente: Facoltà di Architettura di Ferrara, Via Quartieri 8, 44100 Ferrara, Arch. Gianluca Minguzzi, Tel/fax 0544 864353, e-mail: premioarchitetturasostenibile@xfaf.it, web: www.premioarchitettura.it

 

New media design - Le nuove frontiere dell'arte di Alberto Cecchi

Prezzo euro 30,00, pp. 216, f.to 21 x 30, Editrice Sometti - www.sometti.it

Nel Volume di Alberto Cecchi le opere  New Media sono riportate a  tutta pagina una dopo l’altra, senza interruzioni, un’appassionante panoramica italiana dell’arte mediale di oggi. Nello spazio urbano cittadino si affacciano le identità virtuali  dell’uomo moderno, come vediamo nelle opere di Emanuele Napolitano,  dove “i corpi a 8bit sono codificati così come lo è l’architettura  dell’EUR e sembrano coesistere perfettamente”.   Gli uomini a 8 bit  sembrano affacciarsi per la prima volta nel mondo reale dove muovono  i primi passi mentre in contemporanea l’uomo reale sta probabilmente  all’interno degli edifici muovendosi nello spazio virtuale. Protagoniste del libro sono le opere stesse degli artisti riprodotte  a metà e a tutta pagina in una qualità di stampa tale da “riprodurre  la luminosità dei monitor digitali su carta”, così lo hanno definito  gli artisti con il volume in mano, una soddisfazione che si protrae  nel tempo possedere ed osservare il libro. Un acuto osservatore delle   forme d’arte  è Massimo Canevacci che espone il suo punto di vista  sul mondo ritratto dalle opere del Volume nella prefazione:     Emergono logiche espressive digitali che diffondono concetti  sensoriali sperimentando opere in qualità di visori-del-mondo: sono  esse che anticipano potenzialità applicabili nei nuovi scenari  digitali postgeneralisti basati su soggetti attivi performatici.”.

Alberto Cecchi è docente presso l'Università di Perugia e uno dei  massimi esperti in Italia di tecnologia digitale applicata alle arti.  Per questo libro ha selezionato un'orchestra di oltre 80 designers  che attraverso le molteplici forme dell'arte e dei mezzi, tecnologici  e tradizionali, danno una prospettiva a 360° dell'universo  sotterraneo che anima l'arte digitale. Grafica vettoriale,  fotografia, disegno a mano libera, video: ogni sentiero possibile  viene percorso, esplorato e combinato con altri elementi, per  arrivare a risultati che possono essere ricondotti alla pop-art, così  come al fumetto, o alla composizione fotografica o a nessuno di  questi. Un libro imperdibile, indispensabile per chi vuole capire  quale sarà "the next thing".

 

Inchiesta sul "Fuenti di Francavilla al Mare"

http://www.primadanoi.it/modules/bdnews/article.php?storyid=17602
grazie alla collaborazione con Gianluigi D'Angelo, direttore di Channelbeta, "Prima da noi", quotidiano on line abbruzzese noto per le sue battaglie  a favore della legalità pubblica un articolo sul "Fuenti di Francavilla al Mare", una struttura di 5 palazzine in costruzione a poche decine di metri dalla battigia del mare Adriatico.

 

Elastico Spa: Architettura al sangue , Rare Architecture

E' una raccolta di pensieri parole opere ed omissioni, da leggere crudi, al sangue per l'appunto.
Una prima prima parte che introduce gli ingredienti, le tecniche, gli obiettivi e i tempi di preparazione, una seconda con esempi di piatti digeribili, non nascondendo l'esistenza di esperimenti non riusciti, ciambelle senza il buco.

 

LETTERE

 

Gerardo Mazziotti: La inutilità degli Ordini professionali

Alla lettera di Francesco Orofino a Raffaele Sirica aggiungo: 1) sulla legge Bondi  ho già scritto  tutto il male che merita perché ricalca quelle della Melandri e di Urbani, insulse ma benedette da Sirica. Si tratta anche stavolta di un guazzabuglio di norme ( le agevolazioni per i giovani, il ministero che progetta, i concorsi riservati… ) che  non risolvono nessuno dei problemi dell’ architettura. Una legge seria deve  abolire la facoltà di progettare ai burocrati della PA e lo spezzatino delle fasi progettuali affidate a una pluralità di professionisti ( hanno decretati la fine dell’architettura). E deve contenere un solo articolo:  “Tutte le opere pubbliche di rilevante interesse architettonico e paesaggistico e le grandi trasformazioni urbane, sia di iniziativa pubblica che privata, devono essere realizzate attraverso concorsi internazionali di progettazione senza alcun tipo di limitazioni e giudicati da commissioni internazionali con personalità del mondo culturale ( non solamente architetti) nel rispetto di un Codice che garantisca trasparenza, obiettività e imparzialità con adeguati meccanismi di rendicontazione, di pubblicizzazione e di controllo” ;.

Non devono più ripetersi episodi come quello di una commissione che ha giudicato centinaia di progetti in una giornata e mezza, dedicando a ogni concorrente 43 secondi e 24  decimi ( il Tar di Salerno, al quale l’ho denunciato, mi ha risposto che “non c’è alcuna legge che stabilisce il tempo minimo per formulare giudizi d’architettura ”, poi dice che uno risponde alla Beppe Grillo… ); 2) conduco da una vita la battaglia, condivisa dagli amici radicali e socialisti , per abolire gli ordini professionali e ho scritto un saggio su QuaderniRadicali nn° 64-65-66 di marzo-agosto 1999 per dimostrare che la “obbligatorietà” della iscrizione agli Albi ( prima non c’era)  è stata introdotta nel 1938 con la legge n. 897 del 25 aprile allo scopo di impedire l’esercizio della professione agli ebrei, agli antifascisti e ai gay  “Non possono essere iscritti e, se iscritti devono essere cancellati, coloro che non siano di specchiata condotta morale, civile e politica”; e', a mio avviso, una delle “leggi razziali fasciste” ancora oggi scandalosamente vigente ancorcchè in palese contrasto con l’art. 18 della Costituzione ; e ,perciò, ho fondato “l’Associazione articolo 18” (iscrivetevi) per inverare il sogno di Luigi Einaudi: “rendere facoltativa la iscrizione agli albi professionali “ . Ricordo che  il CNA e il CNI sono stati istituiti con Decreto Luogotenenziale  n. 382 del 23.11.1944 in sostituzione del Sindacato Nazionale Fascista Ingegneri e Architetti solo per “ Dare pareri sui progetti di legge che riguardano le rispettive professioni quando  ne sono richiesti dal Ministro di Grazia e Giustizia “ ; colpa delle libere Associazioni culturali  (In/Arch, Inu, Aniai ) se il CNA si è assunto il compito, che non gli appartiene, di “occuparsi di questioni culturali” come convegni e congressi sull’ architettura; 4)  l’amico (?) Raffaele Sirica è quello che, intervenendo nella mia battaglia contro l’invasione nel campo dell’architettura dello sterminato esercito degli ingegneri, ha proposto sul quotidiano IlDenaro del 13 aprile 2001 ( è presidente del CNA da molto prima…) che “ basta l’inserimento di composizione architettonica, storia dell’architettura, statica e urbanistica nel piano di studi degli ingegneri edili per farne degli architetti”. Ed è anche grazie anche a lui se abbiamo due facoltà (architettura e ingegneria edile-architettura ) che preparano due professionisti destinati a fare le stesse cose. Unico paese al mondo. Nel quale una legge del 1923, che il CNA e il CNI  non hanno mai chiesto di abrogare, consente a un ingegnere elettrotecnico, chimico, minerario, idraulico, meccanico…di fare anche l’architetto. Talchè, la delusione di Orofino mi pare sorprendente. Cosa si aspettava dall’Assemblea dei presidenti degli Ordini col senatore Grillo?

Gerardo Mazziotti (g_mazziotti@yahoo.it )

 

Massimo Bilò: a proposito dell’anonimato nei concorsi d’architettura

Forse perché sono stato il presidente di un Ordine o forse perchè ho sostenuto appassionatamente lo slogan dell’In/arch e del CNA “Dieci, cento, mille concorsi”, qualcuno mi ha chiesto un parere sull’anonimato nei concorsi  di architettura. La mia risposta non è piaciuta a tutti laddove ho sostenuto che tra un concorso anonimo truccato e un affidamento palese preferisco il secondo.

Torno sull’argomento per articolare e precisare questo mio parere. Innanzitutto confermo la mia fiducia nella procedura concorsuale: il confronto assicura comunque un più ampio ventaglio di scelta se non addirittura una migliore qualità dell’offerta – quest’ultima è funzione del valore professionale dei concorrenti. Il confronto, se correttamente pilotato, ha anche l’effetto di costruire intorno all’operazione un consenso plurimo e una possibilità di controllo sociale che mi paiono molto positivi. Dunque, ancora “Dieci, cento,mille concorsi”! Ma non è la procedura del concorso l’oggetto della discussione: qui si esamina il senso dell’anonimato e lo si esamina nel Paese di Mani pulite, dei raccomandati, delle bustarelle e dei Ministri che volevano rendere ufficiale le tangenti. L’anonimato qui e ora, insomma, e non il significato metafisico dell’anonimato.Per iniziare vorrei ricordare qualche vicenda legata all’anonimato che ha dato origine a storie esilaranti, come in certi concorsi a due gradi con motto, nei quali la giuria era la stessa per entrambi o, come in alcune recenti “gare di progettazione” (infelici alternative ai concorsi) nelle quali si pretende l’anonimato nella presentazione dei curricula (risultato: io che sono il signor nessuno, dichiaro di aver progettato un auditorium, ma non dico quando e dove, di essere un docente universitario, ma non svelo cosa e dove insegno, e così via).

Sottolineo anche qualche danno prodotto dalla procedura in discussione, a partire dalla paradossale vicenda dei concorsi in due fasi Qualità Italia promossi dalla PARC e sospesi a seguito del ricorso di un organo autorevole che contestava il mancato rispetto del principio dell’anonimato. In questo ed altri casi simili, tanti professionisti hanno speso tempo e denaro inutilmente per colpa di un difetto formale, in nome di un principio che si ritiene etico; ma chi mi assicura che sotto sotto le sospensioni non favoriscano i soliti ammanicati?  Che dire poi del fatto che le Poste non accettano plichi senza mittente creando non pochi intralci alla spedizione? Che dire dei cento tentativi di perfezionare l’anonimato dei progetti eliminando il motto e sostituendolo con un codice alfanumerico che un Ufficio protocollo (meramente tecnico e neutrale!?) applica all’insaputa del concorrente?

A fronte di effetti così perversi, che allo stesso tempo danneggiano le amministrazioni e frustrano il lavoro di tanti professionisti, mi viene spontaneo porre alcune domande. Esiste ancora qualcuno che creda nella veridicità dell’anonimato? O nel fatto che i giurati non abbiano contatti di sorta con i concorrenti? Che non ricevano regolarmente a domicilio copia degli elaborati, in barba alle furbate alfanumeriche? E poi: questo finto anonimato non contribuisce a deresponsabilizzare i giurati?  Se da più parti si denunciano intrecci tra membri di giuria che fanno vincere progettisti amici, i quali ricambieranno il favore nella loro veste di giurati in altri concorsi, allora non sarebbe meglio rendere esplicite e trasparenti queste trame occulte? Abolire l’anonimato impedirebbe a chiunque di trincerarsi dietro la foglia di fico: ho votato per quel progetto senza conoscerne l’autore. Senza anonimato i giurati dovrebbero rispondere in modo convincente delle loro scelte.

L’anonimato rischia di favorire alcuni e danneggiare altri, i più isolati, i giovani innanzitutto. Ricordo un solo caso nel quale l’anonimato è stato certamente utile: nel concorso per la Grand’Arche, vinto da un vecchio signore che i giurati avevano scambiato per un giovane giapponese emergente! Vale anche la pena di sottolineare un altro aspetto: negare la possibilità di dialogo tra giuria e concorrenti impedisce a chi deve giudicare di acquisire elementi di valutazione per aspetti che potrebbero essere rimasti in ombra o sottovalutati e, invece, essere decisivi per il buon esito nelle fasi future di realizzazione. Non mi si risponda che è sufficiente leggere la relazione al progetto: siete mai stati membri di una giuria? Avete registrato i tempi di valutazione, specie quando i giurati sono autorevoli archistar, magari dei lontani States, che hanno fretta di tornare nei loro studi multinazionali? Avete partecipato alle discussioni per la formazione di un giudizio condiviso? Avete visto come si forma la maggioranza? Vi auguro di fare questa esperienza e forse qualche dubbio che gran parte dei giudizi sono precostituiti vi coglierà.

Penso che l’anonimato sopravviva grazie ad una palese, diffusa ipocrisia e per l’interesse di alcuni  -non pochi- gruppi d’interesse. E’ improbabile che in Italia esista ancora qualche puro di spirito fiducioso nel significato etico e salvifico dei concorsi, da chiunque vengano banditi e di qualunque tipo essi siano; che sia all’oscuro dei trucchi che li connotano, utili solo a scaricare la responsabilità di chi deve decidere. I concorsi, per larga parte, sono oggi, di fatto, cooptazioni o affidamenti mascherati.

E’ a questo punto del ragionamento che mi è venuto spontaneo inserire la provocazione motivo di tante critiche: a qualunque concorso anonimo preferisco la cooptazione o l’affidamento diretto e palese. Benché queste procedure presentino molti rischi e, a differenza del concorso, non aiutino affatto la qualità, esse alla fine “oggi” mi sembrano da preferirsi, perché impegnano comunque il decisore in un’assunzione di responsabilità e lo sottopongono al giudizio della comunità degli architetti e della collettività. Ai miei critici, vecchi amici tra l’altro, riconosco un’indubbia motivazione etica. Peccato che non la esprimano anche su altri aspetti dell’istituto concorsuale che voglio rapidamente illustrare. Accade troppo spesso che un’Amministrazione emetta un bando con relativo disciplinare: sono fissate regole e contenuti. Molti concorrenti, viste le vicende concorsuali precedenti, sanno di poter derogare impunemente sui contenuti; presentano quindi progetti che, in una procedura corretta, sarebbero immediatamente esclusi. Viceversa vengono esclusi solo quelli che hanno qualche difetto, anche minimo, di carattere formale (ma la Commissione europea non ha dichiarato da tempo che gli errori formali non possono essere motivo di esclusione?).

Capita dunque (meglio, è prassi ordinaria) che la Giuria, organo consultivo dell’Amministrazione, ammetta anche progetti fuori tema, ignorando il risvolto etico del compito che le è stato affidato. L’Amministrazione, in questi casi, resta del tutto indifferente rispetto allo scorretto comportamento della Giuria e, tradendo il suo stesso intento, pur formalmente espresso nel bando, approva la graduatoria; tanto i ricorsi dei concorrenti sono rari: si sa quali sono i tempi della giustizia in Italia! Così tutto è andato a posto e si è pronti per altre prove. Viceversa, l’emissione di un bando di gara andrebbe considerata alla stregua di un impegno inderogabile assunto dall’amministrazione nei confronti di quanti, partecipando alla gara, lo sottoscrivono alla maniera di un contratto tra parti. Un impegno che riguarda anche le fasi successive della realizzazione: gli architetti non sono munifici mecenati che si divertono a tempo perso! Ecco qualche motivo in più perché il bando ed i relativi allegati siano esaurienti, inequivocabili, corretti e, quindi, prodotti da soggetti competenti che rispettino le norme nazionali e locali di riferimento, ma sappiano anche rimediare alle non poche carenze di quelle stesse norme, rendendo il percorso di gara agevole, affidabile e corretto. In definitiva se tutti continuiamo a chiedere più concorsi per tutti è bene che tutti imparino a bandire concorsi seri.

 

Silvio Carta: Concorso per il municipio di Budapest

Il 31 di ottobre nel sito http://epiteszforum.hu/node/10964  viene reso noto l'esito del concorso per la sede del municipio di Budapest lanciato prima dell'estate. La competizione è stata vinta da eea che inizierà il progetto nel 2009 per poi costruirlo  nel 2011. A quanto si vede nel sito, i partecipanti alla fase finale sono sette: cinque studi locali e due olandesi. Oltre ad Erick Van Egeraat (vincitore del concorso e progettista della celebre sede della ING Bank di Budapest) vediamo anche il nome del prof. Kas Oosterhuis associato ad un gruppo locale (per inciso la sua compagna, visual artist, è ungherese). Nel sito è anche possibile vedere qualche immagine dei progetti presentati.

Faccio una breve premessa tipologica riferita all'oggetto del concorso. Il municipio non è una presenza casuale nelle città, ne è una istituzione. Se guardiamo un po' indietro, assieme alla chiesa e alla scuola elementare, creava il fulcro dei luoghi progettati, probabilmente queste tre presenze erano tanto importanti da diventare esse stesse il luogo. Un punto di riferimento dei cittadini, la rappresentazione in forma di edificio dei poteri terreni e celesti finiva poi per ospitare anche il luogo della vita pubblica degli abitanti. Ai tempi in cui per le ragazze era proibito uscire da sole, la famosa passeggiata, controllata a distanza dal fratello, il tuffo in società, si faceva la sera lungo i portici dei palazzi del centro, giù fino alla piazza. La piazza del municipio, ovviamente. Presenza fortissima, come dicevamo poiché, in quanto simbolo della istituzione, è il ponte tra il singolo cittadino e lo stato. Una cerniera tra la vita privata di ognuno di noi e quella di tutti gli altri. E' un luogo talmente pregno di significato da essere senza timore considerabile uno dei simboli della città.

Una dichiarazione solida e ferma dell'essere e del voler divenire. Guardano le immagini che rappresentano le intenzioni progettuali ho la sensazione che, dato il tema, dati i presupposti organizzativi e i nomi coinvolti, sia stata sprecata una buona occasione.  Mi vien da pensare che i progettisti abbiano speso tutte le loro energie verso soluzioni atte a stupire la giuria, piuttosto che in proposte che tenessero realmente in conto l'oggetto del concorso. Una sede del municipio, come dicevamo, ha un ruolo ben definito: quello di  rappresentare la cittadinanza di fronte a se stessa e al resto del mondo. Ora, ritengo una scelta su cui si può ampiamente discutere quella di voler rappresentare la città in quanto tale, quella che è sempre stata (chiamiamola identità storica) o quello che la città vorrebbe essere, per cui una dimensione proiettiva della sua immagine. Insomma la differenza che intercorre tra un prospetto e una prospettiva, per dirla in termini grafici. Lo stesso Loos ci ha esaustivamente descritto il suo punto di vista sulla forma degli edifici come rappresentazione della loro identità, attraverso le forme geometriche. Il municipio è per cui un proclamo che la città fa a voce alta. Cosi' possiamo intendere l'architettura come espressione culturale di una società: grazie alla dichiarazione che essa pronuncia per mezzo della sua sede rappresentativa, è possibile sapere chi è o chi vuol essere. La conoscenza cerca, e in questo caso ci offre un chiaro esempio, nel nostro mestiere il suo proprio veicolo.

Personalmente vedo fra le proposte sul sito qualcosa che si avvicina più a discoteche e centri commerciali che non a sedi del tipo di qui sopra. Il primo indizio lo abbiamo (ma questo è anche troppo banale) contando il numero delle persone che ci sono nei render di Finta és Társai. Ci vorrebbero convincere che la gente fara' a spinte per entrare al comune e che di notte si trasformerà in uno stadio olimpico. Partendo dal primo, quello di Erick, mi viene in mente il potere evocativo che Herzog and De Meuron riescono a suscitare con i loro progetti, come già abbiamo largamente avuto modo di vedere con i muri fatti di reti e sassi o le facciate rivestite di lamiere forate. Dopo il corten della fondazione Caixa ora stiamo a vedere quanti pseudo nest di Pechino vedremo nei prossimi giorni. Il gruppo Archikon  propone delle sculture a cielo aperto, che pur non essendo del tutto negative, lasciano tuttavia in dubbio se non avessero una maggiore forza comunicativa messe nel parco Hoge Veluwe nei pressi di Arnhem. Onl dimostra ancora una volta di saper gestire processi (da lui definiti) non-standard (sic) basati sul filone di ricerca delle attività Digital Product Development (DPD) e del Product Lifecycle Management (PLM), ma in sostanza si propone di costruire la sede di un comune in centro città allo stesso modo della rivendita di automobili che ha progettato sulla autostrada A2 presso Utrecht. Dimostrandoci così che il processo architettonico va oltre l'oggetto a cui esso è votato. (Lui stesso disse in una intervista a Londra “The medium is indeed the message” parafrasando McLuhan). Mérték Építészeti Stúdió suggerisce una architettura fondata sul triangolo dove la piazza è, almeno a vedere dalle immagini, protagonista rispetto all'edificio. Il fatto potrebbe anche essere interessante, ma a mio modesto parere non ci sono sufficienti elementi che spieghino gli estremi di tali decisioni.

Cercando di riassumere in poche parole ciò che si evince dagli esiti di questa gara direi che vi è una incongruenza tra oggetto della progettazione e proposte presentate. Proviamo a riscriverlo: la città (ma soprattutto gli edifici che ne compongono l'essenza) è il luogo della rappresentazione della nostra cultura. Cosa stanno rappresentando questi architetti? Cosa hanno da dire i loro disegni? Le loro proposte rappresentano veramente la carta di identità (scusate) di qui sopra della città di Budapest?

 

Massimiliano Ercolani: Sempre sui concorsi

Per un reale cambiamento di rotta sui concorsi, e sulla qualità architettonica in generale, sarebbe auspicabile eliminare la dicitura seguente, che sovente si trova nei bandi, relativa ai requisiti di partecipazione:

a) fatturato globale per servizi di progettazione ed attività tecnico-amministrative connesse, espletati negli ultimi cinque esercizi antecedenti la pubblicazione del presente  bando, per unimporto non inferiore a 3 volte l'importo del corrispettivo stimato;

b) avvenuto espletamento negli ultimi dieci anni di servizi di progettazione ed attività tecnico amministrative connesse, relativi a lavori appartenenti ad ognuna delle classi e categorie dei lavori cui si riferiscono i servizi da affidare, individuate sulla base delle elencazioni contenute nelle vigenti tariffe professionali, per un importo globale per ogni classe e categoria pari 2 volte l'importo  stimato dei lavori da progettare;

c) all’avvenuto svolgimento negli ultimi dieci anni di due servizi di progettazione ed attività  tecnicoamministrative connesse, relativi ai lavori, appartenenti ad ognuna delle classi e categorie dei lavori cui si riferiscono i servizi da affidare, individuate sulla base delle elencazioni contenute nelle vigenti tariffe professionali, per un importo totale non inferiore a 0,40 volte l'importo stimato dei lavori da progettare;

d) al numero medio annuo del personale tecnico utilizzato negli ultimi tre anni (comprendente i soci attivi, i dipendenti e i consulenti con contratto di collaborazione coordinata e continuativa su base annua), in una misura minima di 2 volte le unità stimate nel bando per lo svolgimento dell'incarico.

Questi requisiti presuppongono ovviamente il fatto di  aver già eseguito opere simili a quelle oggetto del concorso, alcune  considerazioni puntuali: sul requisito a) in questo modo sono tagliati fuori tutti i piccoli studi, che così non hanno modo di crescere, e quindi di fare un "fatturato globale" che gli permetta di partecipare ai suddetti concorsi; sul requisito b) in questo modo sono tagliati fuori tutti i professionisti che non hanno mai eseguito opere simili a quelle oggetto del concorso, e di conseguenza non le potranno mai costruire; sul requisito c) come b); sul requisito d) non credo che  questo tuteli o garantisca la qualità del progetto;

In generale, sovviene un sospetto, che il tutto sia pensato a tutela dello status quo, che in realtà non ci sia alcuna voglia di cambiamento. Ed infine, considerato che nella nostra nazione, a parte pochi esempi, non vi sono opere contemporanee di notevole rilievo, chi ha già costruito, evidentemente, non è molto meglio di chi non lo ha fatto, lo dimostra il nostro patrimonio contemporaneo.

Grazie per l'attenzione, il vostro lettore Massimiliano Ercolani

 

Gianni Asdrubali: Ricerca di senso

Ho letto le OPINIONI (ricerca di senso), bene! la terza via è quella giusta. Ha tempi di maturazione e resistenza più lunghi, ma se l'idea è sana(necessaria e autonoma) può darsi che si raggiunga un risultato autosufficiente e dinamico al tempo stesso. La chiusura di Senso in sistema indipendente è automaticamente l'apertura a nuove problematiche... In definitiva non è il contesto sociale fa riempire il contenitore vuoto dell'arte.. è l'arte il contesto.  La ricerca di senso è ricerca di verità, l'artista non è(come dice quello là) un messaggero, non è il postino dei nuovi sistemi di produzione. Queste cose le fa meglio il giornalista, il reporter, è il loro specifico.. L'arte, se di arte si tratta, non recensisce la contemporaneità, la supera e se la supera allora l'artista, l'architetto ecc.. sono ricercatori di verità. Un caro saluto Gianni Asdrubali

 

TESTIMONIANZE

 

L’abito di piume [3].  Benedetta Stoppioni

“Per tirare la corda lei non deve impiegare l’intera forza del suo corpo, ma deve impatrare a lasciare alle sue mani di compiere tutto il lavoro, mentre i muscoli delle braccia e delle spalle restano rilassati e non sembrano partecipare all’azione. Solo quando sarà capace di questo soddisferà a una delle condizioni per cui il tendere l’arco e lo scoccare della freccia diventano ‘spirituali’.” (E. Herrigel, Lo zen e il tiro con l’arco, trad. it. di G. Bemporad, Milano 1975; ediz. or.: Zen in der Kunst des Bogenschiessens, 1948.)

La potenza di un gesto. Privo di forza, privo di violenza. Un gesto aggraziato, che si adagia su materia eterea. Un gesto semplice, come la mossa dispettosa di un bambino.

Ridurre ogni complicazione, ogni superfetazione, tornare all’essenziale, al puro “quadrato” per poi spiritualizzarlo con un gesto infantile. Immaginiamo di prendere delle scatole di cartone, di diversa grandezza. Comuni parallelepipedi rettangolari. Impiliamoli uno sull’altro, casualmente, senza porvi troppa attenzione. Il risultato sarà una costruzione leggera, quasi effimera. Tuttavia intenzionale. Pensiamo adesso che il cartone si trasformi, che intraprenda un processo di smaterializzazione. Ecco il punto di partenza, la base concettuale e concreta al medesimo tempo.

Osserviamo adesso il nostro dito. Il suo movimento abitualmente non è studiato, non è gravato dalla nostra mente di atti di potenza. Spesso aleggia libero e ingenuo nell’aria, raffigurando involontariamente il nostro stato d’animo ed i nostri pensieri. Lasciamolo così, svincolato e leggiadro e avviciniamolo alla nostra torre fatta di scatole trasparenti. Respiriamo, senza pensare necessariamente ad “agire”.

“La vera arte” esclamò il Maestro “è senza scopo, senza intenzione! Quanto più lei si ostinerà a voler imparare a far partire la freccia per colpire sicuramente il bersaglio, tanto meno le riuscirà l’una cosa, tanto più si allontanerà l’altra. Le è d’ostacolo una volontà troppo volitiva. Lei pensa che ciò che non fa non avvenga.” (E. Herrigel, Lo zen e il tiro con l’arco, trad. it. di G. Bemporad, Milano 1975; ediz. or.: Zen in der Kunst des Bogenschiessens, 1948.)

Il nostro dito è quello di un bambino che gioca con gli oggetti, passando da uno all’altro senza troppo riflettere, senza essere caricato di intenzione. Si indirizza alle scatole, ne spinge una, due. Leggermente. Le sposta appena senza far crollare tutta la torre. Poi – così come si era avvicinato – se ne allontana e rotea curioso e vagabondo alla ricerca di altro spazio-materia.

Lievi sfalsamenti di volumi lasciano penetrare la luce, che attraversa le scatole e le unisce. Prendiamo adesso questo oggetto ed introduciamolo in un luogo. Uno spazio dalle dimensioni apposite. Un incastro perfetto. Permettiamo al manufatto di fondersi con ciò che adesso lo circonda. Il sito ci si dispiega agli occhi attraverso la nostra torre, che di nuovo di trasforma, si riveste di un abito di piume. Una materia che riflette e rivela. La superficie riflette la luce naturale, con cui gioca diversamente al variare delle ore del giorno. Di notte il volume – fatto di tanti volumi – si accende e ravviva una piccola colonia di edifici commerciali poco imponenti, un po’ anonimi, li riscatta, li qualifica.

Lasciamo il nostro edificio lì, nella Bowery street. Adempirà al suo scopo. Frutto di un gesto quasi involontario. Freccia scoccata da sola.

Sejima e Nishizawa avranno molto probabilmente pensato a tutt’altro durante la stesura del progetto per il New Museum of Contemporary Art di New York. Ma l’essenza di quelle riflessioni e di quei gesti – pregni della consueta semplicità, di una grazia lieve ed elegante – verosimilmente non dovrebbe essersi distaccata troppo da questo racconto immaginario, dove si narra dell’arte mai arrogante che nasce dall’arco “teso spiritualmente”.

 

ALLEGATI

 

Lucy Bullivant: Broad Contemporary Art Museum, LACMA

Los Angeles, Usa , Renzo Piano Building Workshop

Porta la firma di Renzo Piano il nuovo Broad Contemporary Art Museum del LACMA, Los Angeles County Museum of Art, inaugurato quest’anno in Febbraio. Deve la sua realizzazione a Eli e Edythe Broad i quali, con una donazione di 60 milioni di dollari, hanno reso possibile l’ampliamento del LACMA, principale museo d’arte della costa occidentale degli Stati Uniti, consentendo una ulteriore espansione del programma dedicato all’arte contemporanea. La valutazione da parte del pubblico non è stata però unanime. In un primo tempo, nel 2001, il LACMA aveva assegnato l’incarico di un concept a studi di importanti architetti, tra cui Rem Koolhaas, il quale aveva proposto la demolizione di tutti gli edifici esistenti, salvo il padiglione d’arte giapponese e il LACMA West, e l’edificazione di una struttura dallo stile marcatamente industriale sormontata da un tetto traslucido. Il LACMA aveva però scelto la soluzione più realistica proposta da Renzo Piano che prevedeva l’aggiunta di nuovi edifici e l’eliminazione della strada.

Ad assegnare il ruolo principale della progettazione a Piano fu proprio Eli Broad, nella sua veste di mecenate: aveva immediatamente capito quanto fosse indispensabile partire con un masterplan che prevedesse la riorganizzazione della superficie caotica del campus, un’area complessiva di 8 ettari comprendente al suo interno un parco e nel lato orientale i giacimenti di catrame di La Brea. “E’ molto frustrante eseguire un bel brano con un quartetto d’archi nel mezzo di tre brutti concerti rock”, scriveva Piano in una lettera a Broad.

La prima fase di riassetto del campus, conclusasi dopo due anni di lavori, prevedeva la costruzione del Broad Contemporary Art Museum, la revisione del sistema di circolazione, un nuovo piazzale d’ingresso e la risistemazione del preesistente Ahmanson Building, situato nel lato est del campus, un edificio che non si era distinto per particolari qualità architettoniche. Gli altri edifici del LACMA East sono banali esempi di architettura in stile Beaux Arts, modificati più volte dopo il 1965, anno della costruzione.

Michael Govan, direttore del LACMA dal 2006, noto per il grande successo ottenuto alla guida della newyorkese DIA Foundation e partecipe nel processo di commissione dei lavori, ha osservato come il progetto di Piano abbia fatto del museo stesso la tela di un quadro incompiuto, sospeso in una condizione di work in progress, che rappresenta la metamorfosi in atto della prestigiosa istituzione americana. La seconda fase del progetto di Piano prevede un nuovo edificio che sorgerà alle spalle del Broad Contemporary Art Museum mettendo a disposizione di mostre temporanee una superficie di 3716 mq. Quanto ai vecchi magazzini May, situati all’estremità occidentale oltre il Broad Contemporary Art Museum, che nel 1995 erano stati trasformati nel LACMA West, Govan ne ha recentemente affidato la ristrutturazione allo studio di architettura SPF:A di Culver City.

La scelta del travertino di Tivoli come rivestimento, è finalizzata all’integrazione del Broad Contemporary Art Museum con l’esterno del LACMA West e con la pietra e il colore dell’Ahmanson Building, oltre a conferirgli solidità. Ciò che comunque è sorprendente non è l’impiego del travertino ma l’accostamento con il rosso fuoco della scala mobile, esteticamente spiazzante. Realizzata in acciaio rosso, risale la facciata nord dell’edificio e conduce il pubblico all’entrata principale e alle gallerie del terzo piano. Qui si può ammirare il panorama della città o ritornare al pianterreno seguendo un percorso di scale esterne in lastre di cemento collegate alle gallerie dei veri piani con travi rosse a doppia T. In alternativa si può ridiscendere utilizzando la “sala mobile”, un ascensore vetrato di enormi dimensioni, con una capienza di 30 persone, che occupa il volume centrale dell’edificio.

Il Broad Contemporary Art Museum ospita sei gallerie tipo loft, due per piano, ognuna con una superficie di 790 mq, che coprono gran parte dello spazio complessivo di 6689 mq. Gli spazi come caffetteria e libreria che comunemente completano un museo di arte contemporanea, sono collocati nell’Ahmanson Building. Le due gallerie all’ultimo piano si sviluppano fino ad un’altezza di quasi 5.80 m e analogamente a quelle sottostanti hanno pavimenti in legno e presentano una combinazione straordinaria di grande spaziosità e ottime condizioni di luce. Lo spazio meno caratterizzato dell’intero edificio è il piano terreno e lì, collocate su un pavimento di cemento, sono esposte Band and Sequence, due enormi sculture di 200 tonnellate di acciaio, opere di Richard Serra.

Come la Menil Collection di Houston, completata da Piano 21 anni fa, l’edificio è coperto da una sequenza di elementi modulari con un sistema di lucernari sagomati e lastre di vetro stratificato, per consentire il passaggio della luce naturale e bloccare i raggi ultravioletti. Questa struttura progettata da Piano, formata da 20 pannelli metallici obliqui rivolti a sud, lascia penetrare all’interno la luce indiretta proveniente da nord deviando la violenta e rovente luce diretta proveniente da sud.

Gli elementi in acciaio verniciati di rosso, presenti ovunque, sono pensati come segnali di orientamento ma al contempo sono complementi decorativi, usati per esempio per contraddistinguere la scala di sicurezza nel lato sudovest. Forse una citazione degli edifici rossi di Bernard Tschumi a La Villette a Parigi, divengono elemento di unione dei nuovi padiglioni. In una città gremita di insegne pubblicitarie, il travertino della facciata meridionale sul Wilshire Boulevard appare quasi bianco. Per l’inaugurazione vi sono state esposte le tele coloratissime dell’artista John Baldessari, che ha partecipato anche alla progettazione del nuovo logo del LACMA. Ciò che può ritenersi un’abile scelta pubblicitaria ha però come conseguenza negativa che, vista dalla strada, la facciata rischia così di sembrare quella di un grande magazzino. È evidente che l’obiettivo di Piano non era quello di creare una presenza di forte impatto, ma piuttosto di definire e mantenere le condizioni ideali per la contemplazione dell’arte.

L’altezza e la struttura del Broad Contemporary Art Museum creano una nuova simmetria con la parte orientale del sito. Al centro, la nuova Grand Entrance è progettata da Piano nello spazio precedentemente occupato dalla Ogden Drive, che separava il LACMA West dal resto del museo. Questo nuovo fulcro spaziale collega il LACMA West e il Broad Contemporary Art Museum con le altre gallerie. Piano ha anche curato la risistemazione dell’Ahmanson Building creando un nuovo spazio per esporre opere d’arte moderna, un passaggio e un’elegante scalinata collegandoli al nuovo ingresso con un comodo percorso pedonale attraverso il campus.

La Grand Entrance è uno spazio multifunzionale che ospita biglietteria e reception. Così aperto sulla strada, con una tettoia di protezione, si trasforma in uno spazio sociale dinamico, anche se la struttura, realizzata in acciaio rosso come la scala esterna e la scala mobile, è un elemento non facile da apprezzare e rimanda alla banale praticità di una stazione di servizio. Pare che originariamente dovesse essere in vetro, ma in seguito, è stata ricoperta da pannelli solari per generare energia elettrica necessaria, tra l’altro, per alimentare la prima installazione temporanea di public art della piazza, Urban Light dell’artista Chris Burden il quale, per l’occasione, ha riunito 202 lampioni d’epoca recuperati nelle strade della città.

L’iter di Piano nell’ambito della progettazione museale annovera opere straordinariamente belle e sofisticate. Con il LACMA l’architetto ha certamente riorganizzato il “caos”, come lui stesso lo ha definito, sia in relazione alla qualità degli altri edifici sia per quanto riguarda l’orientamento. Gli elementi strutturali di Piano hanno grande valenza metaforica, ma forse non abbastanza per esercitare un forte impatto in una città rarefatta come LA, in sintonia con lo stile spettacolare di Gehry, con le esibizioni e il glamour, ed in un sito così nebuloso ed ermetico. Le sue sono invece opere versatili, dove coerentemente con le sue intenzioni, l’architettura assume un ruolo di complice piuttosto che di protagonista.

Peccato che il cliente abbia modificato il disegno originario della tettoia d’ingresso. I musei di Piano progettati in passato, come la Menil Collection di Houston circondata da un parco e la Fondation Beyeler in un magnifico spazio verde a Riehen, fuori Basilea (1991/7), hanno un maggiore impatto. L’opzione di iniziare con una radicale distruzione proposta da Koolhaas, sarebbe stata la via più semplice, ma a Piano interessava di più lavorare sull’insieme e creare per l’arte uno spazio idoneo e in questo senso ha fatto un grande sforzo chirurgico. In ogni caso il suo intervento non è ancora completato.

Lucy Bullivant

 

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